Il ricco e il povero

Richard guardò oltre la porta a vetri del negozio e vide che l’auto del signor Henrito era parcheggiata al suo solito posto. Avrebbe atteso lì dentro ancora qualche minuto, prima di uscire col volto coperto e strappargli il telefonino che a lungo aveva agognato. L’uomo in questione era meticoloso e abitudinario: quattro minuti precisi e sarebbe salito in auto. Prima però avrebbe gettato un’occhiata alla finestra del suo appartamento, tirando con la mano un bacio a distanza alla finestra. Quel signore poteva permettersi qualsiasi lusso e dietro quella persiana socchiusa, sicuramente, si celava la sua giovane amante. La immaginava in pelliccia, vestita solo di gioielli appariscenti, ma prigioniera nel suo bel carcere dorato. Quell’uomo doveva essere così meschino e prepotente da costringerla in casa tutto il giorno, negandole qualsiasi possibilità di libertà, perché la voleva solo sua, schiava del suo potere. Meritava ciò che gli stava per accadere! Richard aveva deciso che sarebbe stato sua vittima, nell’esatto istante in cui lo aveva visto per la prima volta. Era successo due mesi prima, in un negozio di giocattoli. Richard si era recato là con i gemelli, per concedere un po’ di tranquillità a sua moglie. Quei due non avevano fatto altro che litigare per un pacchetto di figurine (l’unica cosa che lui si poteva permettere di comprare), bisticciando su chi le avrebbe scartate. Alla cassa il commerciante aveva salutato con un largo sorriso il signore in coda davanti a lui. “Buongiorno, signor Henrito! Cosa ha scelto oggi per la sua regina?” gli aveva chiesto, come se lo conoscesse da sempre. Dal portafogli erano sbucati più bigliettoni di quanti Richard ne avesse mai visti in vita sua. La sua giovanissima amante era un’appassionata di bambole costose, come la maggior parte delle poco più che adolescenti signore dell’alta società. Al polso sfoggiava un orologio delle dimensioni di un’albicocca, interamente d’oro. Abbigliato come se fosse appena uscito da una sartoria, sulla sua camicia non c’erano macchie di sugo o rigurgiti di neonato, come invece succedeva sempre a Richard. Un impeto d’ira nei confronti della propria sorte così ingiusta e impietosa s’impossessò di lui. Fu però quando suonò il cellulare che l’invidia per quell’uomo si trasformò in desiderio di vendetta, fermentando un proposito negativo nella mente. Dalla giacca che teneva accomodata su un braccio, sfilò il modello introvabile del giocattolino tecnologico più all’avanguardia che esistesse sul mercato. Conosceva alla perfezione il valore di quel gioiellino, perché quel medesimo pomeriggio ne aveva parlato con Tom, il ricettatore più popolare del suo quartiere. Proprio lui gli aveva rivelato di avere un acquirente pronto a sborsare una fortuna per quel telefono e ancora lui gli aveva confidato di essersi esposto, garantendogli che ne sarebbe stato il legittimo possessore entro breve tempo, pur non avendo nulla per le mani. Se fosse riuscito a sottrarglielo, avrebbe negoziato con Tom sul costo dell’affare, ricavandone una bella sommetta. Così erano partiti le sue ricerche, i suoi appostamenti e l’annotazione delle sue abitudini. Dal portiere del suo palazzo aveva saputo che il signor Henrito era gentile ma molto riservato. Richard però era certo che nell’agiatezza non ci fosse gratuità, che tutto avesse un costo e un prezzo: la sua non era gentilezza ma ipocrisia. Qualche vicino gli aveva svelato che si era trasferito lì da pochi mesi con una ragazza così giovane che poteva essere sua figlia. Usciva raramente dalla sua casa, solo per recarsi al lavoro, e rincasava sempre alla stessa ora, con un pacchetto diverso ogni giorno. Di mattino, puntualissimo usciva dalla portineria del palazzo, trenta secondi esatti di saluto alle persiane socchiuse e poi saliva sulla sua auto, parcheggiata nel viale di fronte al botteghino in cui si era rifugiato. Aveva studiato tutto nei minimi particolari. Meno dieci secondi: era giunto il momento! Mise il pugno nella tasca dei pantaloni, simulando una pistola nascosta e, sollevando il cappuccio della giacca per coprire la fronte e gli occhi, uscì rapidamente, senza che il negoziante potesse fermarlo. Non disse niente. Approfittando del saluto a distanza all’amante misteriosa con la mano libera afferrò il braccio dell’uomo e scrollandolo, gli sfilò dalla giacca il cellulare. Senza esitare attraversò velocemente la strada, sgattaiolò dentro una via buia e stretta, scese la scalinata della metropolitana, scavalcò il tornello con un balzo e, repentino, montò sul primo treno in partenza. Non sentì grida di aiuto o al ladro inveite contro di sé, forse perché si era fatto sordo per l’eccitazione e la concitazione del momento, o forse perché a quell’uomo non importava molto di perdere un telefono che valeva più di quanto Richard avesse mai guadagnato in anni di duro lavoro. Quando fu finalmente solo e tranquillo, abbassò il cappuccio. Era andato tutto liscio. Rilassò la mano nella tasca, ringraziando Dio che non fosse stato necessario simulare di possedere un’arma da fuoco, e guardò il piccolo tesoro che aveva appena rubato. Leggero e maneggevole, nonostante le dimensioni, era dotato di uno schermo di circa quindici centimetri ed era completamente privo di rigature e graffi, il che lo rendeva ancora più apprezzabile per il suo scopo. Velocemente disattivò ogni tipo di sicurezza sul dispositivo, così come gli aveva spiegato Tom, in modo che divenisse perfettamente irrintracciabile. Con soddisfazione lo ripose in tasca e tornò a casa.

Fu sua figlia maggiore ad aprirgli l’uscio. “Ciao, Shirley!” la salutò frettolosamente. Poi sgattaiolò nella sua camera, mentre i gemelli giocavano in cucina, dove sua moglie stava preparando il pranzo cullando tra le braccia la figlioletta di pochi mesi. Richard chiuse la porta della camera, per isolarsi momentaneamente e fare un bilancio degli eventi della giornata. Sapeva di non aver agito correttamente. Non era sua consuetudine rubare ma in qualche modo doveva pur provvedere al mantenimento della sua famiglia. Se la natura non lo aveva creato ricco, il destino lo aveva addirittura umiliato, burlandosi di lui: prima gli aveva offerto un impiego duro per pochi soldi e poi glielo aveva sottratto, con un licenziamento per esubero di personale. Aver rubato a un ricco prepotente e viziato lo faceva sentire come se avesse appena segnato gol all’ultima partita di un campionato importante: questa volta era stato lui a farsi beffa del destino, pareggiando in parte i conti tra povertà e ricchezza. Riprese il dispositivo tra le mani e cedette alla tentazione di provarlo. Incappò immediatamente nella galleria fotografica. Non c’erano molte immagini immortalate lì dentro. Le prime foto erano state scattate in quello che doveva essere il suo appartamento subito dopo il trasferimento. Soltanto la sala era più estesa dell’intero barrio dove viveva lui. Un lungo tavolo con almeno una decina di sedute era stato posto al centro, mentre sul fondo s’intravedeva un divano bianco, angolare, che appariva infinito. L’argenteria era ovunque: sul tavolo, sulla credenza adiacente alla parete opposta a quella in cui si vedeva il divano, appesa come accessorio d’arredo sulle mensole decorative. Quella stanza diceva tutto di quell’uomo: una persona eccentrica, precisa, fredda e boriosa, come tutta la gente del suo rango. Scorse l’indice sullo schermo. Stavolta aveva ripreso se stesso in un breve video in cui a labbra socchiuse diceva: “Ti voglio tanto bene”, seguito da un bacio diretto alla fotocamera. Ipocrita e falso! Che ne poteva sapere dell’affetto vero uno che può comprarsi tutto quello che vuole? La voce della figlia lo chiamò ricordandogli che il pranzo era pronto. Aprì la porta della camera e gettò rapidamente un’occhiata oltre la soglia. Sua moglie stava imboccando le due piccole canaglie dall’aspetto identico, mentre Shirley si stava occupando della piccolina, cantandole la sua ninna nanna preferita. Un sorriso gli illuminò il volto. Prima di aggregarsi al resto della famiglia, decise di vedere l’ultimo video che l’avaro signor Henrito aveva registrato nel dispositivo. Dall’inquadratura dell’appartamento sbucò il volto di una ragazzina dell’età di sua figlia. Completamente calva, con gli occhi infossati nel volto pallido e interamente privo di peluria, aveva l’aria stanca e lo sguardo spento e inerte di chi sta soffrendo da molto tempo. Visibilmente provata, con la voce interrotta dai respiri affannosi, si nascondeva il viso con le mani. “Ti prego, papà, non riprendermi” chiedeva incerta, sorridendo. “Perché non dovrei? Sei la mia regina!” gli rispondeva la voce profonda del signor Henrito. La ragazzina allora toglieva le dita magre dal volto smunto e spigoloso, come se non avesse desiderato altro. “Sono bella così?” chiedeva, scimmiottando un atteggiamento sexy e provocante, mettendo in risalto la sua eccessiva magrezza. “Sei sempre bellissima! Sono tutti invidiosi qui sotto, quando ti mando i miei baci prima di andare al lavoro!” dichiarava lui, continuando a riprenderla. “Continueranno a essere invidiosi tra qualche giorno, quando non ci sarò più?” lo interrogò lei, facendosi triste, mentre la tosse irrompeva prepotente, costringendola a chinarsi sul letto cosparso di bambole. Il video terminava all’improvviso, con l’immagine trascinata a terra e interrotta. Richard impallidì. Con uno scatto fulmineo corse nel bagno a lavarsi ripetutamente le mani, senza riuscire a sentirsi pulito. Si fissò nello specchio, provando vergogna per la figura che vedeva riflessa. La situazione si era ribaltata: il signor Henrito non era arrogante e meschino e Richard si sentiva immensamente stupido. Il suo senso del giudizio aveva fallito miseramente: la natura gli aveva dato molto più di quanto avesse creduto. Doveva rimediare. S’infilò il giubbetto con cui aveva compiuto il colpo e uscì dalla sua stanza. Guardò a lungo i suoi figli che giocavano sereni, trasformando dei piccoli pezzi di carta in coriandoli e lanciandoli in aria, per la fantastica conquista di un castello immaginario. Poi osservò le figlie: la piccola, addormentata con il ciuccio in bocca e la testa abbandonata sulle braccia della più grande. Raggiunse Shirley, la abbracciò con forza e la baciò dolcemente sul capo, pago per la gioia di averla lì con sé e compiaciuto per il suo volto tondo e i suoi occhi vispi. Lei lo guardò sorpresa, ma contraccambiò l’abbraccio. Infine esaminò sua moglie, sempre bellissima, nonostante le curve più morbide e burrose dovute alle gravidanze. Per un attimo incrociò il suo sguardo e amorevolmente lei gli sorrise, invitandolo a prendere posto al tavolo. Richard però si congedò a gesti, indicando che sarebbe tornato subito.

A volto scoperto, senza nascondersi si presentò davanti all’uomo a cui aveva sottratto il telefono, nel suo ufficio, proprio nel luogo dove lavorava. Il signor Henrito lo guardò e lo riconobbe come il ladro del mattino, ma non proferì parola. In silenzio Richard restituì l’oggetto che teneva tra le mani. Il signor Henrito lo scrutò a fondo. Poi, sprofondando nella sedia dietro la scrivania, lo interrogò: “Perché?”. “Perché ho sbagliato”, rispose Richard, riassumendo in quella frase sia il motivo del furto sia quello della restituzione. “Come sa che non la denuncerò?” insistette il derubato, cercando di provocare la reazione nel ladro. “Non lo so, ma sono disposto ad assumermi le mie responsabilità” rispose Richard con semplicità. Un silenzio carico di tensione invase l’ufficio. “Un errore è concesso a tutti” disse quasi sottovoce, ma con tono deciso.  “Le offro la possibilità di ricominciare: ne faccia un buon uso!” risolse poi, sorprendendolo. Per Richard fu la conferma di quanto si fosse equivocato nel giudicare quell’uomo. Senza aggiungere altro, si alzò, con le spalle chine, sentendosi ancora più colpevole di quanto non lo fosse stato entrando, e prese la direzione della porta di uscita. “Ha figli?” lo interpellò ancora una volta, prima di lasciarlo andare. “Sì. Quattro” rispose, ripensando ai coriandoli lanciati in aria dai gemelli, alla dolce nanna della piccolina e al vigoroso abbraccio di Shirley. Poi, mosso da compassione per quell’uomo gentile, come se in quel modo potesse esprimergli il suo rincrescimento, aggiunse: “La maggiore ha l’età della sua”.  Il signor Henrito cambiò espressione. Deglutì a fatica, strabuzzando gli occhi: qualcuno conosceva il suo segreto e forse anche la sua pena.  Sul suo volto allora si palesò una domanda e Richard confermò col capo: sì, aveva visto il video; sì, era dispiaciuto e sì, si rammaricava della triste sorte che gli era capitata. Nessuno dei due disse altro per qualche secondo: non c’erano parole abbastanza potenti da esprimere la sofferenza e nemmeno tanto poderose per riuscire ad alleviarla. “Allora saprà quanto è fortunato!” concluse con voce tremante il povero signor Henrito. Richard annuì silente, poi richiuse la porta alle sue spalle. Era davvero fortunato: ora sapeva di essere l’uomo più ricco del mondo.

 

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