Buenos dias!

“Oh!” esclamo stupita appena metto piede sul terrazzino. “Buenos dias!” aggiungo ironica, abbozzando un sorriso alle persone che mi si parano davanti. “Buenos dias!” mi rispondono loro per niente sarcastici, ma molto cordiali. “Desiderate del caffè, acqua, biscotti?” chiedo ai miei interlocutori. “No, grazie. Magari un po’ d’acqua fresca tra un po’, ma il caffè l’abbiamo preso prima di iniziare a lavorare.” Mi dice uno dei due, mentre l’altro si è chinato a prendere qualcosa, sparendo dalla mia vista. “Ah, perfetto!” rispondo io e mi defilo rientrando in casa. Per fortuna mi sono messa qualcosa addosso, perché è mia consuetudine uscire sul terrazzino in mutande a fare colazione! Imbarazzata, mi giro e guardo incredula all’esterno. Non posso, non voglio crederci! Due operai semi-vestiti sono sospesi ad una decina di metri d’altezza con i piedi scalzi, intenti a ritinteggiare la facciata del palazzo. Mi sono appena svegliata o sto ancora dormendo? No, no! Sono proprio lì fuori! Di  tanto in tanto si tolgono l’imbracatura per il caldo e sollevano il cappello per asciugarsi il sudore dalla fronte con l’avambraccio. Altro che elmetti, scarpe anti-infortunistiche e protezioni! Il ponteggio è costituito da due assi in orizzontale sollevate da carrucole fissate sul tetto. Solo un’asticella posta a mo’ di staccionata ostacola la loro eventuale e accidentale caduta verso il basso. Rifaranno così tutta la facciata e il palazzo conta almeno dodici piani. Torno fuori. “Non avete paura?” chiedo, terrorizzata per loro. “No, è il nostro lavoro!” mi dicono con una calma tale che non può che tranquillizzarmi.

Ci saranno pure abituati, ma vi giuro che è parecchio inquietante vederli lavorare a certe altezze, a volta senza la minima protezione. Se poi succede che il rifacimento è della facciata che dà verso la strada, augurati di non dover passare di là, perché non esiste segnaletica che ti avvisi dei lavori in corso. Devi sperare che qualcuno degli operai abbia un minimo di coscienza e, almeno, metta a terra del nastro colorato per delimitarne l’area. Il rischio è che cada qualcosa dall’alto e ti arrivi direttamente in testa. Problemi? No, nessuno si pone il problema finché non capita e, visto che finora non è mai capitato… Quando invece si procede alla tinteggiatura, è necessario ricordarsi di non parcheggiare nei paraggi, o l’auto che avevi lasciato in sosta, fiera della sua carrozzeria pulita, si ridurrà come se fosse stata posta per venti giorni sotto alberi  saturi di resina biancastra. Se passeggi nei dintorni, ti sentirai punzecchiare da una leggera pioggia di vernice, che  ti si accanirà contro fino a che avrai svoltato il tanto agognato angolo a un’opportuna distanza di sicurezza.

Margarita è anche questo: l’incoscienza del pericolo e il coraggio di affrontarlo; persone disposte a qualsiasi cosa pur di arrivare alla fine del mese. Non sono certo gli schiavi dell’antico Egitto, ma sono pur sempre uomini che sfidano la morte a decine di metri sotto di loro, magari per due soldi. Non posso fare a meno di pensarci, mentre fuori la brezza fa dondolare le funi che sostengono il ponteggio, mentre il mare in lontananza crea un’atmosfera surreale. Non esistono enti che si facciano carico davvero del peso umano che queste persone danno al lavoro. Esiste la fame e la necessità di provvedere alle esigenze basilari della famiglia. Con quello che guadagneranno probabilmente non riusciranno nemmeno ad arrivare alla fine del mese, ma sono disposti a provarci. Per un popolo che in molti disprezzano chiamandolo ladro e fannullone, io ci vedo molta dignità.

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