Archive for maggio 2016

Cocco bello!!!

Le palme a Margarita sono piante che crescono spontaneamente in ogni parte dell’isola, insediandosi prevalentemente lungo la costa. La visuale delle loro larghe foglie verdi, in netto contrasto con l’azzurro intenso del cielo, mentre ondeggiano al ritmo del vento, trasmettono una divina sensazione di relax. image

Quasi sempre sotto la cortina circolare delle foglie, appaiono dei frutti ovali di varie dimensioni: los cocos. In Italia siamo abituati ad apprezzarne il sapore in rare occasioni e in genere accompagnati dal richiamo tipico del venditore: ‘Cocco! Cocco bello!’. Qui questo frutto non ha bisogno di presentazioni e viene consumato quotidianamente, ma quasi mai in pezzetti conservati nel ghiaccio da addentare come fresco spuntino: quella è un’usanza atipica nei paesi caraibici. Partiamo dalla buccia del cocco. Chi come me ignorava che il cocco avesse una buccia? Ebbene, sì! All’esterno questo frutto prezioso non si presenta col guscio scuro e barboso che inutilmente tutti almeno una volta nella vita abbiamo provato a sfondare a pugni. Prima di quello, c’è uno strato di concha compatta ma penetrabile, che va dal verde al giallo-arancio a seconda del grado di maturazione e si sfoglia più o meno facilmente con l’aiuto di un coltellino.

IMG_20160417_112915

Nel periodo in cui il cocco non è ancora completamente maturo, la sua polpa è un sottile strato gelatinoso che racchiude un cuore liquido e zuccherino: el agua de coco. Giornalmente viene raccolto, imbottigliato e venduto. É un liquido molto buono, leggermente opaco, dalle note proprietà dissetanti. A Margarita, soprattutto in questo momento difficile dal punto di vista sanitario, è usato come valido supporto vitaminico, consigliatissimo in caso di diarrea. La bevanda più tipica che se ne ricava è la cocada: un cocktail  a base di latte, acqua di cocco e, per uno stomaco forte, un goccio di rum.

image

La polpa dura che conosciamo tutti, invece, è utilizzata, pressoché sempre rallada (grattugiata), soprattutto in pasticceria, per la preparazione di dolci e gelati dal gusto unico. Nemmeno il guscio finisce in pattumiera. Quando si riesce a ricavarne due parti perfettamente concave, si usa come originale piatto da portata o come contenitore da freezer per il gelato fatto in casa. Se proprio non si sa come utilizzarlo, si può farne uno stravagante portacenere e c’è chi lo usa per creare delle straordinarie opere di artigiano artistico locale. Sminuzzato e mischiato con aloe è perfetto per minuzioso scrub della pelle.

IMG_20160413_125056_edit

Il modo in cui preferisco consumarlo io è in spiaggia, come prelibato drink analcolico e naturale. È necessario che qualcuno, fornito di macete, gli crei un foro in alto, per  poterci infilare una cannuccia e attingere al suo nettare.

IMG_20160413_122001

Consiglio: eleggete con cura colui al quale decidete di affidare questo compito importantissimo, perché a quanto pare questo procedimento fa ‘saltare’ qualche goccia di mallo che macchia indelebilmente i tessuti. Così chi vi prepara il cocco é costretto a togliersi la camicia… A buon intenditor… Coccooo! Cocco bellooo!!

IMG_20160511_144705_edit

 

 

Amare riflessioni

Osservo da vicino questo paese sprofondare giorno dopo giorno nel baratro. Quotidianamente rimaniamo in attesa, come dopo il lancio di un sasso in un pozzo senza fine. I supermercati si svuotano, i farmaci scarseggiano, la miseria e l’insicurezza crescono. Sul volto della gente compaiono i segni dell’umiliazione, della stanchezza e della preoccupazione, mentre sulle nostre labbra troneggiano parole di rabbia, frustrazione e lamento. Eppure, ancora una volta, trionfa l’incapacità di reagire. Spinti dalla paura, ci nascondiamo dietro un velo di tolleranza per una situazione che, francamente, tollerabile non è. E tutto mi riporta a delle tristi considerazioni che ho già dovuto affrontare, quando ho lasciato l’Italia. La verità è che pochissimi hanno il coraggio di destabilizzare il proprio, seppur minimo, equilibrio alla ricerca di un appiglio più stabile. Perché tra un passo e l’altro è troppa la paura di cadere. È il male del nostro secolo, quello che ci rende complici nelle polemiche su internet, quando non dobbiamo metterci la faccia, ma che ci mette gli uni contro gli altri, quando la realtà ci chiede di decidere chi deve scagliare la pietra per primo. Individualismo. Finché io sto bene, il tuo dolore mi dispiace, ma non mi smuove. Chi se ne frega del poveraccio che fruga nella pattumiera per recuperare un pezzo di cibo, finché improvvisamente mi licenziano e mi trovo sul lastrico. Chi se ne frega se sporco il mare dove vado in vacanza, finché l’inquinamento si propaga nelle falde acquifere a cui io stesso attingo per bere. Chi se ne frega della guerra in medio-oriente, finché i terroristi non piazzano bombe in casa nostra. Chi se ne frega se il Venezuela o il Burundi sono sull’orlo della guerra civile… Ciascuno di noi (me compresa) avanza giustificazioni più o meno comprensibili e si abbarbica ad esse come lo scoglio della propria salvezza. Anneghiamo, a tal punto sommersi dalle nostre difficoltà, che non troviamo né il tempo né l’aria sufficienti per occuparci di quelle degli altri. Eppure basterebbe un po’ più di umanità: allungare la mano al nostro vicino, abbracciare la sua causa e sostenerlo nella sua battaglia. Prima o poi, qualcuno dovrà smettere di limitarsi a fare i conti con se stesso e affrontare il marcio che lo circonda. Se proseguiamo col nascondere la testa sotto la sabbia, il suo problema diventerà il nostro problema, con un grado di intensità maggiore, dovuto ai continui rimpalli di responsabilità. Non è un rimprovero, ma semplicemente l’amara riflessione di chi vorrebbe fare di più, ma non riesce, non può… Perché è più facile aspettare che qualcun altro agisca al posto nostro. Compiere il balzo per primi richiede la forza di un leone e noi siamo SOLTANTO uomini…

Aurora e l’inno nazionale

 

Il 25 di questo mese si festeggia il trentacinquesimo anniversario del decreto che rese nel 1881 ‘Gloria la bravo pueblo’ l’inno nazionale di questo stato. Quando si parla di inno nazionale, la bocca si torce in uno sbadiglio spontaneo. Prometto che non vi annoierò oltre con la spiegazione dei suoi versi, né mi cimenterò in un excursus storico. Semplicemente voglio rendervi partecipi della musicalità e della bellezza dell’inno che a mio parere è davvero il più piacevole che abbia mai ascoltato. Il patriottismo qui è ancora un valore molto sentito. Aurora a malapena conosce quello italiano, ma sa perfettamente a memoria quello venezuelano, fin da quando era piccolissima, perché i bambini sono educati nelle scuole (sia pubbliche che private) all’osservanza dell’atto civico per eccellenza. Prima dell’inizio di ogni lezione alle 7.30 in punto, tutti gli studenti si preparano in ordine nel cortile con le mani raccolte dietro la schiena e cantano insieme prima l’inno nazionale e poi quello regionale. Proprio così! Qui ogni regione ha una canzone a sé dedicata. In questo video aveva da pochissimo compiuto i due anni. Godetevela! È uno spettacolo di tenerezza!

Chiudo con un simpatico episodio che si è verificato l’anno scorso, al rientro in Venezuela, dopo un breve soggiorno in Italia. Giunto al termine del suo lungo viaggio, l’aereo si stava preparando all’atterraggio a Caracas. In quei brevi istanti il tempo sembra fermarsi e il silenzio predomina, rendendo l’atmosfera carica di tensione. Tutto sembra sospeso in un intervallo che sembra infinito e ci si dispone in posizione eretta, con i muscoli addominali contratti. Qualcuno stringe la mano al proprio vicino, qualcun altro chiude gli occhi in attesa, altri si fanno il segno della croce o guardano fuori dal finestrino, fingendo indifferenza, ma tutti, proprio tutti, attendono la sollecitazione delle ruote dell’aereo in appoggio sul suolo. Quella volta non è stato diverso. Nell’esatto istante in cui le ruote dell’aereo si posavano su terra venezuelana, in mezzo al silenzio generale, con un tempismo inaspettato, ecco che sento la vocina di Aurora al mio fianco che urla con forza: “A las uno, a las dos y a las tres… Gloria la bravo pueblo que el yugo lanzo…”. Si è messa a cantare l’inno venezuelano a squarciagola!!! Vi lascio immaginare l’ilarità generale che ne è scaturita. Ovviamente sono scoppiati tutti quanti in una risata spontanea, quasi al limite della commozione e l’applauso, normalmente dedicato al pilota, questa volta era tutto per lei. Ho ricevuto una serie infinita di complimenti e ho fatto il pieno di soddisfazioni. In molti mi hanno anche concesso la loro benedizione di benvenuto! Che poi la crisi di questo stato sia andata peggiorando non credo sia dovuta a qualche maledizione. O forse invece, tra i molti che applaudivano, c’era qualcuno che dormiva…

Di seguito vi lascio i link per ascoltarne la versione ufficiale, sia di quello nazionale (Gloria al Bravo pueblo), sia di quello regionale (Gloria a Margarita). Buon anniversario di inno a tutti!!!

 

 

Sicurezza

La nota davvero dolente di Margarita e di tutto il Venezuela è la sua sicurezza. Nonostante ci sia una massiccia presenza di forze dell’ordine e militari che sorvegliano la città, i furti sono all’ordine del giorno. Soprattutto quando cala la sera, le attività commerciali chiudono e il buio inghiotte tutto, è buona regola non addentrarsi a piedi nel centro, sicuramente mai da soli e comunque sempre privi di gioielli o abiti firmati. Durante il giorno basta seguire certe regole di buona condotta per evitare incontri poco piacevoli. Io generalmente esco di casa al mattino, verso le nove e mezzo, orario di apertura dei negozi. Uno straniero ha di per sé lo ‘svantaggio’ di provenire da zone dove la moneta è nettamente più forte (euro e dollaro), quindi per i malintenzionati è la vittima sacrificale perfetta! Una delle norme fondamentali da seguire è quella di non dare troppo nell’occhio. Per passare inosservata, indosso quasi sempre le stesse cose: maglietta colorata dall’aspetto sgualcito e pantalone di jeans a tre quarti, perché più appari trasandata, meno risulti attraente per una rapina. Purtroppo, ho una carnagione piuttosto pallida, tipo bianco-cadavere e puntualmente mi ritocco le meches bionde: dubito che possano confondermi per una venezuelana! Infatti, appena qualcuno mi avvicina, subito mi chiede: “Di dove sei?”, ancor prima che io apra bocca e metta in evidenza il mio accento marcatamente italiano, anzi peggio, bresciano! Perché nonostante abbia acquisito scioltezza, parlando spagnolo, tutto quello che esce dalla mia bocca ha una netta cadenza cantilenante, tipica solo della più profonda Val Camonica. Nelle vie del centro è assolutamente vietato portare gioielli. Per togliermi da ogni possibile pasticcio non indosso nemmeno chincaglieria di bigiotteria. Ovviamente bandisco l’uso dei tacchi: troppo scomodi in caso di rapida fuga! I soldi li distribuisco nelle varie tasche e metto fazzoletti e cellulare nella borsa di mia figlia a tracolla, perché la mia mente malata pensa che un rapinatore possa farsi scrupolo a rubare la borsa di una bambina. Anzi, la maggior parte delle volte il cellulare non lo porto proprio, perché se suona mi sentirei obbligata a rispondere, mettendo a repentaglio la mia sicurezza. Da quasi due anni sto usando uno smartphone niente male, ma, per renderlo meno appetibile a un probabile borseggio, l’ho fasciato con del nastro isolante in basso. Questo solo per far sì che i ladri pensino che sia danneggiato. Poco importa se lo scotch copre le funzioni di accensione e di navigazione del cellulare e ogni volta devo lottare con esso e strapparne un pezzetto per visualizzare cosa c’è scritto! Oggi ho chiesto ad Aurora di accompagnarmi in centro. Orgogliosa del fatto che lei stia camminando a mio lato, tranquilla e attenta come una piccola adulta, tolgo dalla sua borsa delle Principesse il mio cellulare e chiedo a un passante di farci una fotografia. Non mi rendo subito conto che il tipo sorride a trentadue denti, vedendo il mio telefonino. Quando gli dico di togliere un po’ di scotch dall’apparecchio per facilitare lo scatto, appare visibile la sua marca piuttosto ricercata e il suo sorriso si allarga. Io sorrido a mia volta, pensando che lui si stia rallegrando per tanto amore materno. Quando mi dice mi mettermi in posa, io abbraccio Aurora e mi giro per darle un bacio sulla guancia. Nemmeno il tempo di voltarmi e il tipo sta correndo rapidissimo in direzione opposta alla nostra. Che strano… Avrà visto qualcosa che l’ha spaventato a morte? Istintivamente prendo in braccio mia figlia e mi guardo attorno. Tutto normale. Non ho il coraggio di chiamarlo. Nemmeno so come si chiama! Non mi sfiora nemmeno il pensiero di rincorrerlo. “Tornerà!”, penso. “Avrà avuto un contrattempo urgente”. Aurora, più sveglia di me, mi guarda e mi chiede: “Mamma, ti ha rubato il telefono?”. Sta a vedere che… Forse mi ha fregato davvero! Beh, certo! Quando mi hanno descritto le regole di sopravvivenza alle rapine, nessuno mi ha mai detto che non dovevo consegnare spontaneamente la merce al rapitore, prima ancora che me la chiedesse! Per sentirmi meno stupida, dovrò inventarmi che quello mi aveva puntato una pistola in fronte! C’è un problema: non si tappa la bocca a una bimba di tre anni che non vede l’ora di spifferare tutto a tutti! Anche stavolta mi porto a casa il premio dell’allocca d’oro! “Mamma!”. Bizzarro! La voce mi sembra provenire da fuori, ma Aurora mi sta dando la mano e siamo l’una di fianco all’altra. “Mamma, mi fai il lattino?”. La guardo e improvvisamente mi accorgo che non le tengo più la mano e al mio lato c’è un cagnolino che scodinzola e sembra sorridermi. Cosa?! “Mamma, svegliati! Mi fai il lattino, per favore?”. Non ho voglia di aprire gli occhi, ma il peso delle palpebre mi distoglie dal tenero sguardo del cucciolotto che stavo fissando fino a pochi secondi fa. “Mamma sei sveglia? Mi prepari il lattino? Ho fame!”. Improvvisamente mi sento sollevata. È stato solo un incubo e allungo una mano per cercare il cellulare a conferma dei miei sospetti. Sì! Ce l’ho! È stato davvero un sogno! “Mamma, perché guardi il cellulare? Hai paura che te lo rubi?”. Sorrido istintivamente e mi metto seduta sul letto. “No, amore! Ho fatto un sogno strano… E comunque non ho paura che me lo rubi tu…”. “Chi allora? Il signore che voleva farci la fotografia?”. Spalanco gli occhi. Per un attimo resto immobile. Non ho la più pallida idea di come sia emersa la mia avventura onirica, ma sono troppo stanca per perdere inutile tempo, interrogandomi al riguardo! Aurora è qui con me, il telefono anche e nessuno dovrà dare spiegazioni per un furto che non è avvenuto. Fine! Una cosa è certa però: farò tesoro del mio realistico sogno! La prossima volta devo assolutamente ricordarmi di uscire con la borsa di Peppa Pig: quella delle Principesse è troppo chic!

In attesa dal dottore


Oggi sono andata dal dentista. È andata bene: solo mezz’ora di ritardo! Le prime volte mi arrabbiavo moltissimo, poi ho scoperto che l’arrabbiatura non fa male che a se stessi. I margaritegni sono il popolo più tollerante che conosca e cercare di imporre le proprie idee, alzando la voce, li mette a disagio e li indispone. In pratica, più ti arrabbi e più loro ti scansano, come se improvvisamente venissero avvolti nell’ovatta e non potessero sentirti. Per far valere le tue ragioni qui devi sempre essere gentile, mandare a quel paese con eleganza e toni delicati. Poi, è vero che sono ritardatari per indole e refrattari alla puntualità per nascita, però è anche vero che lo studio e la cultura dovrebbero quanto meno mitigare le attitudini primitive di ciascuno. Per questo considero la categoria ‘dottori’ di gran lunga la peggiore, quella che a mio modo di vedere le cose, abusa della propria posizione, mancando di rispetto a chi non ha mai nemmeno potuto concedersi in sogno il lusso dell’istruzione. Parliamo di pediatri, per esempio. Con Aurora perennemente ammalata, l’anno scorso ne ho conosciuti almeno una decina: uno migliore dell’altro per abilità medica, uno peggiore dell’altro per questioni di ritardo. Innanzitutto, prendere appuntamento con alcuni è un terno al lotto, perché tra ferie, festività, assenze per malattia, urgenze e scuse varie, si riesce a combinare l’incontro, quando ormai il problema si è risolto. La cosa più avvilente però è l’attesa. Vi è mai capitato di prenotare una seduta dal ginecologo o dall’otorino? Per prassi io mi ci reco almeno una decina di minuti in anticipo, perché mi hanno educata a pensare: “Meglio che sia io ad aspettare, piuttosto che lui!”. Poi il professionista di turno non è puntuale e quei minuti d’attesa diventano interminabili… Hai urgenza di correre in bagno, ma lasci che la vescica diventi un palla da basket pronta a esplodere come una pentola a pressione, perché si sa mai che ti chiamino proprio mentre sei assente! Ecco, quei minuti qui si trasformano in ore: intere giornate, aspettando il medico che non arriva mai, perché molto spesso, nonostante tu sia lì dal mattino, nel tardo pomeriggio capita che la segretaria annunci che il dottore è in ferie o in malattia. La prima volta che è capitato, mio marito, che in scala da 0 a 10 ha un grado di pazienza pari a meno 4, è andato a battere i pugni sulla scrivania della povera malcapitata, contestando l’assurdità di un simile avvenimento. In qualsiasi altra parte del mondo, la tipa si sarebbe scusata, magari prestandogli molta più attenzione, contrita in una sorta di timore reverenziale. Qui l’esatto contrario! In un secondo ha abbassato gli occhi su di me, come se lui fosse letteralmente scomparso, e con un filo di voce mi ha semplicemente chiesto conferma per rimandare l’appuntamento al giorno seguente. La differenza tra noi, famiglia europea da poco approdata a Margherita, e le restanti dieci persone che erano con noi in sala d’attesa, tutte rigorosamente venezuelane, è che noi eravamo prossimi all’infarto a causa della crisi di nervi e loro, preservando la loro indole imperturbabile, si sono alzate dalla sedia e, senza protestare, hanno infilato la porta d’uscita, salutando cordialmente. Questa è la pratica abituale in qualsiasi studio medico. Qualcuno si organizza addirittura in doppia giornata, perché il primo giorno devi attendere in coda il turno per prenotarti e l’indomani devi rifare la trafila per farti visitare. E nessuno, ripeto, NESSUNO si lamenta! Un consiglio però posso darvelo, in caso doveste trovarvi da queste parti e imbattervi in una situazione simile. Quando fissate un appuntamento col professionista del caso, la prima cosa da chiedere è por cita o por orden de llegada? Non è affatto una banalità, perché ‘per appuntamento’ significa che potete sperare in un ritardo leggero, ‘per ordine di arrivo’, invece, significa che sicuramente non sarete i primi e che quindi il ritardo si prolungherà in maniera indeterminata… Insomma, armatevi di pazienza, perché solo una cosa è certa: che siate gazzelle o siate leoni, la mattina, se dovete andare dal medico a Margarita, non correte, perché il ritardo è assicurato!

Benzina regalata!!!

Parliamo oggi dell’oro nero del Venezuela: il petrolio. Il sottosuolo di questo paese è uno tra i più ricchi al mondo e per anni è stato il suo vanto. Il bene di lusso per eccellenza a Margarita è l’automobile, ma il peso reale di un simile acquisto è dovuto ‘solamente’ all’esborso iniziale e alla manutenzione. “E la benzina dove la lasci?”, penserà la maggior parte di voi. Benvenuti nel paese delle meraviglie: la benzina qui è quasi regalata! Circa un paio di mesi fa c’è stato il grande aumento, quello che ha dettato un disagio su scala nazionale, dove erano previsti dissensi e scontento generale. Perché al venezuelano potete togliere tutto, ma non la birra e la gasolina! L’incremento è stato del 6000% eppure, ancora adesso, quando andate dal benzinaio, gli unici numeri che scorrono veloci sul tabellone dei conteggi sono quelli che affiancano i litri. Ogni volta che penso all’Italia e alle quantitá esorbitanti di euro lasciati al distributore mi sfugge un risolino. Persino l’acqua costa di piú! Non c’é proporzione! Per rendervi l’idea, un sacchetto medio di ghiaccio costa oggi 900 bolivares, mentre un pieno di benzina si aggira intorno ai 200/300 bolivares. Volete proprio che vi stupisca con effetti speciali? Dato ufficiale di oggi: la benzina ‘vecchio stampo’ costa circa 1 bolivares al litro, quella senza piombo circa 6 bolivares al litro e il gasolio 0,05 bolivares. Non è sufficiente perché volete sapere quanto verrebbe a costare a voi? OK! Preparatevi seduti, perché qui il colpo al cuore è assicurato: 1 bolivares significa suppergiù 0,001 centesimo di Euro. In poche parole: a Margarita con UN SOLO EURO fate il pieno TUTTO L’ANNO!!!

Essere madri

Che gran giorno la festa della mamma! A Margarita il modo migliore per festeggiarlo è ovviamente andare in spiaggia e godersi il sole e il mare in compagnia di tutta la famiglia, gli amici e tanta, tanta birra. Oggi, come per incanto, tutti i problemi si cancellano con un colpo di spazzola e rimane solo la gioia per quell’appellativo che riempie la bocca di ogni bambino: mamma.
Essere madri a Margarita significa diventare genitori molto presto, con l’incoscienza di quella gioventù che ti spinge a procreare senza pensare seriamente al futuro dei nascituri. In una nazione dove il latte e i pannolini sono quasi completamente spariti dalla circolazione e i vestiti hanno un costo insostenibile per le famiglie, anche solo l’idea di concepire un figlio diventerebbe essa stessa preoccupazione. L’istruzione è in netto calo, sempre più prerogativa di pochi, mentre i farmaci scarseggiano vistosamente nelle farmacie e negli ospedali. A tutto questo aggiungete il fatto che qui il virus della zika, che spaventa tanto il mondo intero, ha lo stesso grado di diffusione di una comune influenza. La logica porterebbe chiunque a credere che il tasso di natalità sia pari o sfiori lo zero. Invece, contro ogni previsione, Margarita è il posto al mondo dove io ho visto il maggior numero di bambini e donne in stato di gravidanza. Spesso si tratta di creature nate da madri poco più che adolescenti, inconsapevoli delle responsabilità che la maternità comporta. Sono così giovani che dal pediatra sono accompagnate dall’altra donna importante della famiglia: la nonna. Così, nella sala di attesa, lo scambio di battute principali avviene tra me e le mie coetanee che, il più delle volte, credono che io sia lì come loro, per far visitare mia nipote, ignare del fatto che Aurora è mia figlia e io sono la madre, non la nonna! La povertà è dilagante tra la gente comune. Quando sono per strada, nei barrios vedo gironzolare bambini scalzi, in mezzo alla polvere, a volte completamente nudi, lontani dall’occhio vigile di un genitore. In quell’istante mi chiedo se davvero sia stato un miracolo la venuta al mondo di quella piccola anima innocente o se non sarebbe stato meglio un po’ di buon senso in più al momento giusto, invece di lasciar predominare il piacere. Chi può ancora concedersi il lusso di una buona educazione e di un buon tenore di vita si ritrova però a dover far fronte agli stessi problemi di reperibilità dei beni necessari per un neonato. Così internet e le sue piattaforme sociali diventano il teatro continuo di richieste da parte delle mamme alla ricerca di un po’ di latte, farmaci e pannolini. È raro incontrare famiglie unite, mentre molto più frequente, conoscere mamme single o divorziate, costrette a fare i salti mortali per garantire un po’ di dignità al sangue del proprio sangue, o incatenate alla rassegnazione di una vita fatta di privazioni, alla costante ricerca di un uomo facoltoso che possa regalare loro un po’ di serenità.
In un giorno in cui Margarita dimentica la tristezza, una volta tanto voglio porre l’accento su chi non ha la mia e (mi auguro) la fortuna di chi sta leggendo. Con amarezza voglio raccontarvi cosa significhi essere madri in un paese dove l’appetito di potere di pochi costa ogni giorno fatica, avvilimento e preoccupazione per gli altri. Essere madri a Margarita significa sfidare il dolore, la probabilità di un fallimento, la paura del futuro. Significa temere seriamente di non aver sufficiente latte in seno, rinunciare alla gioia della scelta di un passeggino o una culla, implorare Dio che una qualsiasi malattia non si impadronisca del piccolo…
Guardo Aurora e sorrido. Per me la maternità è stata la scoperta dell’amore più grande, quello per cui metti in gioco tutto, lasciando completamente scoperto quell’unico spiraglio di riservo che qualsiasi altro tipo di amore ti impone. Non posso uscire di casa a comprare qualcosa per me, senza rientrare con qualcosa per lei. Non riesco a dormire serena, se ho sentore che lei non lo sia. Mi è impossibile non pensarla, se non è con me. Mi si gela il cuore al solo immaginare la frustrazione di una mamma che non può dare tutto il necessario a suo figlio. A questa mamma e a tutte le mamme di Margarita dedico il mio giorno migliore, sicura che dietro la spensieratezza di un sorriso dettato da una birra di troppo, oggi, in spiaggia, coglierò nello sguardo più intenso che rivolgeranno alla loro prole, lo stesso turbamento che unisce tutti i figli di questa terra. Auguri mamme di Margarita! Auguri a tutte le mamme che nel mondo lottano per qualche attimo di felicità e che, nonostante tutto, profumano di speranza.

Paese che vai…

Immaginate di essere per strada e dover chiedere delle informazioni a un passante, come lo chiamate per attirare la sua attenzione? Quando alla cassa del supermercato volete sapere il prezzo di un prodotto, come vi appellate alla cassiera che non avete mai visto in vita vostra? Al ristorante, come vi rivolgete alla cameriera che vi ha appena amabilmente illustrato il menu del giorno? Io ero abituata a prendere le distanze, al massimo mi autorizzavo all’uso del ‘tu’, giusto per familiarizzare un po’, quando davanti mi trovavo persone più giovani. A Margarita invece siamo tutti amici e tutti fratelli. Certo, ci sono anche persone che in maniera formale ti danno del lei e ti chiamano signora o ragazza, ma in genere si utilizzano un’infinità di appellativi del tutto informali. Soprattutto, dopo il primo scambio di battute. Così, se sei in hotel e chiami la signora che ti farà le pulizie in camera, le chiedi: ‘Mi amor (amore mio), puoi portarmi un asciugamano?’. Sei al bar e vuoi un caffè e la tipa seduta al tuo fianco ha bisogno di una bustina di zucchero. Gliela passi e lei ti ringrazierà: ‘Gracias, cariño! (Grazie, tesoro)’. Fissi un appuntamento dal dentista e la segretaria per telefono eleggerà un giorno e un’ora, chiudendo con un “Va bene, mi vida (vita mia)?”. Hermano, amor, cielo, mi vida, cariño, querida, amiga, sono solo degli esempi tra i più famosi. Quando i miei genitori sono venuti a trovarci l’anno scorso, credevano che io e mio marito avessimo instaurato una sorta di “rapporto amoroso allargato” per questo motivo. Anche quando sembrerebbe inopportuno, qui è del tutto normale rivolgersi a qualcuno, dicendogli: “Amore mio, guarda che sono in coda da un’ora. Vita mia, vengo prima di te. Puoi smetterla di spingere, tesoro caro?”. Perché se all’inizio sembra strano e per certi versi ipocrita, poi ci si fa l’abitudine e diventa la prassi! In genere però, tra uomini i toni sono differenti. Anche se tra loro si chiamano fratelli, per salutarsi è più frequente uno strano richiamo cantilenato che risuona così: ‘heppale!’. Cosa significhi di preciso non si sa, però è un’espressione simpatica, che fa tanto camerata. Jefe e pana (capo), invece, sono gli appellativi di quando l’interlocutore ha una certa importanza e normalmente indicano il proprietario di un locale o di una compagnia. Particolare invece è l’uso di mami e papi, che letteralmente sono i diminuitivi affettuosi di mamma e papà, ma spesso (quasi sempre) sono usati per chiamare donne e uomini con cui c’è un certo grado di confidenza. Attenzione! Perché se accompagnato dal classico fischio di ammirazione, allora assume una connotazione più volgare… Ultimo ragguaglio in merito: quando ci si incontra o ci si congeda con un venezuelano lo si fa con un solo bacio sulla guancia, non due né tre, com’era mia consuetudine in Italia (qualcuno mi aveva convinto che portassero fortuna!). Per questa ragione, la maggior parte delle volte, dopo il primo bacio di cortesia, rimango sempre sospesa al secondo, che non arriva mai, e la persona che si sta lentamente congedando, mi scruta alla ricerca di un’interpretazione al mio atteggiamento. Tranquilli, amici venezuelani: non mordo! Giuro! Voi pensate che io sia strana, avanzando alla ricerca del secondo bacio? Venite in Italia e, mentre siete in coda alle poste e qualcuno vi supera, chiamate il fraudolento ‘amore mio’. Nello sguardo di chi vi ha sentito, leggerete lo stesso stupore e lo stesso smarrimento che colgo io in voi. Perché si sa: paese che vai, tradizione che trovi!