Author Archive for bettydotti

1 Settembre

Radio, televisione, giornali, internet. Ogni giorno siamo bombardati di notizie: guerre, fatti di cronaca, politica. Persino il pettegolezzo merita un posto d’onore nel palinsesto. Ma siamo davvero sicuri che tutte le informazioni che ci arrivano dal mondo corrispondano a verità? Certamente, con i nuovi mezzi di comunicazione che la tecnologia ci ha messo a disposizione, è difficile che qualcosa sfugga a un occhio indiscreto senza avere un fondo di verità. Ma allo stesso tempo un dato può essere pilotato, gonfiato, smontato, distorto o persino rovesciato. Lo si fa da sempre, non è una novità. L’abbiamo fatto tutti! Fin da piccoli, quando dovevamo avvisare i nostri genitori di un brutto voto a scuola e ci sottraevamo alla nostra responsabilità, facendola ricadere sull’insegnante, che ce l’aveva a morte con noi. Vi è mai capitato di aggiungere un particolare al pettegolezzo di condominio, certi del fatto che qualcuno ve l’aveva detto e, invece, si trattava di un semplice fraintendimento, ma ormai la vostra aggiunta ha preso fondamento nella catena di Sant’Antonio del palazzo ed è diventata parte del racconto originario? Se chi si occupa di informazione non partecipa in prima persona ai fatti esposti, ma si esprime ‘per sentito dire’, chissà quale quantità di fraintendimenti una notizia potrebbe recare con sé. Non solo: chi decide l’ordine di importanza delle notizie? Quali e quanti interessi nasconde il retroscena di un palinsesto? A parità di rilevanza, quale fatto di cronaca ha la precedenza? Quello accaduto su territorio nazionale sicuramente, ma poi? Perché alcune mattanze internazionali non hanno diritto di menzione in un notiziario, mentre ad altre viene data un’eco mediatica insistente? E quando si tratta di eventi storici, che potrebbero avere un impatto positivo sul pubblico, ispirando speranza e buoni sentimenti, che parametri devono possedere per rientrare almeno nei titoli di coda? È trascorso un mese preciso da allora. Ho atteso pazientemente che qualcuno ne facesse menzione, ma i nostri tg non se ne sono occupati. Le uniche testimonianze in italiano sono arrivate da sedicenti giornalisti esperti in diritto internazionale, che hanno dato voce alle incredibili bugie che il governo venezuelano ha architettato, per evitare che la giornata di cui in oggetto avesse larga visibilità mediatica. Censure e corruzione hanno fatto il resto. Il risultato è stato che, a parte i paesi del latino-America, che hanno definito la ‘toma de Caracas’ (la presa di Caracas) la seconda marcia più estesa del pianeta per numero di partecipanti, paragonando questa lotta alle battaglie pacifiche di Gandhi, il resto del mondo non ne ha ricevuto notizia. Soprattutto per questo, voglio rompere il silenzio: perché questo paese non merita una simile umiliazione. L’uno di settembre, in Venezuela, la marcia pacifica di una moltitudine impressionante di persone ha sfilato per le vie di Caracas, la capitale, solo per chiedere al regime dell’attuale presidente in carica, l’attivazione del ‘revocatorio’, praticamente le sue dimissioni. Vi chiederete cosa c’è di così rilevante in questo. Bene, avete mai visto sfilare per le strade di Roma un milione di persone, chiedendo pace e giustizia per il proprio paese? UN MILIONE. Gente straziata dalla miseria e dalla crescente mancanza di sicurezza che da ogni parte del paese si è messa in marcia per giorni, per raggiungere la capitale. Uomini e donne, giovani e anziani, persino i malati sulle loro carrozzine hanno viaggiato per chilometri pur di prendere parte a questa manifestazione. Chi non ha potuto raggiungere Caracas, ha marciato per le strade della propria città. Un fiume di persone, migliaia di volti segnati dalla stanchezza e dalla fame, ma col cuore e gli occhi colmi di speranza. Mani asciutte e disidratate che brandivano fiere il bastone della propria bandiera nazionale con la voce rotta dall’emozione, chiedendo pace e libertà. Libertà. Solo vivendo a Margarita ho scoperto la vibrazione più profonda che questa parola sa produrre nell’anima. È un sentimento che sviscera prepotente da dentro, che accalda lo spirito e che ti brucia nel petto, rischiando di soffocarti, fino a quando non vomiti nell’aria quell’unico termine che concentra in sé il suono primordiale della passione: “LIBERTÁ”. Sono trascorsi secoli e per noi quel vocabolo non ha più la stessa importanza, ma ci sono popoli che ancora lottano per il diritto alla scelta. Sapete cosa significa recarsi al supermercato e trovare i bancali vuoti? Fare interminabili code per poter comprare un kilo di farina e due rotoli di carta igienica ogni quindici giorni? Correre da una farmacia all’altra alla ricerca di una banale tachipirina, sapendo che tuo figlio rischia la polmonite e l’unico modo per curarlo saranno le tue preghiere? Andare al lavoro e non sapere se farai ritorno, perché il livello di delinquenza è tale che ogni giorno rischi la vita uscendo di casa? Aver paura di parlare e chiedere giustizia, perché il potere militare è dalla parte del governo e con le minacce e le armi può metterti a tacere per sempre? È la dittatura di un governo che si fa chiamare democratico e invece ti costringe al silenzio, che fa divampare il fuoco del desiderio di un cambiamento. Io lo so. Ci ho vissuto. Non c’è niente di più autentico della smania di chi, stremato, urla la propria disperazione e implora l’uscita dal baratro. Chiedo libertà per il mio amato Venezuela, ma soprattutto chiedo la verità di un’informazione che ci viene costantemente negata. Perché quella gente non può farcela da sola. Serve il nostro aiuto. E inizia semplicemente da qui: coscienza e conoscenza. Per ora può bastare.

image

La Restinga

Contrariamente a quanto si può immaginare, pur essendo un’isola, Margarita offre un’incredibile gamma di paesaggi, tutti diversamente incantevoli. Nella parte più a nord, un piccolo stretto si allunga su una laguna che si apre e abbraccia il mare, immergendosi nella natura più incontaminata. La Restinga è uno dei luoghi più affascinanti e ricchi di mistero dell’isola, ma pochi conoscono l’incanto della desertica penisola di Macanao e della mini-Venezia, che territorialmente segna l’inizio di questa terra selvaggia.

image

Dopo circa un’ora di strada da Porlamar, su una carreggiata sempre dritta e semi desertica, si parcheggia in uno sterrato e ci s’incammina su un molo di legno, lungo il quale sono ormeggiate una ventina di piccole imbarcazioni a motore. Prima di intraprendere il viaggio nella laguna, la guida di turno offre la possibilità di scelta tra due tipi di percorso: uno breve, della durata di circa quaranta minuti, e uno più lungo, di quasi due ore. Una volta sistemati nella barca il mezzo viene lanciato a tutta velocità e, con qualche schizzo d’acqua e il vento tra i capelli, il divertimento comincia.

Quando i motori iniziano a rallentare, poco a poco ci si ritrova inghiottiti nell’ombra e il paesaggio si trasforma. Addentrandosi nella Restinga, si ha come la sensazione di sperimentare dal vivo l’emozione del bosco incantato di Hansel e Gretel. Dal mare aperto ci si ritrova chiusi in canali d’acqua stretti e poco profondi, circondati da una fittissima vegetazione, con la particolarità che gli alberi circostanti sembrano posizionati al rovescio, con le radici che piovono dal tronco e si tuffano in mare, terminando la loro vorticosa discesa in un piccolo cespuglio di alghe e gusci.

SAMSUNG DIGITAL CAMERA

L’incanto però si svela, quando si osserva appena oltre la superficie dell’acqua. Laggiù, a centinaia, le stelle marine fluttuano dolcemente, accompagnando l’ondeggiamento del mare sospinto dall’avanzare dell’imbarcazione, ancorate alle radici, colorando con chiazze arancioni il fondale, che assume le sembianze di un fiorito prato autunnale.

DSCI0926

Non è un caso il mio accenno a Venezia. Copiando il romanticismo della nostra splendida città italiana, qualcuno ha posto lungo questi canali dei piccoli cartelli, assegnandogli un nome: ‘Calle de los enamorados’ (strada degli innamorati), ‘Plaza del beso’ (piazza del bacio), ‘Via del amor’ (via dell’amore)… Immagino che, se quando siamo andati in visita alla Restinga, fossimo stati una coppietta in luna di miele, non avremmo esitato a tenerci per mano e baciarci. Invece, eravamo una compagnia di amici che, ad ogni cartello, commentava con battute ironiche e maliziose. Altro che romanticismo!

SAMSUNG DIGITAL CAMERA

Il paesaggio di quando in quando cede il posto a delle distese di radici che spuntano dal sottosuolo in piccole piazzole di bastoncini perfettamente equidistanti tra loro: una fitta trama di legnetti della stessa misura, tanto che sembrano appena rasati da un tagliaerba. Credo che sia stata proprio questa loro originale conformazione a dettare all’uomo la pratica di chiamarle ‘parco’ o ‘piazza’.

SAMSUNG DIGITAL CAMERA

Varie specie di uccelli svolazzano nel cielo o si elevano maestosi, sporgendosi dall’acqua sui massi o tra i rami degli alberi.

SAMSUNG DIGITAL CAMERA

Una volta superati i vari canali, dopo quest’intensa visita della laguna, si giunge su una delle distese di sabbia più lunghe dell’isola. È risaputo che la sabbia del mare è per lo più costituita da conchiglie, gusci e sassi che, col tempo e per via delle onde e dei fenomeni atmosferici, si assottigliano fino a diventare granelli sottili quasi impalpabili. La sabbia della Restinga, invece, è composta da granelli dalle dimensioni di chicchi di riso, sorprendentemente lisce e per nulla fastidiose al tatto.

image

Se ci si avvicina alla riva e si scava leggermente col piede, si può sentire qualcosa tra le dita: basta abbassarsi e raccogliere il guacuco (vongola) a mano libera. È così facile effettuare questo tipo di ‘pesca’ che qualcuno si organizza, portando da casa dei contenitori appropriati per la raccolta, o delle semplici bottiglie in plastica con un foro. A proposito di molluschi marini, prima di chiudere, vi lascio con un consiglio: se venite alla Restinga, lasciatevi sbalordire dalle sue ostriche. Chiedete alla vostra guida di occuparsi dell’ordinazione. Questo è il posto più adatto per consumarle, sia per la loro rinomata qualità e freschezza, sia perché le godrete a prezzo barato, cioè economico e la giornata assumerà un gusto ancor più memorabile.

Volti di Margarita

Quando ricordo la mia infanzia, un velo di nebbia avvolge le immagini di per sé sfuocate, che scorrono rapide nella mia mente. Per ogni sequenza, però, avverto nitido il sapore dolce o amaro di quel momento. Non solo. Mentre mi rivedo saltellare spensierata per le strade del mio paese natale, mi riaffiora netta la memoria di volti che imprescindibilmente legherò per sempre a quel luogo e a quel tempo. Non si tratta di persone che hanno accompagnato la mia esistenza, ma semplicemente di volti che hanno reso caratteristico un passaggio di questa. Credo che per ciascuno di noi ci siano fisionomie che caratterizzano un luogo, immagini che inevitabilmente accostiamo a una città o a un ricordo, visi indimenticabili che ci suggestionano e si fondono con un paesaggio. Anche per Margarita vale lo stesso. Non vi racconterò delle persone che amo di più su quest’isola, ma dei soggetti che per me la descrivono. Ritratti di personalità che, quando sarò lontana, mi faranno scorgete un accenno di somiglianza in qualcun altro e il mio pensiero indugerà tra le vie di questo ‘mio’ pezzetto di Venezuela…

image

 

Lui è Don Queso, il signore dei formaggi: occhi chiari che si perdono in un volto scuro e corpulento, ma che guardano il mondo con attenzione, proiettando forza e rigore di carattere. Un uomo apparentemente tenebroso, che si è sciolto in un sorriso dolcissimo, quando gli ho chiesto se potevo fargli una fotografia. Nei giorni feriali, di mattina, monta il proprio banco a lato della strada che porta alla Playa de la Caracola. I suoi sono formaggi eccellenti, di ottima qualità. Con serietà e franchezza ti conduce sulla scelta da operare. Il suo fiore all’occhiello è il ‘de mano’, una forma di formaggio bassa e rotonda, simile a una torta, dall’inconfondibile retrogusto di mozzarella. Da provare!

 

imageLei è Wendy, la mia ortolana di fiducia. Da lei si recano decine e decine di persone per acquistare la frutta e la verdura migliore. Non è la classica persona solare, quella che ti fa simpatia al primo sguardo, ma concedile il beneficio di un complimento o di una buona parola e ti restituirà cortesia. Dispone la mercanzia al lato di una delle strade d’accesso principali della città, al finale della Bolivar e a Porlamar è molto conosciuta. È una tizia alla mano, una lavoratrice instancabile, che ama la schiettezza e odia chi le chiede un frutto fuori stagione o d’importazione. Quindi, attenzione alle richieste che le fate, perché il suo modo di esprimersi senza filtri, a volte le fa dire cose che sarebbe meglio non udire…

imageLui invece è Jhonny, il venditore di cappelli. Si trova su un angolo della Santiago Mariño. Difficilmente lo si vede in piedi a promuovere la sua mercanzia. Rimane ore e ore seduto al lato del suo banchetto, all’ombra, immerso nella lettura del testo sacro per eccellenza: la Bibbia. Di tanto in tanto alza gli occhi neri per recitarne un verso e poi ritorna con lo sguardo sulle pagine che appaiono pallide pallide tra le sue mani. La sera richiude il banchetto, che con poche e semplici manovre si trasforma in un carretto e, riponendo il suo libro preferito in una tasca, lentamente fa rientro a casa, trascinando il suo piccolo negozio su ruote. È una presenza discreta, un uomo semplice che trascorre ogni sua giornata tra letture sacre e lavoro, ma basta avvicinarsi a lui con un sorriso, per vedere la luce sul suo volto. Il classico margaritegno che conosco solo di vista, ma per cui non si può fare a meno di provare affetto.

imageQuest’uomo è quello che Aurora chiama ‘el abuelo del jugo de naranja’ cioè il nonno del succo d’arancia. Si posiziona all’imbocco della prima Bulevard, nel cuore del centro storico di Porlamar. Ogni sua piccola ruga racconta la dolcezza e la vitalità di un uomo capace di donare poesia e dignità a una professione così umile. Compie ogni gesto con una precisione e una cura tali che, chi lo osserva, rimane incantato, piacevolmente sorpreso e ammirato dalla passione che dedica al suo lavoro. Da un carrello apparentemente anonimo sceglie le arance migliori, le taglia con lentezza, affondando il coltello nel centro esatto, per ottenere due parti perfettamente uguali. Non le scaraventa nella cesta, come fanno molti altri che si occupano di questo, ma le appoggia, come se temesse di fargli male. Poi, una a una le mette nello spremitore e con energia, sorridendo al cliente in attesa, abbassa la leva per spremerne il succo. Ti riempie il bicchiere fino all’orlo e, se lo bevi velocemente, si affretta a riempirtelo di nuovo. Una sferzata di vitamine all’ennesima potenza! Un incontro che non potete assolutamente perdere!

imageDi questa donna invece non conosco il nome. Per me è la signora dei fiori. Vende la frutta in centro, anche lei posizionata al lato di una Bulevard, poco distante dalla piazza principale. Il suo originalissimo cappello formato da fiori freschi recisi e sistemati tra i capelli la rende insolitamente straordinaria. I solchi intorno agli occhi e alle labbra raccontano un vissuto che ha lasciato la gioventù alle spalle da parecchio tempo, ma il trucco vistoso e i colori vivaci del suo abbigliamento dicono chiaramente quanto sia forte in lei lo spirito di chi non ha affatto rinunciato a vivere. È il volto rappresentativo della femminilità venezuelana, l’atteggiamento indomabile e fiero di chi non si concede al passaggio del tempo, di chi non si arrende facilmente alla vecchiaia, ma urla al mondo con forza che la bellezza non conosce età.

imageInfine c’è lui. In verità non so chi sia, è solo uno tra le molte ‘guardias del pueblo’, uomini in divisa militare che sorvegliano la città, cercando di renderla più sicura. L’ho fotografato perché, a differenza degli altri, me l’ha chiesto proprio lui. Mentre cercavo uno scatto della città, allungando il telefono dall’interno dell’auto con il finestrino abbassato, lui si è alzato in piedi e mi ha detto che voleva essere ripreso nella foto. Come potevo dirgli di no? Un gesto di simpatia va sempre premiato e quest’uomo rappresenta un gruppo di persone che hanno reso un buon servizio a Margarita, fungendo da intermediari tra le più intransigenti forze militari e i cittadini, frustrati dalla crescente criminalità. Ricorderò per sempre quel sorriso amabile dietro il riflesso di un paio d’occhiali, così come ricorderò sempre Margarita, la mia isola, quel piccolo angolo di Caraibi che sorprendentemente, nonostante tutto, mi ha insegnato dove inizia la strada per rincorrere la felicità. Dove? Chiederete voi. Vi risponderò in modo semplice: là dove finisce tutto quello che avete sempre pensato essenziale. Improvvisamente vi rendete conto che ogni gesto non ha senso se non vi appaga e che la vita va avanti comunque, sia che siate pronti ad affrontarla oppure no.

 

Cacerolazo

Aurora aveva da poco compiuto i due anni. Era seduta sul tappeto da gioco e mi guardava, stropicciandosi gli occhi con le sue manine di bambina, cercando di vincere il sonno che incombeva impietoso col tramonto. Indicando i nostri bicchieri sul tavolo apparecchiato per la cena, iniziò a ripetere la parola che credo le piacesse di più “acqua, acqua”. Ricordo che una volta ho rischiato il linciaggio da parte di una signora in un ascensore, proprio perché Aurora ripeteva instancabile quel termine. Dopo sei piani di “acqua” pronunciato ad ogni frazione di secondo, spazientita ha sbottato: “E dalle da bere a ste povera bambina!”. Ho provato a spiegarle che non era un modo per dirmi che aveva sete, ma la signora mi ha minacciato di morte con lo sguardo. Quindi, terrorizzata, ho affondato il biberon tra le labbra di Aurora, obbligandola a bere controvoglia, fino a quando le porte dell’ascensore si sono aperte e lei ha sputato tutto il liquido addosso alla tipa. Immaginatevi la sua faccia! Fortuna che con i bimbi qui sono tutti incredibilmente tolleranti! Torniamo però a quella sera, quando, seduti al tavolo, io e mio marito stavamo per addentare il primo boccone. Davanti a noi una tavola ben imbandita (erano tempi d’abbondanza allora!) e tutt’intorno la tranquillità più assoluta, quando improvvisamente irruppe dall’esterno il tintinnio cadenzato di un oggetto metallico che picchiava uno più grande dello stesso materiale, molto simile al rumore di un cucchiaio che batte su un pentolino. Mano a mano si aggiunsero altri suoni, sempre più forti e con ritmi diversi ma costanti. Non poteva essere un caso, né poteva essere qualche vicino che preparava la cena. “Stanno suonando??!” chiesi a mio marito con tono incredulo e perplesso. Alla mente cominciò ad affiorare un ricordo lontano di uno spot pubblicitario che iniziava così, col rumore di una posata su un bicchiere e via via diventava una musica trascinante, composta dalla percussione di oggetti di uso quotidiano. “Stanno suonando!” esclamai questa volta convinta dalla mia prima teoria. Questo popolo vive di musica. Nel loro sangue scorre la samba e i loro corpi sanno reagire a quel ritmo come nessun altro sa fare. Nel loro modo di ballare c’è un erotismo che è capace di far vibrare l’aria, mentre la velocità e la tecnica con cui eseguono quei passi farebbe invidia alle migliori accademie di danza. Basta accennare a una leggera scansione del tempo per mettere questa gente in movimento. Chiunque balla: piccini e anziani, uomini e donne, in un groviglio di corpi esili e grassocci. Quindi sì, mi ero convinta che doveva essere una musica. Qualcuno aveva dato il via dall’alto del nostro dodicesimo piano e, altrove, qualcun altro avevano risposto, dettando la propria sinfonia.
È stata questa la mia prima esperienza di “cacerolazo”. Da queste parti chiamano così questa speciale forma di protesta. In questa nazione, dove chi governa non gradisce manifestazioni di opposizione, qualcuno ha trovato comunque un modo, non propriamente silenzioso, per far sentire la propria contestazione. Così, la gente che non trova il coraggio di partecipare alle manifestazioni o alle marce, esplicita chiaramente la propria divergenza al governo, battendo le posate sui pentolini e obbligando gli altri a udire, sporgendosi dalla finestra, uscendo sui balconi o radunandosi nelle parti comuni esterne dei condomìni. Le famiglie si danno appuntamento con una catena di messaggi sul telefonino, normalmente verso le otto della sera. Nel buio, la tensione di una lotta contro una tirannia mascherata di finta indulgenza verso la povertà diventa suono, riecheggiando nelle orecchie di chi non vuol sentire. Nel giro di qualche minuto interi quartieri della città diventano teatro di uno spettacolo di percussioni impressionante. Improvvisamente qualcuno mette a tutto volume l’inno nazionale e la città piomba in uno stato di totale rispettoso silenzio durante il suo ascolto. Mi immagino queste persone ferme, come sospese nel vuoto, con la mano posata sul petto o l’una raccolta nell’altra dietro la schiena, lo sguardo vitreo e gli occhi luccicanti pieni di orgoglio patriottico. Appena l’inno termina, riprende immediata la “protesta delle pentole”, che dura circa una mezz’ora. Poi la vita di sempre riprende il suo corso e le onde del mare e il vento diventano di nuovo il rumore più definito della notte di Margarita.

…Beccato!

  1. […] A volte, quando la spiaggia è meno affollata, puoi perfino fare un fortunato incontro con un granchio. Con i suoi simpatici occhi a binocolo fa capolino dalla sua galleria sotterranea, solo quando è sicuro che nessuno intralcerà il suo cammino. È in grado di rimanere per ore in attesa, con una pazienza e una dedizione incredibili, a dimostrazione del fatto che la natura si rivela in tutta la sua selvaggia bellezza, proprio quando l’uomo fa un passo indietro e lascia al creato la possibilità di godere della sua primitiva libertà.

    http://bettydotti.com/2016/04/19/in-spiaggia/

Auguri papá

Tutti in spiaggia!!! Credevate che la data universalmente riconosciuta per la festa del papá fosse il 19 marzo? Assolutamente no! In Venezuela e in gran parte dell’America latina si celebra da sempre la terza domenica di giugno. Giusto oggi! Scuri, il volto allungato, la pelle unta e poco curata, le forme arrotondate del corpo e l’aspetto trasandato non fanno certo dei venezuelani il genere maschile piú atractivo del pianeta (con rare super-piacevoli eccezioni, ovviamente). ‎Eppure, come le donne, anche gli uomini diventano genitori molto presto, spesso anche prima di raggiungere la maggiore etá. Questo comporta una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilitá atipiche per un adolescente e completamente inusuali per un loro coetaneo europeo. Qualcuno si trasforma improvvisamente in uomo e inizia a lavorare sodo per mantenere la famiglia. La maggioranza, peró, preferisce la comoda via della fuga: abbandona il nascituro alle cure della madre e si defila per continuare a vivere con la spensieratezza, la leggerezza e la libertá tipiche della sua età e che la paternità gli negherebbe. Accade cosí frequentemente che il padre abbandoni la famiglia, che il fatto viene accettato come normale, cosí com’é normale che una donna abbia figli con uomini differenti. Niente di sconvolgente: succede in tutto il mondo! Ma una grossa differenza si evidenzia nel rapporto che lega i diretti interessati. Invece della gelosia e del rancore, in questo caotico quadretto familiare regna l’armonia assoluta. L’amicizia lega gli ex-compagni o ex-coniugi in modo invidiabile, in perfetto stile ‘Beautiful’. Io mi sentirei a disagio solo al sapere che il mio ex si trova nella stessa stanza! Oggi quindi assistirò al brindisi dei vari padri, uniti tra loro sotto l’ombra dello stesso ombrellone, stretti gli uni agli altri in un abbraccio fraterno con la madre dei loro figli. Che sia moralmente inappropriato o umanamente ammirabile, lascio che sia il vostro personale giudizio a decretarlo. Io semplicemente mi uniró al coro di felicitazioni. Alcolici e birra saranno protagoniste assolute e domani in molti rinunceranno al lavoro per un inspiegabile epidemia di mal di testa collettivo. Quindi, prima che anche l’amnesia succeda all’emicrania, sottoscrivo i miei più sinceri auguri a tutti i papá del mondo. Feliz dia del padre para todos, hombres! Felicidades papis!! 


Culitos

Dopo un paio di incontri impegnativi, oggi vorrei deliziarvi con un argomento decisamente chismoso (pettegolo). Eccovi quindi l’articolo per cui un paio di amici mi saranno eternamente grati. Iniziamo col mettere alla prova la vostra sincerità! Ditemi un po’, senza pensarci troppo: ad un primo incontro, dopo gli occhi di una persona, che altro guardate? Ovviamente, le mani… come no! Io non vedo l’ora che la mia nuova conoscenza si giri! Per anni ho insegnato in palestra e, sarà per deformazione professionale, o perché semplicemente è la mia grande fissa, lo sguardo mi cade subito lì. Se è un uomo, posso meglio apprezzarne la sua ‘intelligenza’. Se invece è una donna, scatta incontrollabile l’impulso alla rivalità femminile, una sorta di gara mentale a ‘meglio il suo o meglio il mio’?! La verità è che per molte donne che, come me, assaporano la vita anche a suon di forchettate e buon vino, il confronto del proprio posteriore con lo specchio risuona un po’ come il ring di un intricato e contradditorio scontro di giustificazioni: l’età, la gravidanza, la maternità, il caldo e la ritenzione idrica, il ciclo, la crisi… Poi, pazienza se anche a vent’anni dicevi le stesse cose, prima del parto, quando fuori c’erano meno 15 gradi, il mestruo ti viene 5 giorni al mese e non 365 giorni all’anno e la crisi… beh, la crisi c’entra sempre! A Margarita? Qui le donne si nutrono prevalentemente di fritti e mangiano quantità incredibili di farina di mais. Solitamente diventano madri a vent’anni e proliferano in maniera multipla, senza fare sport per tutta la vita. Vivono a trenta gradi perenni e la crisi accompagna la loro intera esistenza. La domanda è: perché tutti i fattori gli giocano contro e i loro sederi sfidano la forza di gravità, mentre il mio è campione di discesa libera? Mi sembra una palese ingiustizia: arrestate madre natura! Ovviamente, qui le donne non sono tutte dee o modelle, anzi! Quello che non trovo affatto equo, peró, è che, nonostante la maggior parte della popolazione femminile sia in sovrappeso, alla faccia dei massaggi, della dieta e dei miliardi di esercizi che io e voi possiamo provare a fare ogni giorno, mai nella vita otterremo un lato B tanto prominente! Anche i manichini si prendono gioco della nostra esilità, riproducendo fedelmente le curve latino-americane.

image

Allo stesso modo, i capi d’abbigliamento riflettono le misure tipiche del luogo e, quando mi reco in un negozio per provarmi un paio di pantaloni, immancabilmente il tessuto non si stira sul posteriore come dovrebbe, formando delle fastidiose pieghe che implorano riempimento. Non vi dico la frustrazione! Sì, ok, c’è sempre l’eccezione che salva la regola, ma vi assicuro che l’invidia predomina, soprattutto in spiaggia, quando sei costretta a fissare questi sederi magnificamente scolpiti. Sicuramente perché sono belli da vedere, ma anche perché non si fanno certo scrupolo d’essere esibiti in ogni dove!

image

Dove la natura non ha provveduto, spesso interviene il bisturi. Avere sedere e seno “ritoccati” per la donna venezuelana è decisamente rappresentativo. Credo che essere rifatte e darlo a vedere sia come dichiarare apertamente a chi ti osserva che appartieni ad una categoria superiore, che in pratica sei una persona benestante e, quindi, piuttosto potente. Non so se la misura della protesi cresca proporzionalmente alla credibilità, sta di fatto che normalmente è molto più che prosperosa. Il risultato sono donne, giovani e di mezza età (a volte, anche più mature) con il sedere alla “Super Bottom”. Avete presente il personaggio con la tutina fucsia che presentava alcune storie di cronaca di Striscia la Notizia? Esattamente così: una porta-aerei a tuttotondo che fluttua su gambette così sproporzionatamente magre che sembrano stuzzicadenti! Ma, mentre le altre appartenenti al genere femminile li definiscono colas de pato, cioè ‘code di papero’ (ovviamente fino a quando non si sottopongono al medesimo trattamento!), lo sguardo allupato della maggior parte degli uomini si commenta da solo!

image

Sta di fatto che, naturali o rifatte, mentre noi europee ci torturiamo giornalmente per cercare di somigliare alle modelle magrissime delle nostre belle riviste, prendendocela con noi stesse e con lo specchio per quel centimetro o quel chiletto di troppo, nell’America del sud le curve, anche se accompagnate da rotolini ben vistosi, attirano uomini arrapati da tutto il pianeta! In genere definiscono le femmine del Venezuela come le donne più attraenti del mondo e il più delle volte, quando passano per Margarita, corrono alla ricerca della spiaggia più rinomata per la massiccia presenza di perizoma: Parguito. Indovinate perché? Perché fa rima con … CULITOS!!!

Fame!

Avete presente quel languorino turpe che ti invade lo stomaco e che si presenta con un brontolio persistente e che puntualmente si fa sentire, quando meno lo desideri? A me capita sempre. In chiesa, quando c’è l’attimo di raccoglimento silenzioso dei fedeli. La predica finisce e… Taac! La gente sogghigna intorno a te e tu abbassi lo sguardo, dichiarando tacitamente la tua colpevolezza. O durante qualche importante riunione, nell’esatto istante in cui tutti smettono di parlare. Lo senti che sta per arrivare, ma preghi perché aspetti a rendersi palese. Magari proprio due minuti prima ti hanno posto la fatidica domanda: “Volete fare una pausa per mangiare?”. Ma tu: “Noooo! Non ho appetito!”. Sia mai che ti prendano per la lavativa del gruppo! Invece quel maledetto non si fa attendere. Tutti si zittiscono e… Groargroaaaarrr! Imbarazzata ti scusi e chiedi indulgenza con una smorfia fintamente innocente. Cosí, hai pure fatto la figura della bugiarda! Quando però si mangia poco o male per dei giorni interi, lo stimolo che suscitava ilarità si trasforma lentamente in nervosismo. Anche un popolo educato alla tolleranza o per natura incline alla pigrizia, reagisce con vigore all’impulso animale per eccellenza. Quando il languore diventa insistente sensazione di vuoto per settimane, la fiacca che lo accompagna annebbia la vista e va amplificandosi l’istinto primordiale alla ricerca del cibo. Se la richiesta di nutrimento arriva dai più piccoli nell’adulto responsabile si scatenano frustrazione e incontrollabile furore. Rinunciare alla pietanza significa rinunciare alla salute e nessuno nega un diritto simile ai propri figli. C’é a rischio la vita propria e dei propri cari. Ha inizio un tempo nuovo in Venezuela. Si è scoperto il nervo debole di questo popolo così tollerante. Si chiama fame. E la storia insegna che un popolo affamato reclama soddisfazione.

Cocco bello!!!

Le palme a Margarita sono piante che crescono spontaneamente in ogni parte dell’isola, insediandosi prevalentemente lungo la costa. La visuale delle loro larghe foglie verdi, in netto contrasto con l’azzurro intenso del cielo, mentre ondeggiano al ritmo del vento, trasmettono una divina sensazione di relax. image

Quasi sempre sotto la cortina circolare delle foglie, appaiono dei frutti ovali di varie dimensioni: los cocos. In Italia siamo abituati ad apprezzarne il sapore in rare occasioni e in genere accompagnati dal richiamo tipico del venditore: ‘Cocco! Cocco bello!’. Qui questo frutto non ha bisogno di presentazioni e viene consumato quotidianamente, ma quasi mai in pezzetti conservati nel ghiaccio da addentare come fresco spuntino: quella è un’usanza atipica nei paesi caraibici. Partiamo dalla buccia del cocco. Chi come me ignorava che il cocco avesse una buccia? Ebbene, sì! All’esterno questo frutto prezioso non si presenta col guscio scuro e barboso che inutilmente tutti almeno una volta nella vita abbiamo provato a sfondare a pugni. Prima di quello, c’è uno strato di concha compatta ma penetrabile, che va dal verde al giallo-arancio a seconda del grado di maturazione e si sfoglia più o meno facilmente con l’aiuto di un coltellino.

IMG_20160417_112915

Nel periodo in cui il cocco non è ancora completamente maturo, la sua polpa è un sottile strato gelatinoso che racchiude un cuore liquido e zuccherino: el agua de coco. Giornalmente viene raccolto, imbottigliato e venduto. É un liquido molto buono, leggermente opaco, dalle note proprietà dissetanti. A Margarita, soprattutto in questo momento difficile dal punto di vista sanitario, è usato come valido supporto vitaminico, consigliatissimo in caso di diarrea. La bevanda più tipica che se ne ricava è la cocada: un cocktail  a base di latte, acqua di cocco e, per uno stomaco forte, un goccio di rum.

image

La polpa dura che conosciamo tutti, invece, è utilizzata, pressoché sempre rallada (grattugiata), soprattutto in pasticceria, per la preparazione di dolci e gelati dal gusto unico. Nemmeno il guscio finisce in pattumiera. Quando si riesce a ricavarne due parti perfettamente concave, si usa come originale piatto da portata o come contenitore da freezer per il gelato fatto in casa. Se proprio non si sa come utilizzarlo, si può farne uno stravagante portacenere e c’è chi lo usa per creare delle straordinarie opere di artigiano artistico locale. Sminuzzato e mischiato con aloe è perfetto per minuzioso scrub della pelle.

IMG_20160413_125056_edit

Il modo in cui preferisco consumarlo io è in spiaggia, come prelibato drink analcolico e naturale. È necessario che qualcuno, fornito di macete, gli crei un foro in alto, per  poterci infilare una cannuccia e attingere al suo nettare.

IMG_20160413_122001

Consiglio: eleggete con cura colui al quale decidete di affidare questo compito importantissimo, perché a quanto pare questo procedimento fa ‘saltare’ qualche goccia di mallo che macchia indelebilmente i tessuti. Così chi vi prepara il cocco é costretto a togliersi la camicia… A buon intenditor… Coccooo! Cocco bellooo!!

IMG_20160511_144705_edit

 

 

Amare riflessioni

Osservo da vicino questo paese sprofondare giorno dopo giorno nel baratro. Quotidianamente rimaniamo in attesa, come dopo il lancio di un sasso in un pozzo senza fine. I supermercati si svuotano, i farmaci scarseggiano, la miseria e l’insicurezza crescono. Sul volto della gente compaiono i segni dell’umiliazione, della stanchezza e della preoccupazione, mentre sulle nostre labbra troneggiano parole di rabbia, frustrazione e lamento. Eppure, ancora una volta, trionfa l’incapacità di reagire. Spinti dalla paura, ci nascondiamo dietro un velo di tolleranza per una situazione che, francamente, tollerabile non è. E tutto mi riporta a delle tristi considerazioni che ho già dovuto affrontare, quando ho lasciato l’Italia. La verità è che pochissimi hanno il coraggio di destabilizzare il proprio, seppur minimo, equilibrio alla ricerca di un appiglio più stabile. Perché tra un passo e l’altro è troppa la paura di cadere. È il male del nostro secolo, quello che ci rende complici nelle polemiche su internet, quando non dobbiamo metterci la faccia, ma che ci mette gli uni contro gli altri, quando la realtà ci chiede di decidere chi deve scagliare la pietra per primo. Individualismo. Finché io sto bene, il tuo dolore mi dispiace, ma non mi smuove. Chi se ne frega del poveraccio che fruga nella pattumiera per recuperare un pezzo di cibo, finché improvvisamente mi licenziano e mi trovo sul lastrico. Chi se ne frega se sporco il mare dove vado in vacanza, finché l’inquinamento si propaga nelle falde acquifere a cui io stesso attingo per bere. Chi se ne frega della guerra in medio-oriente, finché i terroristi non piazzano bombe in casa nostra. Chi se ne frega se il Venezuela o il Burundi sono sull’orlo della guerra civile… Ciascuno di noi (me compresa) avanza giustificazioni più o meno comprensibili e si abbarbica ad esse come lo scoglio della propria salvezza. Anneghiamo, a tal punto sommersi dalle nostre difficoltà, che non troviamo né il tempo né l’aria sufficienti per occuparci di quelle degli altri. Eppure basterebbe un po’ più di umanità: allungare la mano al nostro vicino, abbracciare la sua causa e sostenerlo nella sua battaglia. Prima o poi, qualcuno dovrà smettere di limitarsi a fare i conti con se stesso e affrontare il marcio che lo circonda. Se proseguiamo col nascondere la testa sotto la sabbia, il suo problema diventerà il nostro problema, con un grado di intensità maggiore, dovuto ai continui rimpalli di responsabilità. Non è un rimprovero, ma semplicemente l’amara riflessione di chi vorrebbe fare di più, ma non riesce, non può… Perché è più facile aspettare che qualcun altro agisca al posto nostro. Compiere il balzo per primi richiede la forza di un leone e noi siamo SOLTANTO uomini…