Archive for aprile 2016

Fuso orario

Avviso importante per voi amici che chiamate dall’Italia: con l’arrivo dell’ora legale, ci separano ben sei ore e mezzo. Prima, con l’ora solare, erano cinque e mezzo, ma dal prossimo 1 Maggio le cose cambieranno. Eh, sì! Perché il Venezuela è l’unico paese al mondo a non adottare l’ora legale e a possedere uno scarto di mezz’ora nel quadrante del fuso orario. Il precedente presidente in carica nel 2007 aveva decretato un arretramento delle lancette dell’orologio, trovando, nella maggior durata del giorno venezuelano, la motivazione per un incremento del progresso. “Così, si agevoleranno tutti i venezuelani, nel lavoro e nello studio” aveva annunciato. Oggi, con la crisi energetica e la siccità che ha colpito il paese, il suo successore ha deciso che un ritorno all’orario normale potrebbe incrementare il risparmio di energia elettrica, luce e acqua. Quindi, amici italiani, adesso potrete telefonarmi alle 12:00 a.m., sapendo che Aurora alle 6:00 a.m. mi ha appena letteralmente scaraventato giù dal letto! Non sono solita parlare di politica, perché preferisco che questo rimanga un sito informativo e privo di influenze partitiche, ma in questo caso una menzione è d’obbligo! Sapete qual è l’altra grande trovata di questo governo per evitare il collasso di energia? Uffici pubblici e lavoratori statali a riposo il mercoledì, il giovedì e il venerdì. Avendo per legge tutelati il sabato e la domenica come giorni festivi, non gli rimane che lavorare il lunedì e il martedì. Praticamente, si ribalta per completo la settimana lavorativa: invece di riposare 2 giorni e lavorarne cinque, si riposeranno 5 giorni e se ne lavoreranno due! Il paradiso per i ‘furbetti del cartellino’! Allo stesso modo, tutti gli studenti della primaria saranno obbligati ad astenersi dall’andare a scuola il venerdì, così le famiglie consumeranno meno, accendendo il condizionatore in casa, uno cada alunno, invece di uno unico per istituto scolastico! Logico, no? Che manovra astuta! C’è già chi sussurra che sia una mossa tattica solo per ritardare il processo di revocazione del presidente, cioè la raccolta di firme per dismetterlo dalla carica. In pratica, per legge si possono prendere 70 giorni lavorativi per controllare le firme e, riducendo la settimana a soli due giorni lavorativi, la cosa si farà notevolmente più lunga. In questo modo, la durata del governo attuale è garantita per altri 9 mesi. Geniale! Poi, ci lamentiamo di Renzi e Mattarella…

Policía acostado

Ci sono molte forme per imparare una lingua. Sembra che quello che mi si addica di più sia l’equivoco ricorrente: capisco sempre una cosa per l’altra! Devo ammettere però che così ho appreso modi di dire che non dimenticherò facilmente. Allo stesso modo, le persone che me le hanno insegnate non dimenticheranno la figuraccia che ho fatto in loro presenza…

Qualche giorno fa, per esempio, ho incontrato un’amica, dopo una notte ‘brava’ per festeggiare il mio compleanno. (Oh, a proposito, grazie per gli auguri!) Mi vede e mi chiede: “Amaneciste con ratones?”. Lì per lì la guardo, stupita. “Si riferirà a qualche invitato alla festa con la faccia da ratto?” penso, mentre la mia mente cerca di ricordare ogni volto alla ricerca di qualche orrida somiglianza. Lei mi scruta a fondo e inizia a ridere. “Ti sei svegliata con i topi, Betty, significa se ti è rimasto il mal di testa del post-sbornia!”. Ahhh! Fortuna che non ho fatto nomi!

Oppure quella volta in cui, sempre lei, mi racconta arrabbiata della sbadataggine del figlio, che ne combina di ogni e dimentica le cose. Poi usa l’espressione “Echa los perros”, che letteralmente significa ‘gettare i cani’. Io mi faccio scura in viso: “Perché si comporta così?”, le chiedo, mentre lei prosegue col suo monologo sul figlio che ha sempre la testa fra le nuvole. “Sì, capisco che perda le chiavi e arrivi tardi la sera, ma perché far del male a dei poveri cagnolini indifesi?”. Improvvisamente si blocca e mi guarda. “Quali cani?”. “Quelli che butta e maltratta…”. Si porta un dito piegato sul mento e mi scruta, mentre nei suoi occhi leggo a caratteri cubitali “che cavolo ha capito questa?”. Ancora una volta scoppia a ridere: “Gettare i cani per una ragazza, vuol dire essere invaghito di qualcuno!”. Ecco! Appunto!

Che dire invece di quella volta in cui mio marito torna a casa dal lavoro e mi spiega che il suo ritardo è dovuto al fatto che ha dovuto ‘dar la cola’ a un amico. Che capireste voi se qualcuno vi dicesse che ha dato la coda a qualcuno?!? Fortunatamente non sono facile ai doppi sensi, però sono rimasta un intero pomeriggio cercando di indovinare che oggetto fosse la ‘cola’. Siccome mi vanto sempre con lui di essere la migliore fra i due a parlare castellano, non potevo certo chiedergli il significato! Allora, dopo aver consultato vari dizionari in internet, ho ipotizzato che l’amico doveva accodarsi a una delle tante file per comprarsi qualcosa da mangiare, come succede spesso qui. Quindi, stando sul vago, ho provato a chiedere: “Per che cosa faceva la coda il tuo amico?”. Con una sonora risata ha celebrato il suo trionfo sulla mia supponenza. “Dar la cola significa dare un passaggio in macchina!”.  Come distruggere la propria autostima in un manciata di parole!

Ma l’episodio più divertente, è stato quando Ileana, una mia cara amica, mi ha accompagnato in una delle mie prime perlustrazioni stradali in auto. Quando arriviamo nel cuore di Villa Rosa, lei inizia a spiegarmi che il paese non gode di una buona fama. “Vedi” mi dice “Questa è una zona un po’ pericolosa di notte. In questo quartiere si nascondono anche persone poco oneste…”. Io, già agitata per essere alla guida in una terra non mia, inizio a sentirmi nervosa. “Poco oneste in che senso?”. “Ladri, rapinatori, assassini…”. Deglutisco e, istintivamente, faccio scattare la chiusura centralizzata dell’auto. Ileana, vedendomi impallidire, cerca rimedio. “Sì, ma non tutti! In macchina sei al sicuro! Guida tranquilla!”. Se lo dice lei… “Sai, la settimana scorsa hanno ucciso un taxista in seguito a una rapina”. Strano modo di tranquillizzarmi! “Poi, tutti gli abitanti di qui hanno cercato i colpevoli e, quando li hanno trovati, hanno tentato di linciarli…”. Ho i brividi su tutto il corpo. Voglio andarmene presto da lì, voglio tornare a casa! Aurora è al sicuro col papà, ma io non lo sarò fino a che non avrò abbandonato questo maledetto luogo. Automaticamente il mio piede preme sull’acceleratore. “Attenta! Un policía acostado!”. Che cosa? Un agente di polizia sdraiato?? Oddio, è la fine! Sicuramente mi sta puntando il mitra addosso! E freno bruscamente, sperando di non attirare la sua ira. Con gli occhi scruto tutta la carreggiata. Ma dove si è cacciato? Perché non lo vedo? “Dov’è?” chiedo, preoccupata a Ileana. “È lì!” e mi indica qualcosa a terra. Spalanco gli occhi, ma proprio non lo vedo. Altro che multa: se è sdraiato a terra, rischio di investirlo! Mi metteranno in galera e butteranno via le chiavi! “Dove? Non lo vedo!” grido quasi disperata, lasciando il volante in segno di resa. Al mio fianco Ileana prende il controllo della situazione e, con uno schiaffetto sulla nuca, mi riporta alla realtà. Le mie pupille vitree per lo spavento si dilatano su di lei. “Betty, un policía acostado è quello! Che cosa stai cercando?”. Solo allora metto a fuoco il dosso a pochi metri dalle ruote della mia auto. Un dosso? Tutto qui? Che sia benedetto! Pigio sull’acceleratore in segno di gratitudine e per poco non buco una gomma. Una cosa è certa: di sicuro non dimenticherò più come si chiama!

 

In spiaggia

L’aspetto più vantaggioso di vivere a Margarita è senza dubbio il suo clima: 365 giorni all’anno a trenta gradi pressoché fissi, senza escursione termica tra giorno e notte o periodi di piogge incessanti (anche se in questo momento sarebbero benedette!). Nonostante il caldo sia intenso e umido, il vento costante rende mite qualsiasi momento della giornata e, se l’arsura ti investe in maniera prepotente, puoi sempre tuffarti nel mare, per rinfrescarti tra sue tiepide onde. Mare e spiaggia sono l’appuntamento fisso della domenica e delle festività per ogni margaritegno che si rispetti, figuriamoci per i turisti!

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Proprio in spiaggia, là dove uno pensa che l’atteggiamento degli esseri umani in costume da bagno sia identico in ogni parte del mondo, si evidenziano enormi diversità di comportamento. Cominciamo col dire che in Italia siamo abituati a chilometri e chilometri di spiagge private, in cui, se non paghi il permesso d’accesso, nemmeno puoi avvicinarti al mare. La mia esperienza in merito risale a qualche anno fa, ma non credo che le cose siano molto differenti da allora. Ero in vacanza sul litorale Tirreno, quando sono stata ripresa dalle autorità del luogo, perché il mio cagnolino di 3 kg era sdraiato al mio fianco sulla sabbia, all’ombra di un arbusto, a circa dieci metri dalla riva. “Gli animali qui non possono sostare!” mi era stato detto. Memore del fatto che la battigia è di proprietà demaniale e, quindi, teoricamente, di pubblico utilizzo, mi sono prontamente alzata: “Allora mi limiterò a camminare sulla riva”. Quanto mai! Vietatissimo! Nessun animale nel mare e nessuna libertà di circolazione, perché il problema è che nelle spiagge non puoi sostare per nessun motivo. Tutte privatizzate! E con un cane… “C’è il rischio che si fermi ad annusare a terra. Se lei si ferma col cane, il proprietario della struttura balneare può chiederle di uscire”. Che cosa?! “Può tenerlo in braccio, ma comunque deve muoversi!”. “Mi inventerò qualche passo di tip tap!”, avrei voluto rispondere per tanta assurdità!

Fortunatamente a Margarita il mare è ancora di proprietà comune e nessuno ti chiede di pagare per vederlo, anzi! Alla spiaggia tutti hanno libero accesso. Sebbene per alcuni tratti siano attrezzate di lettini, ombrelloni e tavolini in affitto, chiunque è libero di mettervi piede, persino se dotato di proprio equipaggiamento. A volte ti senti addirittura un po’ stupido, quando, dopo aver pagato il tuo posto sotto l’ombrellone, qualcuno ti si piazza davanti, coprendoti la visuale del mare, piantandoci il proprio, che si è comprato a minor prezzo il giorno prima al supermercato.

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È molto raro vedere famiglie che giungono alla spiaggia completamente sprovviste di bagaglio e, quando capita, si tratta di turisti che non provengono dal continente latino-americano. Generalmente margaritegni e venezuelani raggiungono la spiaggia nelle ore più calde della giornata, giusto in quegli orari che qualsiasi esperto sconsiglia, perché i peggiori per esporsi al sole. Con loro portano grosse cavas di plastica, veri e propri frigoriferi portatili.

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L’immaginazione porterebbe chiunque a pensare che dentro ci siano cibi di ogni genere e forma, il necessario per un’abbuffata da capodanno. Invece no! Sono assolutamente vuote! Nella carta del menu di ogni ristorante e bar c’è una voce interessante, di cui io ignoravo totalmente l’esistenza: hielo, cioè ‘ghiaccio’.

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Il cliente arriva alla spiaggia, compra il sacco di ghiaccio e lo svuota nel proprio frigorifero portatile. Solo in un secondo momento fanno l’entrata trionfale le casse di birra e rum, fino a qualche minuto prima tenute nascoste in auto. Perché il venezuelano verace non consuma bibite a temperatura ambiente, ma solo ghiacciate a dovere, praticamente congelate! Il cibo da spiaggia? Patatine, platanitos e tortillas, anche se lo spuntino ideale del margaritegno resta la empanada del baracchino più vicino. Inoltre le spiagge sono prese d’assalto dai venditori ambulanti: orecchini, bracciali, pareo, massaggi e oggetti d’artigianato locale, ma, soprattutto, cibo. Mango condito, acqua di cocco, gelati, insalate di frutti di mare, ostriche, obleas, biscotti e frittelle, sono solo pochi esempi di quello che viene venduto.

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Vi è mai capitato di essere al bar e comprare una bottiglietta d’acqua, perché vi vergognate di tirar fuori quella che avete in borsa? Qui non esistono certi scrupoli di coscienza! Puoi essere seduto a un tavolo del bar, all’ombra dell’ombrellone che ti sei portato da casa, mangiando il cibo di un venditore ambulante o del ristorante a lato e nessuno, ripeto NESSUNO, ha qualcosa da ridire. Anzi, se hai voglia di mangiarti qualcosa che lì non trovi, è lo stesso cameriere a consigliarti in quale ristorante puoi trovarlo e, in cambio di un riconoscimento in mancia, ci va lui a prendertelo al tuo posto!
Per i meno oziosi e i più temerari, Margarita offre una varia gamma di attività da spiaggia. Paletta e secchiello sono strumenti indispensabili per dilettare i più piccoli, ma non mancano coloro che si dedicano a qualche lancio con la palla, col frisby o che giocano sul bagnasciuga con le racchette. La mattina i migliori gruppi di yoga, guidati dal loro istruttore, si riuniscono per accogliere l’alba con un sano e spettacolare ‘saluto al sole’.

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Lo sport d’eccellenza però rimane il surf. Margarita è sempre percorsa da venti di discreta potenza e le onde del suo mare, che si stagliano contro una costa sabbiosa priva di barriera corallina, richiamano atleti da tutto il mondo.

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Le signore sfilano sulla battigia incuranti dei chili di troppo e tra un bichini e un altro spicca sempre qualche natica abbronzata e soda, che lascia appena intravedere il filo colorato del tanga. Il topless, invece, non solo non è prassi comune, ma è addirittura vietato. È una pratica così inusuale che persino le bambine (anche le neonate) indossano el traje de titicas , cioè il costume da bagno dotato di parte superiore.
Nelle spiagge facilmente accessibili con l’automobile le famiglie si portano tutto il necessario per una comoda gita al mare. Per un popolo che ha la musica nel sangue, qualsiasi occasione si trasforma in un’opportunità di ballo. Se sulle spiagge mediterranee i meglio attrezzati si muniscono di lettore mp3 e casse portatili, qui semplicemente si apre il baule. Non avete capito male. Il baule. Quello spazio posto sul retro dell’auto atto a essere occupato con tutta la chincaglieria che vi viene in mente, dopo una spesa e per un trasloco. Ebbene, qui, molto spesso, si trasforma in una vera e propria discoteca portatile e le casse invadono ogni suo centimetro quadrato.

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Infine ci sono quelli come me, quelli che amano il mare, ma non sanno stare fermi sotto il sole e si appagano con un bagno rapido, ma non rimangono in acqua per ore. Per noi resta la possibilità di passeggiare in lungo e in largo o guardarsi attorno alla ricerca di curiosità. A volte, quando la spiaggia è meno affollata, puoi perfino fare un fortunato incontro con un granchio. Con i suoi simpatici occhi a binocolo fa capolino dalla sua galleria sotterranea, solo quando è sicuro che nessuno intralcerà il suo cammino. È in grado di rimanere per ore in attesa, con una pazienza e una dedizione incredibili, a dimostrazione del fatto che la natura si rivela in tutta la sua selvaggia bellezza, proprio quando l’uomo fa un passo indietro e lascia al creato la possibilità di godere della sua primitiva libertà.

I COSTI. Quanto costa una giornata in spiaggia? Vi parlerò di euro, perché il discorso in bolivares si complica. Per un ombrellone con due sdraio il prezzo varia da un euro e mezzo, nelle strutture meno eleganti, ai quattro euro dei locali più alla moda. Ovviamente aumenta se affittate anche una o più sedie: circa 50 centesimi di euro cadauna! Se decidete di mangiare pesce fresco alla piastra direttamente in loco, il costo sale, approssimativamente tra i 5 e i 15 euro a piatto. Se vostro figlio vuole merendare con un gelato pagherete all’incirca un euro e se vi fate fare un massaggio plantare dovrete sborsare altri 2 euro. Un cocco, come cocktail tropicale, vi costerà 30 centesimi e una piña colada circa un euro. Più oneroso il vino (dai 4 euro in su), che però vi consiglio di portare sempre da casa, perché difficilmente i ristoranti sulla spiaggia ne sono provvisti. Al bar vi verrà semplicemente richiesto il costo del descorche, cioè 20 centesimi per togliere il tappo e conservarvi il vino nel frigorifero del ristorante.

Porlamar (traducido por Ileana)

La capital económica de Margarita es Porlamar, una ciudad a pleno título. Aquí, sobre todo por la mañana, el tráfico es tan intenso que a veces te olvidas de estar en una isla. Mucha gente, en efecto, se desplaza justo hacia Porlamar para trabajar en las varias actividades comerciales: quien en autobús, algunos en su carro y hay quien va en moto. Difícil es ver en cambio a alguien en bicicleta, medio únicamente relegado a las fuerzas del orden urbano. A las 9 de la mañana las calles principales de Porlamar son un hormigueo único. A menudo alguien va con la radio a todo volumen y la música latina irrumpe con fuerza por la calle.

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Aquí el calor está muy intenso, sobre todo a partir de Mayo. Yo no quiero para nada el frío y considero los 30 grados de Margarita una verdadera bendición, también porque el viento siempre te garantiza el alivio de no sentirte nunca pegajosa por el sudor. Los locales, en cambio, prefieren el fresco, más bien, el frío total. Así, mientras das un paseo, te llegan oleadas de hielo del interior de las tiendas, dónde el aire condicionado no supera nunca los 15 grados. Cuando llegé a Margarita no entendía porque alguien vendía felpas y vestidos pesados en el Caribe: ¡ahora lo sé!

Fácil es encontrar a alguien que empuja un carrito lleno de fruta exótica, madura y de varías pintas que emana un perfume maravilloso. Si tienes la suerte de estar en la parte de arriba de un edificio, podrás gozar de un espectáculo de colores y formas increíbles, casi surreal.

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Los margariteños no son, generalmente, gente particularmente adinerada y tratan de ganarse como pueden el pan cotidiano. La mayor parte de ellos vive de la pesca y de lo que consigue. Siendo, en cambio, libre por ley la posibilidad de hacer el vendedor ambulante, a lo largo de la calle encuentras quien vende agua fresca, café y té negro, quién vende tizana y helados. Los más dichosos preparan un pequeño tarantin y sobre el banco exponen bisutería de cada tipo con perlas blancas y rosas, souvenirs con la inscripción “Margarita”, lentes para el sol, cd y dvd grabados y objetos de cualquier género.

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Luego, normalmente situado en una esquina de la calle, hay los que prefiero: los banquetes que preparan comidas típicas locales, predominando lo frito, y los que te hacen jugo de fruta natural y jugo de naranja de un sabor único. Mejor organizados se encuentran uno a lado de otro en la que aquí es definida como la ‘calle del hambre’ dónde la distribución de la comida dura hasta tarde noche.

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La sensación que se tiene, paseando por las calles, es encontrarse en una ciudad que, apenas surgida, tenía que ser una de las mas modernas, pero, ahora es vieja, sucia y descuidada. Las aceras están hechas de pequeños ladrillos rojos que están llenas de hoyos peligrosos y algunas tapas de las tanquillas han cedido con el tiempo, dejando vislumbrar la oscuridad de la profundidad a su interior. Los palos de la electricidad son un montón de hilos enredados de algún modo, a veces también a altura de hombre.

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En el centro antiguo dignos de relevancia son la plaza Bolívar, donde se erige la iglesia y dónde puedes encontrar los lustradores de zapatos: a cambio de una remuneración en dinero, quienquiera puede sentarse en sillas ligeramente elevadas, dónde un profesional limpia y lustra zapatos varios.

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Siempre en el centro hay la posibilidad de pasear por los Boulevard, calles de acceso puramente peatonal, dedicadas exclusivamente al comercio. Sobre ambos lados del Boulevard hay tiendas de cada género, predominantemente de propiedad árabe y china. Aquí el nivel de integración es decididamente alto: la tolerancia es joya de la corona de este pueblo y la convivencia civil no ha creado nunca problemas. Muchos edificios son ruinosos y desteñidos de la sal y del sol. Desplazados en posición central hay barrios en todo sitio, casas populares en monobloque destinados a las familias más pobres.

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Sin embargo, si observa Porlamar de la costa, es espectacular, sus inmuebles y rascacielos.

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Quien ha tenido el placer de venir a Margarita hace años, cuenta del verdadero paraíso que fue, bonita y rica. Hoy no resplandece como antes, pero tiene el poder de ejercer un atractivo particular sobre quien le permite conocerla a fondo. Quizás no vuelva jamás a brillar como en un tiempo, pero a mí me gusta creer que se recuperará. Tengo que creerlo! Porque el futuro todavía es todo que escribir y Margarita todavía tiene mucho que contar.

Piccole cose che fanno la differenza

Sapete in cosa si contraddistinguono un italiano da un venezuelano? Provate a chiedere a ciascuno dei due di contare con le dita e lo scoprirete! Avanti! Fatelo! Con che dito iniziate la conta fino a dieci? Avete alzato il pollice per primo? Siete senza dubbio italiani! Perché? Come farebbe un venezuelano? Guardate!

Piccole cose che fanno la differenza!

Porlamar

Il capoluogo economico di Margarita è Porlamar, una città a pieno titolo. Qui, soprattutto al mattino, il traffico è così intenso che spesso ci si dimentica di essere su un’isola. Moltissima gente, infatti, si sposta proprio verso Porlamar per lavorare nelle varie attività commerciali: chi in autobus, chi in macchina, chi in motorino. Difficilissimo è invece vedere qualcuno in bicicletta, mezzo relegato unicamente alle forze dell’ordine urbane. Alle 9 del mattino le strade principali di Porlamar sono un brulichio unico. Spesso passa qualcuno con la radio a tutto volume e la musica latina irrompe con forza per la via.

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Il caldo qui è molto intenso, soprattutto a partire da Maggio. Io non amo affatto il freddo e considero i 30 gradi di Margarita una vera benedizione, anche perché il vento ti assicura sempre il sollievo di non sentirti mai appiccicosa  per il sudore. I locali, invece, prediligono il fresco, anzi, il freddo totale. Così, mentre passeggi, ti arrivano ondate di gelo dall’interno dei negozi, dove l’aria condizionata non supera mai i 15 gradi. Appena giunta a Margarita non capivo perché qualcuno vendesse felpe e abiti pesanti ai Caraibi: ora lo so!

Facilissimo è imbattersi in qualcuno che spinge un carretto pieno di frutta esotica, matura e variopinta che sprigiona un profumo meraviglioso. Se hai la fortuna di trovarti in alto, da lassù puoi godere di uno spettacolo di colori e forme davvero incredibile, quasi surreale.

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I margaritegni non sono, in genere, gente particolarmente facoltosa e cercano di guadagnarsi il pane quotidiano come possono. La maggior parte di loro vive di pesca e di stenti. Essendo, però, libera per legge la possibilità di fare l’ambulante, lungo la strada trovi chi vende acqua fresca, chi caffè e tè nero, chi macedonia e gelati. I più fortunati allestiscono un piccolo gazebo e sul banco espongono bigiotteria di ogni tipo con perle bianche e rosa, souvenirs con la scritta “Margarita”, occhiali da sole, cd e dvd masterizzati e oggettistica di ogni genere.

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Poi, normalmente situati in un angolo della via, ci sono quelli che preferisco: i banchetti che preparano cibi tipici locali (prevalentemente fritti) e quelli che ti fanno succo di frutta naturale e spremute di arancia dal sapore unico. Meglio organizzati si trovano uno fianco all’altro in quella che qui viene definita la calle del hambre, cioè la via della fame, dove la distribuzione del cibo dura fino a tarda notte.

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La sensazione che si ha, passeggiando per le vie, è quella di trovarsi in una città che, appena sorta, doveva essere una delle più all’avanguardia del tempo, ma, adesso è vecchia, logora e trascurata. I marciapiedi lastricati di mattoncini rossi sono pieni di buche pericolose e qualche chiusino è ceduto da tempo, lasciando intravvedere il buio della profondità al suo interno. I pali dell’elettricità sono un ammasso di fili aggrovigliati in qualche modo, spesso anche ad altezza d’uomo.

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Nel centro storico degni di rilevanza sono la piazza Bolivar, dove si erige la basilica e dove puoi trovare i lustratori di scarpe: in cambio di un compenso in denaro, chiunque può accomodarsi su delle sedie leggermente rialzate, dove un professionista pulisce e lucida calzari di vario genere.

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Sempre in centro c’è la possibilità di passeggiare per le Bulevard, vie di accesso puramente pedonale, esclusivamente dedicate al commercio. Su ambo i lati delle Bulevard ci sono negozi di ogni genere, oggi prevalentemente di proprietà araba e cinese. Il livello di integrazione qui è decisamente alto: la tolleranza è fiore all’occhiello di questo popolo e la convivenza civile non ha mai creato problemi. Molti palazzi sono fatiscenti e scoloriti dal sale e dal sole. Dislocati in posizione meno centrale ci sono barrios ovunque, case popolari in monoblocchi destinati alle famiglie più povere.

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Eppure, se osservi Porlamar dalla costa, è spettacolare per i suoi stabili e grattacieli.

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Chi ha avuto il piacere di venire a  Margarita anni fa, racconta di quanto fosse bella e ricca, un vero paradiso. Oggi non splende come allora, ma ha il potere di esercitare un fascino particolare su chi le consente di conoscerla a fondo. Forse non tornerà mai più a brillare come un tempo, ma a me piace credere che si risolleverà. Devo crederlo. Perché il futuro è ancora tutto da scrivere e Margarita ha ancora tanto da raccontare.

 

Buenos dias!

“Oh!” esclamo stupita appena metto piede sul terrazzino. “Buenos dias!” aggiungo ironica, abbozzando un sorriso alle persone che mi si parano davanti. “Buenos dias!” mi rispondono loro per niente sarcastici, ma molto cordiali. “Desiderate del caffè, acqua, biscotti?” chiedo ai miei interlocutori. “No, grazie. Magari un po’ d’acqua fresca tra un po’, ma il caffè l’abbiamo preso prima di iniziare a lavorare.” Mi dice uno dei due, mentre l’altro si è chinato a prendere qualcosa, sparendo dalla mia vista. “Ah, perfetto!” rispondo io e mi defilo rientrando in casa. Per fortuna mi sono messa qualcosa addosso, perché è mia consuetudine uscire sul terrazzino in mutande a fare colazione! Imbarazzata, mi giro e guardo incredula all’esterno. Non posso, non voglio crederci! Due operai semi-vestiti sono sospesi ad una decina di metri d’altezza con i piedi scalzi, intenti a ritinteggiare la facciata del palazzo. Mi sono appena svegliata o sto ancora dormendo? No, no! Sono proprio lì fuori! Di  tanto in tanto si tolgono l’imbracatura per il caldo e sollevano il cappello per asciugarsi il sudore dalla fronte con l’avambraccio. Altro che elmetti, scarpe anti-infortunistiche e protezioni! Il ponteggio è costituito da due assi in orizzontale sollevate da carrucole fissate sul tetto. Solo un’asticella posta a mo’ di staccionata ostacola la loro eventuale e accidentale caduta verso il basso. Rifaranno così tutta la facciata e il palazzo conta almeno dodici piani. Torno fuori. “Non avete paura?” chiedo, terrorizzata per loro. “No, è il nostro lavoro!” mi dicono con una calma tale che non può che tranquillizzarmi.

Ci saranno pure abituati, ma vi giuro che è parecchio inquietante vederli lavorare a certe altezze, a volta senza la minima protezione. Se poi succede che il rifacimento è della facciata che dà verso la strada, augurati di non dover passare di là, perché non esiste segnaletica che ti avvisi dei lavori in corso. Devi sperare che qualcuno degli operai abbia un minimo di coscienza e, almeno, metta a terra del nastro colorato per delimitarne l’area. Il rischio è che cada qualcosa dall’alto e ti arrivi direttamente in testa. Problemi? No, nessuno si pone il problema finché non capita e, visto che finora non è mai capitato… Quando invece si procede alla tinteggiatura, è necessario ricordarsi di non parcheggiare nei paraggi, o l’auto che avevi lasciato in sosta, fiera della sua carrozzeria pulita, si ridurrà come se fosse stata posta per venti giorni sotto alberi  saturi di resina biancastra. Se passeggi nei dintorni, ti sentirai punzecchiare da una leggera pioggia di vernice, che  ti si accanirà contro fino a che avrai svoltato il tanto agognato angolo a un’opportuna distanza di sicurezza.

Margarita è anche questo: l’incoscienza del pericolo e il coraggio di affrontarlo; persone disposte a qualsiasi cosa pur di arrivare alla fine del mese. Non sono certo gli schiavi dell’antico Egitto, ma sono pur sempre uomini che sfidano la morte a decine di metri sotto di loro, magari per due soldi. Non posso fare a meno di pensarci, mentre fuori la brezza fa dondolare le funi che sostengono il ponteggio, mentre il mare in lontananza crea un’atmosfera surreale. Non esistono enti che si facciano carico davvero del peso umano che queste persone danno al lavoro. Esiste la fame e la necessità di provvedere alle esigenze basilari della famiglia. Con quello che guadagneranno probabilmente non riusciranno nemmeno ad arrivare alla fine del mese, ma sono disposti a provarci. Per un popolo che in molti disprezzano chiamandolo ladro e fannullone, io ci vedo molta dignità.

La Piñata

Per ogni venezuelano la festa è una cosa sacra. Qualsiasi motivo dà adito a un festeggiamento. Oltre alle festività nazionali, regionali e municipali, ci sono quelle religiose, ma, soprattutto, quelle dell’ultimo momento. Ebbene sì! Qui ci si inventa fautori di festività dall’oggi al domani e questa è una prerogativa tutta venezuelana. Che io sappia è l’unico paese al mondo che riconosce al singolo il diritto di far festa, sancito per legge. Così è del tutto naturale che qualcuno possa indire una discoteca in casa propria nel cuore della notte. L’importante è che non si invada il suolo pubblico. Pertanto, non scomodatevi a chiamare le forze dell’ordine, se vi arreca disturbo la musica che rimbomba a decibel indescrivibili, come se le casse fossero proprio in camera vostra. Spiacenti, ma non potrete farci proprio niente! Perché se la musica proviene da amplificatori acustici posti in un’abitazione privata, nessuno può obbligare il cittadino ad abbassare il volume, nemmeno se sono le due di notte e le casse sono rivolte all’esterno con le finestre spalancate.

La musica è corpo e anima della festa: in casa, in auto, per la strada, nei negozi, nelle spiagge…ovunque incalza il ritmo, un ritmo che si fa musica, mentre il corpo si muove sinuoso in passi liberi da ogni schema, sospinti solo dal battere e dal levare. Non c’è divertimento senza musica e non c’è festa senza piñata.

La piñata è un contenitore in cartapesta ricoperto di lustrini e dalle forme più stravaganti. Ogni ricorrenza ha la sua piñata, generalmente rispettosa del tema che fa da collante per l’occasione. È un oggetto immancabile, che penzola da qualche parte in attesa di diventare protagonista del divertimento. Nel cuore della festa, con la musica di sottofondo e l’incitamento della gente che sta attorno, a turno ci si impadronisce di un bastone in cartone pesante o plastica e ci si accanisce contro nel tentativo, solitamente vano, di farne una breccia per potersi appropriare del suo contenuto.

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Normalmente all’interno si nascondono caramelle e oggetti di vario genere mischiati ad una variopinta e scenografica cascata di coriandoli. È così ricco che la padrona di casa si dota di sacchetti da distribuire ai partecipanti, uno per ciascuno, indipendentemente dall’età, affinché ci rifilino dentro quello di cui sono riusciti a entrare in possesso. E vi assicuro che non è cosa facile, perché l’assalto alla piñata è un regresso all’infanzia. Avete presente quando eravate bambini e l’adulto del momento lanciava in aria le caramelle e voi eravate nella mischia alla ricerca del vostro dolce sparso sul pavimento? Io, allora come ora, mi defilo sempre e attendo che la folla inferocita si calmi e torni al suo posto. Non mi interessa partecipare al trambusto: mi diverto di più a guardare la massa che sembra impazzire, alla ricerca di quella tanto agognata caramella che io, con tutta calma, raccolgo da terra, quando il frastuono è terminato. Perché nella foga si pensa sempre che l’erba del vicino sia la più verde e, puntualmente, qualcuno si dimentica di guardare sotto il proprio naso. Chissà, forse per questa gente la piñata è così importante proprio perché in qualche modo è una metafora dell’esistenza. C’è chi arranca e chi afferra, chi retrocede e chi avanza, chi vince e chi perde, chi divora e chi resta a bocca asciutta. Più probabilmente, però, è un banale contenitore di sorprese, che ogni volta che mostra la sua presenza ti regala la libertà di farti tornare bambino, così da poterti abbandonare, anche solo per un momento, al dolce sapore della spensieratezza.