Archive for luglio 2016

Volti di Margarita

Quando ricordo la mia infanzia, un velo di nebbia avvolge le immagini di per sé sfuocate, che scorrono rapide nella mia mente. Per ogni sequenza, però, avverto nitido il sapore dolce o amaro di quel momento. Non solo. Mentre mi rivedo saltellare spensierata per le strade del mio paese natale, mi riaffiora netta la memoria di volti che imprescindibilmente legherò per sempre a quel luogo e a quel tempo. Non si tratta di persone che hanno accompagnato la mia esistenza, ma semplicemente di volti che hanno reso caratteristico un passaggio di questa. Credo che per ciascuno di noi ci siano fisionomie che caratterizzano un luogo, immagini che inevitabilmente accostiamo a una città o a un ricordo, visi indimenticabili che ci suggestionano e si fondono con un paesaggio. Anche per Margarita vale lo stesso. Non vi racconterò delle persone che amo di più su quest’isola, ma dei soggetti che per me la descrivono. Ritratti di personalità che, quando sarò lontana, mi faranno scorgete un accenno di somiglianza in qualcun altro e il mio pensiero indugerà tra le vie di questo ‘mio’ pezzetto di Venezuela…

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Lui è Don Queso, il signore dei formaggi: occhi chiari che si perdono in un volto scuro e corpulento, ma che guardano il mondo con attenzione, proiettando forza e rigore di carattere. Un uomo apparentemente tenebroso, che si è sciolto in un sorriso dolcissimo, quando gli ho chiesto se potevo fargli una fotografia. Nei giorni feriali, di mattina, monta il proprio banco a lato della strada che porta alla Playa de la Caracola. I suoi sono formaggi eccellenti, di ottima qualità. Con serietà e franchezza ti conduce sulla scelta da operare. Il suo fiore all’occhiello è il ‘de mano’, una forma di formaggio bassa e rotonda, simile a una torta, dall’inconfondibile retrogusto di mozzarella. Da provare!

 

imageLei è Wendy, la mia ortolana di fiducia. Da lei si recano decine e decine di persone per acquistare la frutta e la verdura migliore. Non è la classica persona solare, quella che ti fa simpatia al primo sguardo, ma concedile il beneficio di un complimento o di una buona parola e ti restituirà cortesia. Dispone la mercanzia al lato di una delle strade d’accesso principali della città, al finale della Bolivar e a Porlamar è molto conosciuta. È una tizia alla mano, una lavoratrice instancabile, che ama la schiettezza e odia chi le chiede un frutto fuori stagione o d’importazione. Quindi, attenzione alle richieste che le fate, perché il suo modo di esprimersi senza filtri, a volte le fa dire cose che sarebbe meglio non udire…

imageLui invece è Jhonny, il venditore di cappelli. Si trova su un angolo della Santiago Mariño. Difficilmente lo si vede in piedi a promuovere la sua mercanzia. Rimane ore e ore seduto al lato del suo banchetto, all’ombra, immerso nella lettura del testo sacro per eccellenza: la Bibbia. Di tanto in tanto alza gli occhi neri per recitarne un verso e poi ritorna con lo sguardo sulle pagine che appaiono pallide pallide tra le sue mani. La sera richiude il banchetto, che con poche e semplici manovre si trasforma in un carretto e, riponendo il suo libro preferito in una tasca, lentamente fa rientro a casa, trascinando il suo piccolo negozio su ruote. È una presenza discreta, un uomo semplice che trascorre ogni sua giornata tra letture sacre e lavoro, ma basta avvicinarsi a lui con un sorriso, per vedere la luce sul suo volto. Il classico margaritegno che conosco solo di vista, ma per cui non si può fare a meno di provare affetto.

imageQuest’uomo è quello che Aurora chiama ‘el abuelo del jugo de naranja’ cioè il nonno del succo d’arancia. Si posiziona all’imbocco della prima Bulevard, nel cuore del centro storico di Porlamar. Ogni sua piccola ruga racconta la dolcezza e la vitalità di un uomo capace di donare poesia e dignità a una professione così umile. Compie ogni gesto con una precisione e una cura tali che, chi lo osserva, rimane incantato, piacevolmente sorpreso e ammirato dalla passione che dedica al suo lavoro. Da un carrello apparentemente anonimo sceglie le arance migliori, le taglia con lentezza, affondando il coltello nel centro esatto, per ottenere due parti perfettamente uguali. Non le scaraventa nella cesta, come fanno molti altri che si occupano di questo, ma le appoggia, come se temesse di fargli male. Poi, una a una le mette nello spremitore e con energia, sorridendo al cliente in attesa, abbassa la leva per spremerne il succo. Ti riempie il bicchiere fino all’orlo e, se lo bevi velocemente, si affretta a riempirtelo di nuovo. Una sferzata di vitamine all’ennesima potenza! Un incontro che non potete assolutamente perdere!

imageDi questa donna invece non conosco il nome. Per me è la signora dei fiori. Vende la frutta in centro, anche lei posizionata al lato di una Bulevard, poco distante dalla piazza principale. Il suo originalissimo cappello formato da fiori freschi recisi e sistemati tra i capelli la rende insolitamente straordinaria. I solchi intorno agli occhi e alle labbra raccontano un vissuto che ha lasciato la gioventù alle spalle da parecchio tempo, ma il trucco vistoso e i colori vivaci del suo abbigliamento dicono chiaramente quanto sia forte in lei lo spirito di chi non ha affatto rinunciato a vivere. È il volto rappresentativo della femminilità venezuelana, l’atteggiamento indomabile e fiero di chi non si concede al passaggio del tempo, di chi non si arrende facilmente alla vecchiaia, ma urla al mondo con forza che la bellezza non conosce età.

imageInfine c’è lui. In verità non so chi sia, è solo uno tra le molte ‘guardias del pueblo’, uomini in divisa militare che sorvegliano la città, cercando di renderla più sicura. L’ho fotografato perché, a differenza degli altri, me l’ha chiesto proprio lui. Mentre cercavo uno scatto della città, allungando il telefono dall’interno dell’auto con il finestrino abbassato, lui si è alzato in piedi e mi ha detto che voleva essere ripreso nella foto. Come potevo dirgli di no? Un gesto di simpatia va sempre premiato e quest’uomo rappresenta un gruppo di persone che hanno reso un buon servizio a Margarita, fungendo da intermediari tra le più intransigenti forze militari e i cittadini, frustrati dalla crescente criminalità. Ricorderò per sempre quel sorriso amabile dietro il riflesso di un paio d’occhiali, così come ricorderò sempre Margarita, la mia isola, quel piccolo angolo di Caraibi che sorprendentemente, nonostante tutto, mi ha insegnato dove inizia la strada per rincorrere la felicità. Dove? Chiederete voi. Vi risponderò in modo semplice: là dove finisce tutto quello che avete sempre pensato essenziale. Improvvisamente vi rendete conto che ogni gesto non ha senso se non vi appaga e che la vita va avanti comunque, sia che siate pronti ad affrontarla oppure no.

 

Cacerolazo

Aurora aveva da poco compiuto i due anni. Era seduta sul tappeto da gioco e mi guardava, stropicciandosi gli occhi con le sue manine di bambina, cercando di vincere il sonno che incombeva impietoso col tramonto. Indicando i nostri bicchieri sul tavolo apparecchiato per la cena, iniziò a ripetere la parola che credo le piacesse di più “acqua, acqua”. Ricordo che una volta ho rischiato il linciaggio da parte di una signora in un ascensore, proprio perché Aurora ripeteva instancabile quel termine. Dopo sei piani di “acqua” pronunciato ad ogni frazione di secondo, spazientita ha sbottato: “E dalle da bere a ste povera bambina!”. Ho provato a spiegarle che non era un modo per dirmi che aveva sete, ma la signora mi ha minacciato di morte con lo sguardo. Quindi, terrorizzata, ho affondato il biberon tra le labbra di Aurora, obbligandola a bere controvoglia, fino a quando le porte dell’ascensore si sono aperte e lei ha sputato tutto il liquido addosso alla tipa. Immaginatevi la sua faccia! Fortuna che con i bimbi qui sono tutti incredibilmente tolleranti! Torniamo però a quella sera, quando, seduti al tavolo, io e mio marito stavamo per addentare il primo boccone. Davanti a noi una tavola ben imbandita (erano tempi d’abbondanza allora!) e tutt’intorno la tranquillità più assoluta, quando improvvisamente irruppe dall’esterno il tintinnio cadenzato di un oggetto metallico che picchiava uno più grande dello stesso materiale, molto simile al rumore di un cucchiaio che batte su un pentolino. Mano a mano si aggiunsero altri suoni, sempre più forti e con ritmi diversi ma costanti. Non poteva essere un caso, né poteva essere qualche vicino che preparava la cena. “Stanno suonando??!” chiesi a mio marito con tono incredulo e perplesso. Alla mente cominciò ad affiorare un ricordo lontano di uno spot pubblicitario che iniziava così, col rumore di una posata su un bicchiere e via via diventava una musica trascinante, composta dalla percussione di oggetti di uso quotidiano. “Stanno suonando!” esclamai questa volta convinta dalla mia prima teoria. Questo popolo vive di musica. Nel loro sangue scorre la samba e i loro corpi sanno reagire a quel ritmo come nessun altro sa fare. Nel loro modo di ballare c’è un erotismo che è capace di far vibrare l’aria, mentre la velocità e la tecnica con cui eseguono quei passi farebbe invidia alle migliori accademie di danza. Basta accennare a una leggera scansione del tempo per mettere questa gente in movimento. Chiunque balla: piccini e anziani, uomini e donne, in un groviglio di corpi esili e grassocci. Quindi sì, mi ero convinta che doveva essere una musica. Qualcuno aveva dato il via dall’alto del nostro dodicesimo piano e, altrove, qualcun altro avevano risposto, dettando la propria sinfonia.
È stata questa la mia prima esperienza di “cacerolazo”. Da queste parti chiamano così questa speciale forma di protesta. In questa nazione, dove chi governa non gradisce manifestazioni di opposizione, qualcuno ha trovato comunque un modo, non propriamente silenzioso, per far sentire la propria contestazione. Così, la gente che non trova il coraggio di partecipare alle manifestazioni o alle marce, esplicita chiaramente la propria divergenza al governo, battendo le posate sui pentolini e obbligando gli altri a udire, sporgendosi dalla finestra, uscendo sui balconi o radunandosi nelle parti comuni esterne dei condomìni. Le famiglie si danno appuntamento con una catena di messaggi sul telefonino, normalmente verso le otto della sera. Nel buio, la tensione di una lotta contro una tirannia mascherata di finta indulgenza verso la povertà diventa suono, riecheggiando nelle orecchie di chi non vuol sentire. Nel giro di qualche minuto interi quartieri della città diventano teatro di uno spettacolo di percussioni impressionante. Improvvisamente qualcuno mette a tutto volume l’inno nazionale e la città piomba in uno stato di totale rispettoso silenzio durante il suo ascolto. Mi immagino queste persone ferme, come sospese nel vuoto, con la mano posata sul petto o l’una raccolta nell’altra dietro la schiena, lo sguardo vitreo e gli occhi luccicanti pieni di orgoglio patriottico. Appena l’inno termina, riprende immediata la “protesta delle pentole”, che dura circa una mezz’ora. Poi la vita di sempre riprende il suo corso e le onde del mare e il vento diventano di nuovo il rumore più definito della notte di Margarita.