Archive for 4 Ottobre 2020

E poi sei arrivata tu…

Il dolore di un pizzicotto nelle viscere mi sveglia nel cuore della notte. Lo sento ripetersi a ritmo continuo e crescente.

Apro gli occhi.

Mi sembra di non sentirlo più e mi sistemo il cuscino tra le ginocchia. Non faccio a tempo a richiudere le palpebre ed eccolo: si ripresenta.

Alzo un braccio per prendere il cellulare sul comodino.

Non ho mai portato l’orologio al polso perché lo trovo scomodo. Inoltre, quando si vive in una società tecnologica come la nostra, ci sono mille modi per conoscere l’ora…

Mezzanotte e zero due del quattro ottobre.

Non può essere! Sta accadendo davvero!

Comincio a contare le pause tra un dolore e l’altro. Arrivo a malapena a venti e ripartono.

Calma! Respira profondamente e rilassati!

Istintivamente mi porto le mani sulla pancia, così grossa che sembra possa esplodere da un momento all’altro. Il ginecologo mi aveva dato proprio questa data come termine della gravidanza. Mai avrei creduto che poteva azzeccarci!

Improvvisamente mi assale il panico.

Oddio! Come suo padre! Un’altra maniaca della puntualità!

Riprendo il cellulare e inserisco il timer.

Le contrazioni sono vicinissime, meno di trenta secondi l’una dall’altra.

C’è una cosa che mi lascia perplessa: il fatto che sono vagamente dolorose, mentre le immaginavo al limite della sopportazione umana. Alla mente mi riaffiora il ricordo di una discussione con una mia amica che sosteneva di non aver sofferto durante il parto. “Poco più potente delle mestruazioni”, mi aveva assicurato sorridendo. Titubante avevo deciso di non crederle, giusto per scaramanzia: se mi preparavo al peggio sarebbe stato più facile accettare il meglio. Certo che se le doglie avevano quell’intensità era davvero inconcepibile che nei film presentassero il parto con tutti quegli urli.

La rapidità del loro ripetersi inizia ad essere troppo ravvicinata.

È il caso di prepararsi.

“Amore! Amo, credo che ci siamo!”.

Scuoto leggermente l’avambraccio di Bernardo che, sbuffando con gli occhi ancora chiusi, mi risponde con un filo di voce: “Ci siamo a far che?”.

A scalare l’Everest! Ma ti sembra?

“Indovina”, sibilo a denti stretti sarcastica.

“Allora me lo dici domani”.

Non ci sono dubbi sul perché la gravidanza sia stata affidata al genere femminile.

“Se vuoi partorisco qui!”.

Improvvisamente le sue palpebre provano a spalancarsi senza riuscirci.

“Ah! Quindi intendi dire che…”

Ma vah!

É vero che i miei ormoni mi stanno rendendo intollerante e vagamente stronza, però non ho mai svegliato qualcuno senza motivo. Per l’intera gestazione non ho mai avuto “le voglie”, tranne quando me le inventavo, giusto per viziarmi un po’. Soprattutto, ho sempre sonnecchiato alla grande, quindi la notte avevo altro da fare che chiedere angurie, gelato e cioccolato: decisamente meglio dormire!

Lentamente ci alziamo dal letto per prepararci. Non siamo sovraeccitati come mi sarei aspettata, invece con tranquillità iniziamo i preparativi a lungo pensati.

Mentre entro in doccia la mia mente mi riporta con piacere al primo giorno di questo lungo viaggio.

Era gennaio e in casa avevo ancora degli stick ovulatori che avevo comprato su internet, per testare la dinamica dei miei cicli perennemente irregolari. Come sempre avevo un ritardo, ma, nonostante non fosse una novità, avevo deciso di provare a bagnare uno stick, spinta dalla curiosità. Ancora oggi mi chiedo perché, visto che non avevo motivo di credere di essere rimasta incinta. Penso che a volte l’istinto ci porti a fare cose irrazionali che alla fine si rivelano sensate. Non ho mai creduto nel destino, in qualcosa di già precedentemente pianificato da una qualche entità ultraterrena. Se esiste un Dio, se ne sta beato e spensierato a godersi lo spettacolo del suo creato! Credo piuttosto in una forza interiore, che ciascuno di noi possiede e che si manifesta in azioni e pensieri apparentemente sospinti dal nulla, ma finalizzati a renderci palese qualcosa di cui, in verità, il nostro inconscio è già consapevole. Guardando l’esito di quella prova, anche se non si trattava di un vero e proprio test di gravidanza, compresi immediatamente: il rosso della strisciolina laterale, colorata dagli ormoni presenti nelle mie urine, era troppo evidente. Il problema era che, neanche scegliendolo, sarei stata in grado di azzeccare un momento meno opportuno. Avevo appena accettato un lavoro importante che, date le circostanze, ora avrei dovuto rifiutare. Mio marito era fuori città per lavoro e, soprattutto, il ginecologo mi aveva assolutamente vietato di rimanere incinta! In due anni avevo già abortito due volte e, con un tempismo perfetto, per la settimana successiva avevo fissato il primo incontro con uno specialista in materia. Rimanere incinta adesso significava trovarsi di fronte al terzo appuntamento con un raschiamento quasi certo! Mi trovavo in una situazione troppo incomoda e c’era solo una persona a cui dovevo assolutamente dirlo: Bernardo.

“Pronto, amo, ho combinato un disastro”, fu l’incipit della mia telefonata.

“Hai rotto la macchina?”.

Perché un uomo pensa sempre che il dramma più tragico della vita riguardi un danno all’automobile?

“No, molto peggio”, risposi soffocando un singhiozzo.

“Non farmi gli indovinelli. Cosa è successo?”.

“Sono incinta”, risposi con un filo di voce che a malapena io ero riuscita a sentire.

“Puoi parlare con un tono più alto per favore?”, replicò lui.

“Sono incintaaaa!”, riuscii a dire tutto d’un fiato.

“No, dai, seriamente, dimmi cos’è successo davvero…”

La sua voce mi riporta alla realtà.

“Allora? Sembrava che dovessi partorire in un secondo e invece sei ancora sotto la doccia?”.

Questa volta non posso dargli tutti i torti.

La verità è che mi sto preparando per il giorno più particolare di tutta la mia vita e voglio farlo lasciandomi trasportare dalle emozioni: per una volta, oggi sarò libera da tutte le inibizioni.

“Sono pronta”, gli dico, mentre prendo la borsa che con cura ho preparato almeno due settimane prima. Dentro c’è tutto il necessario per affrontare la degenza e il parto. Con un rapido sguardo saluto la mia casa e la mia Yorky, con la promessa che tornerò presto.

Il viaggio fila liscio, con dolori che di tanto in tanto mi fanno sobbalzare sul sedile, senza però mai oltrepassare la soglia della tollerabilità.

“Signora, è dilatata solo di un centimetro. Stia tranquilla, torni a dormire e ci vediamo domani mattina”.

Il ginecologo di turno all’ospedale mi dilegua così dopo una breve visita.

Dormire? E chi può dormire adesso?

Speravo di risolvere velocemente la cosa, ma non è ancora giunto il momento.

La pancia negli ultimi giorni è diventata insopportabilmente pesante e anche il semplice camminare mi viene difficile. Mi sento orrendamente goffa e mi sembra di poter cadere a terra a ogni passo. Quando la bambina si gira sento i suoi arti che si allungano e si piegano internamente contro i miei organi. Non è una sensazione piacevole, soprattutto quando si appoggia sul nervo sciatico. La immagino dentro di me, con un faccino da diavoletta, mentre mi mostra l’indice alzato minacciosa, avvisandomi delle sue malefiche intenzioni. Poi, sogghignando, mette il ditino sul nervo e gioca a farmi rimanere senza fiato, pizzicandolo come fosse la corda di uno strumento musicale.

Rincasiamo con un’accoglienza calorosa di Yorky, che abbaia e corre in circolo a tutta velocità. Credo sia contenta di non vederci in compagnia della piccola estranea.

“Prima o poi dovrai farci l’abitudine, Yorky”, le dico mentre mi accascio sul divano. Non posso fingere di non sentire le contrazioni che stanno diventando sempre più forti.

Sono le due del mattino e devo presentarmi in ospedale alle nove.

Nonostante abbia sonno, non riesco a dormire, a causa del dolore e per via dell’eccitazione che, poco a poco, sta aprendo una breccia nel mio profondo. Non mi resta che provare a sdraiarmi qui, chiudere gli occhi e rilassarmi.

Il primo trimestre è stato il più difficile.

La cosa più ridicola fu quando avvisai il ginecologo della scoperta.

“Pronto, dottore? Si ricorda quando mi aveva detto che non dovevo assolutamente rimanere incinta in questo momento? Ehm, sì, ecco… Non so come sia successo…”.

E lui, dall’altra parte del telefono, serio: “Se vuole le faccio un disegnino!”.

Solo a me poteva capitare un ginecologo così!

In seguito, la paura di perdere il feto fu davvero molta. Ogni piccolo dolore era motivo di panico: ogni volta la corsa in bagno alla ricerca di tracce di sangue sugli slip e, ogni volta, la fortunata sorpresa di non vederne nemmeno l’ombra. La cosa peggiore era la stanchezza, il continuo e frustrante senso di spossatezza. Odio perdere il controllo e questo è il motivo per cui non mi sono mai concessa una sbronza. Sentirsi perennemente persa nel vuoto, incapace di pensare perché troppo stanca per farlo, mi dava quasi ai nervi. Così, io che generalmente ho una pazienza proverbiale, mi alteravo per il più futile dei motivi. La mia sensibilità all’olfatto si accentuò a dismisura. Su una rivista avevo letto che i cani, quando per strada si fermano e annusano a lungo un centimetro di terreno, lo fanno perché stanno elaborando un insieme di informazioni che comprendono proprio per mezzo del loro naso, come se stessero leggendo un giornale. Beh, se avessi avuto il coraggio di mettermi a quattro zampe per strada col mento all’ingiù come Yorky, posso assicurare che anch’io avrei “letto il giornale”. Anche le nausee mi hanno fatto compagnia a lungo ma, malgrado la sensazione di avere lo stomaco chiuso, sono riuscita ad aumentare la bellezza di diciotto chili!

Chissà quanto tempo ci impiegherò per tornare in forma!

Io che ho sempre curato il mio aspetto fisico con diete salutistiche e tanto sport, accetto con difficoltà questa mia orrenda trasformazione. È il primo grande sacrificio che richiede la maternità.

Il passaggio al secondo trimestre è stato una rivelazione, un netto ribaltamento di stato. Da un giorno all’altro decisi che avevo voglia di rinnovamento e iniziai a dedicarmi alla ritinteggiatura di casa. Con la pancia che iniziava a esplodere sotto i vestiti, pitturai prima la camera matrimoniale, poi l’ufficio e infine la cameretta. Nel frattempo avevo avuto conferma che nel mio grembo ospitavo una bambina, quindi potevo decidere di colorare ogni spazio di rosa ma, visto che potevo incappare in qualche errore di lettura delle ecografie, decisi di farla azzurra, come il cielo. Qua e là nel soffitto ci ho disegnato delle nuvole, soprattutto sopra i mobili, dove il pennello non riusciva ad arrivare. Ho ridisegnato il lampadario con della plastica giallo-fluorescente a forma di raggi, per rendere l’idea di un sole, e ho cosparso una parte della camera di stelle luminescenti che si rivelano al buio. Poi, per augurarle il buongiorno ad ogni risveglio, su una parete ho scritto a caratteri cubitali It’s a beautiful day. Giocare con le tempere e i colori mi ricaricava di un’incredibile vitalità. Mentre pitturavo, a mente ripassavo l’inventario delle cose da comprare in vista del suo arrivo. La mia fortuna è che molte delle mie amiche avevano da poco vissuto quest’esperienza e avevano molti consigli da dispensarmi. Non ne ho trascurato nemmeno uno!

All’inizio, l’idea di avere il pancione era piacevole, ma come fine a sé stesso.

La consapevolezza che sarei diventata mamma è arrivata quasi al traguardo.

Con essa le prime preoccupazioni, anche le più banali.

Non ho la più pallida idea di come si cambi un pannolino e mi chiedo come capirò dai suoi pianti di cosa avrà bisogno.

Il solo fatto di prendere in braccio un neonato mi mette a disagio con quella testolina instabile che ‘sballonzola’ priva di sostegno. Mi sento inadeguata oltre che impreparata. Quando ho confessato apertamente queste cose, chiunque ha cercato di rassicurami dicendomi: “Vedrai, ti verrà naturale”. Ma se così non fosse?

“Svegliati, amore. Dobbiamo andare!”.

Bernardo mi bacia dolcemente su una guancia, mentre realizzo con stupore di essermi addormentata mio malgrado. I crampi, che avvertivo questa notte, sono ancora lì e, a dire il vero, anche la loro intensità. Forse nemmeno questa volta accetteranno di trattenermi in ospedale.

“Se non sbaglio lei aveva fissato per oggi il monitoraggio perché è a termine”, mi suggerisce l’infermiera che mi accoglie al reparto maternità. “Bene, si accomodi su quel letto e si sollevi la maglia fino al reggiseno”.

Mi mette una fascia e uno strano strumento sulla pancia, credo un rilevatore del battito della bambina. Poi lo aggancia a una macchina e se ne va.

Mentre ascolto il ritmo cadenzato del suo cuore, sonnecchio pensando a me stessa con la piccola in braccio.

Non riesco a immaginare di amare questa bambina più di quanto già non lo faccia ora. È arrivata quando meno me lo aspettavo, desiderata sì, ma insperata.

Dovrò iniziare da subito a dettare delle regole, in modo che cresca con una certa educazione! Questo non significa che eviterò che commetta degli sbagli: dagli errori si impara a rialzarsi e a non compierli più. Le dirò poche volte no, ma quando lo farò sarò determinata e decisa, così che impari da subito a comprendere il divario tra bene e male. Le insegnerò ad amare, a essere ambiziosa ma ad aver rispetto dei più deboli; a essere gentile, ma anche forte e tenace per poter inseguire e realizzare i suoi sogni.

Nel frattempo entra un altro dottore, diverso da quello della notte.

Il suono del battito cardiaco della piccolina viene distorto dalla macchina e, di tanto in tanto, interrompe il suo galoppo sfrenato soffocando a poco a poco nel silenzio più totale. Poi riprende la sua corsa, concedendosi ancora una sosta.

Il ginecologo si avvicina e muove il rilevatore. Guarda il tracciato che emette la macchina e mi guarda, incupendosi.

“C’è qualcosa che non va”.

Cerca il sostegno di un’infermiera, che a sua volta guarda il tracciato.

Per la prima volta, ho davvero paura.

Anche il mio cuore ha smesso di battere e sento di impallidire vistosamente.

Lei è viva, sento i suoi battiti, quindi è viva. È malata? Perché questi due si sono appartati a parlare e mi guardano con fare sospetto?

“Sembra che la bambina sia in leggera sofferenza. Devo visitarla d’urgenza”.

Non riesco più a pensare. Non emetto suono. Sono una marionetta nelle mani dell’uomo che ho di fronte ed eseguo tutti gli ordini che mi impartisce.

“Non ha più liquido amniotico, signora. Suo figlio deve per forza nascere oggi!”.

Non capisco se mi sta minacciando o se mi sta dando una buona notizia.

Credo che la sua intenzione sia quella di cercare di mettermi a mio agio, ma quel c’è qualcosa che non va continua a ronzarmi nelle orecchie, impedendomi di sentire altro. “A proposito, femmina o maschio?”, continua per cercare di smorzare la tensione. “Femmina”, rispondo meccanicamente.

Me l’avranno chiesto centinaia di volte in questi mesi! Perfino dei perfetti sconosciuti mi hanno fatto questa domanda, accarezzandomi la pancia senza nemmeno chiedermi il consenso.

“E come ha deciso di chiamarla?”.

Anche questa è una domanda che mi hanno posto un milione di volte.

Il problema è che non esiste un nome adeguato a qualcosa di così grande. Vorrei un nome raro, quasi unico, che abbia un significato per me, per noi. Bernardo vorrebbe chiamarla Azzurra, ma a me non convince. Non capisco il senso di chiamarla con il nome di un colore: non è nemmeno il nostro preferito…

“Non è ancora deciso. Spero di avere un’illuminazione quando la vedrò”.

“Non le rimane molto tempo, comunque… Adesso le metterò del gel che indurrà le contrazioni e, nel giro di qualche ora, dovrà partorire sia la bambina sia il suo nome!”. Abbozzo un sorriso.

Cavolo! Questa sì che è una minaccia!

Quindi i dolori che ho da stanotte non sono le vere contrazioni?

Sapevo che dovevo aspettarmi il peggio!

Un’infermiera mi accompagna in sala parto e, dopo poco, mi raggiunge Bernardo.

La stanza ha una vasca, un lettino e c’è anche un grande pallone bianco su cui è possibile sedersi per facilitare i movimenti circolari del bacino.

Un’altra operatrice sanitaria mi si avvicina e si presenta come la mia ostetrica, nonché la persona che mi accompagnerà al parto.

Passano pochi attimi e le contrazioni cominciano a diventare acute.

Dapprima una smorfia di dolore mentre sono sdraiata, poi un sollevamento sul fianco, infine la decisione che è meglio provare a restare in piedi.

Improvvisamente sento qualcuno che mi morde i fianchi e i reni da dentro.

Un brivido mi percorre la schiena e mi aggrappo alla sbarra del letto.

“Prova a dondolare sui fianchi: il dolore si attenua così”, mi dice l’ostetrica. Fortunatamente il male mi morde la lingua.

Provaci tu stronza! Hai idea di quello che mi stai chiedendo? Ma vaffa…

Oh mio Dio! Ecco perché tutti quegli urli nei film! Altro che preparata al peggio: il peggio qui non ha fine!

Guardo la macchina che sta rilevando l’intensità delle doglie. Quando si innalza compie dei picchi che il foglio non riesce nemmeno a immortalare. Ed è proprio in quegli istanti che la sbarra del letto trema insieme a me, ormai in preda alle convulsioni.

Non riesco a fare a meno di urlare, è più forte di me. Tremo e urlo.

Il ginecologo mi fa sdraiare per provare il mio stato di dilatazione.

Non mi accorgo nemmeno di come arrivo sul lettino.

A malapena sento che mi sussurra dolcemente: “Non è abbastanza dilatata e la bambina è in sofferenza. Dobbiamo procedere col cesareo”.

Forse mi sento sollevata, o forse devo preoccuparmi ancora di più, ma il dolore è troppo forte.

Fatemi quello che volete, ma toglietemela da lì dentro!

Vedo lo sguardo preoccupato dell’ostetrica, mentre dice alla collega che bisogna intervenire con la massima urgenza.

Provo a costringermi a restare ferma, quando mi aiutano a salire sulla lettiga che mi condurrà nell’altra sala. Non m’importa di essere nuda, né di perdere sangue. Voglio solo che tutto finisca al più presto.

Quando m’impongono di sedermi per iniettarmi l’anestesia, devono tenermi in tre per evitare che la siringa si conficchi in distretti non idonei, perché le contrazioni mi colgono di sorpresa con un’intensità inaccettabile, che il mio corpo non riesce né a controllare né a sopportare.

Stanno agendo tutti con estrema fretta.

Muovo ancora le gambe, quando il bisturi si conficca nella mia carne.

Urlo perché ho sentito il taglio dell’incisione. Poi la lama diventa uno sfioramento leggero e freddo sulla pelle.

Il dolore è sparito.

Un senso improvviso di svuotamento e la tensione del mio ventre si affievolisce.

Vedo il suo corpicino passare velocemente nelle mani dell’ostetrica.

Inizio a piangere, tra la commozione, la tensione, l’ansia.

“Perché non piange?”, urlo, mentre la cerco con lo sguardo, inclinando il capo all’indietro, verso la culla termica.

“Davvero non la sente? Sta buttando giù l’ospedale!”, mi dice l’ostetrica, sorridendo amabilmente.

Poi la sento. È vero: sta piangendo!

Le lacrime mi rigano le guance senza che possa trattenerle.

Singhiozzo come lei: madre e figlia unite in un solo pianto.

“Voglio vederla! Fatemela vedere, vi prego!”.

Commossa, l’ostetrica mi guarda e poi prende il fagottino che tiene tra le mani, scoprendole il viso. Ha gli occhi aperti e mi osserva.

Il cuore mi sobbalza nel petto. È amore a prima vista: amore puro, folle, illimitato. Possono evitare di metterle il bracciale: riconoscerei quegli occhi tra mille.

Non posso accarezzarla, perché ho le braccia legate al lettino, ma è bastato l’incrocio dei nostri sguardi a calmarci reciprocamente.

Mi sembra di non aver mai vissuto fino ad ora.

In quest’istante il mondo che avevo conosciuto ha cessato di esistere.

È l’alba di nuove vite: la sua, da poco venuta al mondo e la mia, che scopro per la prima volta cosa significa Amare.

Non ho più dubbi.

Mentre la conducono nella sala accanto, mi rivolgo al ginecologo, assorto a ricucirmi la ferita.

“Ho una figlia!”, esclamo orgogliosa.

Lui sposta momentaneamente l’attenzione sul mio volto, scrutandomi.

Non gli lascio il tempo di pormi la domanda e lo anticipo.

“Ho deciso: si chiamerà Aurora”.