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Emergenza acqua

Mi sveglio al mattino e tendo l’orecchio, alla ricerca del suono che ci è più caro in questo momento: il rumore dell’acqua che stride nelle tubazioni per la pressione esercitata dalla pompa condominiale. Le cose stanno precipitando. Sono circa tre settimane che stanno razionando l’acqua, ma i tempi si stanno sempre più restringendo. Adesso abbiamo a disposizione mezz’ora al mattino e alla sera e un solo quarto d’ora a mezzogiorno e al pomeriggio. Questo condiziona tutta la nostra esistenza e la qualità della nostra vita, ma le previsioni sono di un aggravamento ulteriore della situazione, quindi andrà di male in peggio. Anche l’energia elettrica ne risente, con la conseguenza che l’organo che si occupa della sua distribuzione sta obbligando centri commerciali e hotels a togliere ogni contatto elettrico nelle fasce orarie di maggior consumo. Noi viviamo in hotel (lunga storia che vi racconterò) e, soprattutto la sera, è disagevole muoversi nel buio. Non possiamo nemmeno sederci comodamente a tavola all’ora abituale della cena, perché la cucina funziona a induzione elettrica. Rilassarsi davanti al televisore? Ovviamente no. Resta la possibilità di uscire, ma a piedi non si può, per questioni di sicurezza, e caricare la piccola in auto significa farla addormentare con conseguente arrabbiatura da risveglio forzato, una volta giunti a destinazione. Così non rimane che la soluzione di anticipare la cena e consumarla a lume di candela. La sveglia del mattino è proprio Aurora, che riempie l’appartamento con i suoi risolini festosi. Mio marito inizia a lavorare alle sette, ma a quell’ora l’acqua non ci ha ancora onorato della sua presenza, quindi si lava i denti, aiutandosi con una bottiglia e, prima di uscire, si rinfresca, chino sul piatto doccia, dove c’è la vaschetta piena dell’acqua raccolta la sera precedente. Lavora in un autolavaggio, una vera e propria condanna in questo momento. Il sindaco in persona ieri è passato di porta in porta a far visita a tutte le imprese che hanno a che fare con l’acqua. Non è stata una visita di cortesia: li obbligheranno a lavorare solo per quattro ore al giorno per cinque giorni consecutivi a settimana. Questo significa che le perdite saranno ingenti, ma soprattutto, che si vedranno obbligati ad abbattere i costi del personale con licenziamenti di massa. Cosa significa? Significa fame e miseria per tante famiglie, fame e miseria che incrementeranno una situazione di disagio sociale e criminalità diffusa. Un decreto comunale sta obbligando l’intera comunità a non disperdere acqua: nessuno potrà più utilizzare la piscina, innaffiare orti e giardini, pulire strade e marciapiedi. Tutto mi suggerisce che la gente inizierà a non lavarsi e le malattie si diffonderanno a macchia d’olio. Sono preoccupata, perché Aurora frequenta una scuola e ogni giorno le metto sui capelli una lozione anti-pidocchi. Anche lei oggi non potrà assistere a tutte le lezioni: le scuole sono aperte solo mezza giornata, perché l’emergenza acqua affligge tutti. Negozi e uffici hanno vietato l’uso dei bagni al pubblico e i centri commerciali stanno chiudendo i battenti sempre più frequentemente. Dal mattino alla sera l’acqua sta occupando prepotentemente ogni nostro pensiero. Nella mezz’ora a mia disposizione devo lavare i vestiti, organizzare i pasti del giorno, lavarmi e lavare Aurora e, soprattutto, procedere alla raccolta. Riempiamo tutti i contenitori a nostra disposizione, per poter affrontare la giornata, ma a volte non basta. Il piatto doccia si riempie di vaschette e ogni spazio è occupato da bicchieri e bottiglie colme. Anche una piccola distrazione può generare disagio e nervosismo. Un bambino è maldestro per natura, ma, se cade qualcosa sul pavimento, significa dover sprecare acqua in abbondanza per pulire lo straccio; se succede che una notte si bagna il letto (a tre anni è consentito!) significa che si dovrà impegnare una delle vaschette in cui raccolgo l’acqua con tutte le lenzuola sporche e la giornata si complicherà. Non puoi tirare lo sciacquone, se l’acqua non c’è. Ti lavi a suon di bicchieri, semi-seduta nell’unico angolino disponibile in doccia, se non vuoi rinunciare alla palestra. Lavi i piatti e le verdure con l’aiuto di una bottiglia, se non vuoi arrenderti alla sporcizia. Il pensiero corre velocemente a tutte le persone che non godono nemmeno del beneficio del razionamento dell’acqua, a tutti coloro che vivono nei barrios al centro dell’isola, dove l’acqua arriva ogni venti/venticinque giorni. La verità è io sono ancora una privilegiata, perché posso gestirmi e organizzarmi, ma ci sono persone che non vedono acqua per settimane, bambini che giocano in giardini putridi e si lavano con l’acqua salata del mare, vecchi che perdono ogni diritto alla dignità, perché si vestono con abiti che non possono lavare, che vivono in abitazioni che, poco a poco, si trasformano in latrine senza speranza di recupero. La preoccupazione aumenta quando vedi l’acqua del rubinetto sgorgare di uno strano colore, a volte torbida e opaca, a volte giallognola. Mi chiedo se la povertà estrema di certa frangia della popolazione non cederà alla tentazione di trarre profitto dalla diluizione dell’acqua per consumo umano con quella di mare o, peggio, con qualche altro liquido. Soprattutto, fino a quando sarà sicura l’acqua che beviamo? Sarà casuale l’attuale incremento di malattie che provocano diarrea e vomito? Quello che più mi lascia sconcertata è che in qualsiasi altro paese questa verrebbe chiamata EMERGENZA e verrebbe dichiarato lo STATO DI CALAMITA’. Qui invece tutto appare immobile. La gente non sa se domani ci saranno ancora le condizioni necessarie per la sopravvivenza e nessuno chiede soccorso. Per lo stato estremo in cui versiamo, se dovesse accadere anche il più banale degli incidenti, andremmo incontro alla devastazione, perché non solo manca l’acqua, ma anche i farmaci sono carenti. Le concause si trovano nella negligenza di chi è preposto alla manutenzione degli impianti e di chi dovrebbe occuparsi della gestione delle emergenze, ma anche e soprattutto l’effetto del surriscaldamento del nostro pianeta. Non so cosa ci guadagni una nazione a non ammettere il proprio soccombere e non capisco perché nessun paese si interessi alle migliaia di persone che sono a rischio per questa situazione. Non sono solita alla commiserazione e non è questo il motivo della mia narrazione. Vi ho raccontato tutto questo, solo perché voglio rendervi partecipi di una circostanza al limite della civiltà. Sono credente, ma non credo in un Dio che chiede Amen e condivisioni su internet, tanto meno in un Dio che semina odio e si impone con la guerra. Probabilmente il Dio in cui credo non esiste. Per questo non vi chiederò di pregare per me e per tutte quelle persone che, come me, si trovano in questa difficile situazione di emergenza. Quello in cui credo fermamente, invece, è l’umanità. Credo nella forza d’animo che qualcuno può trasmettere a un altro con un semplice abbraccio, con una parola, con un sorriso. Non tutte le persone che amo sono così vicine perché possa godere di un loro contatto. Abbraccio però è anche sentire attenzione, vedere un commento, avvertire la vostra vicinanza, sapendo che da lontano state condividendo con me e con tutti i venezuelani questa esperienza,  anche semplicemente leggendo. E se domani le cose peggioreranno ulteriormente, il vostro pensiero avrà reso una di queste persone eroina per un giorno: protagonista dei vostri pensieri, anche solo per pochi attimi. E il loro sconforto non sarà stato completamente vano, perché c’era qualcuno ad ascoltare il loro sommesso grido di aiuto.