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Il tesoro

Alle prime luci del mattino, un uomo sedeva sul bordo di una cinta. Il vento soffiava in piccoli turbini, sollevando la polvere, e le sue gambe oscillavano nel vuoto, sospinte dalla sua debole forza. Teneva la testa china, osservando le proprie mani macchiate dal sole e segnate dal tempo, raccolte sul grembo. Una bambina con un fermaglio blu a forma di stella tra i capelli gli si avvicinò. Lo squadrò, evidentemente incuriosita.

“Che cosa tieni tra le mani?” gli chiese.

L’uomo rispose, con l’incertezza di chi non vuol dare spiegazioni ma nemmeno essere scortese e, alla fine, risolve riformulando un’altra domanda: “Che cosa credi che ci sia?”

La bambina lo scrutò con più attenzione.

“Se nascondi qualcosa, dev’essere un tesoro!” sentenziò.

Sul volto dell’uomo calò un velo di tristezza.

“Sì, un vero tesoro” sospirò.

“Facciamo un gioco: io ti dico un segreto, però prima tu mi dici qual è il tuo tesoro?” gli propose la piccola, sempre più curiosa.

“I giochi devono essere divertenti! Il tuo non ha l’aria di esserlo” le disse l’uomo, soggiogato dalla sua dolcezza.

“Allora rendiamolo divertente: facciamo che io ti racconto il mio segreto, se tu mi lasci indovinare qual è il tuo tesoro!”. L’uomo sorrise per l’ingenuità e l’arguzia della sua risposta. Poi, con un cenno del capo, acconsentì alla proposta, altresì sospinto dalla speranza che in quel modo si sarebbe liberato presto di quel piccolo impiccio.

“Sei un astronauta e tra le mani hai una stella?”

L’uomo corrucciò il volto, incredulo di fronte a tanta fantasia. Poi scosse il capo.

“Sei un mago e tra le mani hai una pozione magica?”

“No, io…” cercò di interromperla.

“Sei un principe e tra le mani hai la tua corona?”

Non riuscì a trattenere il sorriso e con il volto negò anche questa possibilità.

“Sei un pirata e tra le mani hai una perla?”. Questa volta la bambina aveva assunto un tono di sfida.

“No” contestò l’uomo, che non capiva il senso logico dei suoi pensieri. “Perché è così importante per te sapere chi sono?”

“Perché solo sapendo chi sei, posso capire qual è la cosa che ritieni più importante. Allora scoprirò qual è il tuo tesoro!”. Aveva senso.

“Allora chiedimi che lavoro faccio” la incoraggiò lui.

“Il lavoro che fai non può dirmi chi sei” gli spiegò lei.

“Mi hai chiesto se sono un astronauta, un mago, un principe o un pirata: certo che vuoi sapere che lavoro faccio” replicò l’uomo.

“No! Io volevo solo sapere se credi ai sogni, alla magia, alla poesia o se invece preferisci l’avventura…” chiarì la bambina.

Colto alla sprovvista, rispose frettolosamente, con la stessa spontaneità con cui lo aveva fatto lei: “Credo nell’amore” disse tutto d’un fiato.

“Vuol dire che sei innamorato?” insistette lei, cercando una traduzione per le sue parole più conforme alla semplicità del vocabolario da lei conosciuto.

“Sì, con tutto il mio cuore” replicò lui, fissandosi le mani scarne attraversate dalle vene prorompenti, con gli occhi gonfi per l’emozione.

“Allora perché sei triste?”.

L’uomo sussultò. Quella bambina era molto più intuitiva di quanto avesse creduto a prima vista. Meritava una risposta semplice, ma sincera: “Perché l’ho perso” dichiarò.

“Nessuno può perdere l’amore e nessuno può rubartelo!” esclamò con disappunto. “Non sai che l’amore abita nel cuore? Se sei vivo e il tuo cuore batte ancora, anche l’amore che hai lì dentro è vivo! Quindi non puoi perderlo, come non si può perdere il cuore!”.

L’uomo la fissò interessato. Era la sua ingenuità a parlare o qualcuno le aveva suggerito quelle parole? Era davvero così elementare quello che aveva appena dichiarato o lui si era confuso sulla sua tenera età, giudicandola più giovane di quanto non fosse realmente? La scrutò e nella profondità dei suoi occhi lesse la limpidità e la chiarezza dell’infanzia.

“È vero quello che hai detto, ma io ho perso la persona che amavo” si giustificò.

Con la medesima sicurezza la bambina gli rispose senza pensare. “Allora non devi far altro che cercarla! Ti dirò come fare: se sei un astronauta, ritorna tra le stelle e cercala dall’alto; se sei un mago, fai un incantesimo e falla ricomparire; se sei un principe monta sul tuo cavallo bianco e cavalca per tutto il regno e se sei un pirata, ritorna sul tuo veliero e rintracciala, navigando in tutti gli oceani. Non puoi arrenderti! Nessun eroe lo farebbe!”.

“Ma io non sono un eroe!” rispose l’uomo, schernendosi.

“Certo che sei un eroe! Una signora che conosco molto bene dice sempre che siamo tutti degli eroi, perché serve coraggio per vivere. Chiunque affronti le proprie paure, non chiudendosi in se stesso, decide di essere il protagonista della propria vita e se le vince è un eroe”.

Un morso al cuore lo costrinse ad aprire la bocca per catturare più aria e colmare il vuoto dei suoi polmoni. “Conoscevo qualcuno che diceva la stessa cosa…” proferì con un filo di voce, sommerso dal ricordo. “La signora che conosci è molto saggia” osservò ammirato, come aveva già fatto in passato, ascoltando quelle stesse parole. Poi una copiosa lacrima gli solcò il volto. “Però non posso cercare qualcuno che non c’è più”.

La bambina sembrò non badare al suo pianto sommesso e continuò.

“Se non c’è più, allora perché ti tormenti dicendo che l’hai persa? Semplicemente non c’è più!” osservò con la chiarezza che le era tipica, come qualsiasi bambino, che vive solo dell’istante e delle cose presenti. “Tu invece sì! Non puoi essere triste per sempre!” aggiunse. “Anch’io amavo tanto un orso di peluche quand’ero piccola. Si chiamava Bubo: era il mio preferito. Ho una fotografia mentre gioco con lui. Poi sono diventata grande e l’ho regalato a qualcun altro, perché adesso non gioco più con i peluche. Mi dispiace non averlo più, però sono contenta quando guardo quella fotografia  e vedo quanto mi rendeva felice giocare con lui”. Mentre discorreva, la bambina si accarezzava i capelli castani e le sue piccole dita sfiorarono il fermaglio. L’uomo avvertì una strana sensazione: dove gli sembrava di averlo già visto?

“L’amore per un peluche non si può paragonare all’amore per una persona” suggerì lui.

La sua loquacità subì un attimo di smarrimento a quella risposta. Senza aggiungere altro, continuando a guardarlo negli occhi alla ricerca di spiegazioni, si arrampicò sulla cinta e si sedette di fianco all’uomo, pronta all’ascolto.

“Quando hai regalato il tuo peluche, l’hai fatto perché non ti interessava più e perché probabilmente volevi qualcos’altro. Quando crescerai ancora, nuovamente cambierai gioco, perché quello che hai già non ti darà più soddisfazione e così via dicendo, a ogni tappa della tua vita. Ogni volta andrai alla ricerca di un gioco sempre più grande e più bello, perché solo così potrai sentirti soddisfatta. Questo fino a quando la tua felicità diventerà secondaria a quella di qualcun altro. Succederà quando amerai una persona e, allora, non ti interesserà un gioco più bello che la sua gioia”. Non era sicuro che il suo discorso fosse così semplice da intendere per la sua giovane età, ma quella bambina aveva un’intelligenza notevolmente fuori dal comune e lo disponeva ad esprimersi con franchezza.

“Vuol dire che sarò felice solo quando lei sarà felice?”.

“Esattamente!”. L’uomo sorrise, meravigliato per tanta comprensione.

“E anche lei sarà felice solo quando io sarò felice?” seguitò lei.

“Sì, sarà così!” ammise lui.

“Questo significa solo una cosa: che adesso siete entrambi infelici!”.

L’uomo per l’ennesima volta la guardò esterrefatto. Non aveva mai pensato la cosa in questi termini.

“Perché non prepari qualcosa per farle tornare il sorriso?” propose, continuando a toccarsi i capelli.

“Piccola, non posso: in queste circostanze non si può far niente. Io non so far niente!” si giustificò l’uomo, mentre sentiva che il mento iniziava a tremargli nel tentativo di frenare il pianto.

“Se sai custodire tra le tue mani un grande tesoro, sei più potente di qualsiasi eroe!”.

Non aveva idea di chi fosse quel piccolo vulcano di saggezza, né da dove provenisse. Di certo però non avrebbe guastato la sua positività. Decise di metterla alla prova e la sfidò con il suo stesso linguaggio.

“Il tuo astronauta cosa farebbe?”.

“Continuerebbe ad amare le stelle! Andrebbe nella sua astronave e si metterebbe alla ricerca di pianeti sconosciuti, perché solo così potrebbe scoprirne uno migliore di quello che lui credeva il più bello”.

L’uomo pensò che d’ora in poi avrebbe guardato le stelle con occhi diversi.

“E il principe?” la interrogò ancora, scoprendosi affamato della sapienza della bimba.

“Ogni fiaba termina con le nozze del principe con la sua principessa, vivendo per sempre felici e contenti. Quindi il principe sarebbe costretto a cercare un’altra principessa. Sapendo però che il finale è sempre lo stesso, ne varrebbe sicuramente la pena!”. L’uomo rise, realmente coinvolto e con uno strano senso di leggerezza nel petto.

“Il mago invece inventerebbe nuove magie! Con la sua bacchetta magica trasformerebbe la tristezza in allegria. Poi farebbe un incantesimo, chiedendo al proprio cuore di non soffrire più pensando al passato, ma di sentirsi appagato, per le cose belle che ha vissuto e grato, per quelle che potrebbe vivere ancora”. Mentre parlava, la sua voce assunse un tono più grave e il suo lessico si fece più consono a quello utilizzato da una donna adulta.

L’uomo ascoltò rapito quello che diceva e la incitò a continuare, sospirando, mentre si chiedeva se davvero esistesse un incantesimo tanto potente.

“Il pirata invece è abituato a lottare per conquistare il suo tesoro, perciò non si stancherebbe di andare alla ricerca di nuove avventure, sfidando i pericoli del mare e perfino a costo di rimanere solo sulla sua nave. Però mai, per nessuna ragione, ci rinuncerebbe e continuerebbe a cercare nuovi tesori fino al suo ultimo respiro”.

“Sei molto più saggia di quanto dimostra la tua età” la elogiò l’uomo, contemplandola. “Dimmi dunque, tu cosa faresti?” la incalzò.

La bambina si fece improvvisamente molto seria in volto.

“Ti chiederei di essere felice, per consentirmi di essere felice a mia volta. Ti direi di stringere a te i nostri ricordi, ma di continuare a vivere, o lentamente anche i nostri ricordi morirebbero con noi. Ti pregherei di non perdere un secondo in più in rabbia, frustrazione e rimpianto, perché ogni attimo non vissuto è un attimo che non potrai più recuperare. T’invocherei di tornare a essere l’eroe della tua vita.  Poi, ti supplicherei di lasciarmi andare”.

L’uomo la guardò, confuso, ma la bambina non gli lasciò il tempo di interromperla. “Adesso sono pronta a svelarti il mio segreto”.

L’uomo sollevò le spalle e reclinò il capo, osservando la bimba con gli occhi di chi cerca delle risposte senza riuscire a dare un senso a quello che ha appena appreso.

“Sono il miracolo che hai chiesto al tesoro che stringi tra le mani”.

L’uomo sentì un brivido percorrergli la schiena. Colto di sorpresa, istintivamente aprì le mani e vi guardò dentro. Una catenina in oro gli scivolò tra le dita affusolate, mentre il ciondolo rimase saldamente aggrappato alla base del medio. Un pendente rotondo formava una piccola cornice e al suo interno, sigillata dal vetro, c’era la foto di una donna.

“Come sapevi…”

Alzò gli occhi, ma la bambina non c’era più. Al suo posto era rimasto il fermaglio che aveva tra i capelli. Guardò il suo tesoro, smarrito, ripensando a quello che era appena successo. Ripercorse ogni attimo di quell’incontro, registrando nella mente ogni minimo dettaglio del dialogo intercorso. Improvvisamente fu colto da un’illuminazione. I suoi occhi cercarono avidamente qualcosa che non avevano saputo vedere prima. Ripose il ciondolo nel proprio palmo e lo prese saldamente con le dita. Avvicinò l’immagine agli occhi per osservarla meglio. Sua moglie stava sorridendo in direzione della fotocamera e i suoi occhi verdi, che lo avevano stregato fin dal loro primo incontro, erano socchiusi per l’espressione. La sua fronte era in parte nascosta dalla frangia e la sua folta chioma raccolta solo da una parte, lasciando visibile l’orecchio. Proprio lì focalizzò tutta la sua attenzione e proprio lì lo vide: tra i capelli della donna che aveva amato più di tutta la sua vita, c’era un fermaglio blu a forma di stella.

 

Niente è quel che sembra

“Abbiamo trovato questa, signore”. L’agente Johnson consegnò una busta all’ispettore capo e Steve la aprì e ne lesse rapidamente il contenuto. “Sembra un biglietto d’addio” si pronunciò infine. “Anche questo elemento è compatibile con il suicidio”. Johnson lo guardò perplesso e non riuscì a trattenersi: “Solo compatibile? Questo è chiaramente un caso di suicidio!”. “Agente, niente è mai come sembra!” lo contraddisse Steve.“L’ipotesi più semplice solitamente è quella esatta!” ribatté Johnson, scimmiottando il tono grave della voce dell’ispettore. “Chi dice cose così intelligenti?” sorrise Steve, con lo sguardo sospeso nel vuoto, come incantato dal passaggio di una dea. “Sono parole sue, capo!” rispose Johnson, cercando il beneplacito del suo superiore. “A volte mi stupisco di me stesso, però è sempre meglio non dar nulla per scontato!” concluse. L’agente assentì silenziosamente e girò sui tacchi in direzione del ritrovamento, lasciandosi scappare un involontario sollevamento degli occhi in direzione del cielo. Il cadavere di un uomo giaceva sospeso a mezz’aria, tenuto per il collo da una corda annodata saldamente alla balaustra, in un’atmosfera surreale, in cui l’orrore di un gesto dettato dalla disperazione si univa all’irriverente freddezza degli agenti, i quali comunicavano tra loro a suon di battute di spirito. Steve contemplava la scena, cercando di dare un senso alla vocina che, nel profondo, gli diceva che qualcosa non andava. La richiesta di perdono, come ultimo atto d’addio, aveva fatto propendere l’ago della bilancia verso il suicidio, ma c’era un non so che di plateale in quella scena: pareva il set cinematografico del suicidio perfetto. Perché un uomo disperato aveva lucidato la propria dimora fino a eliminare l’ultimo granello di polvere? Quella casa sembrava essere appena uscita da qualche patinata rivista d’arredamento: troppo pulito, troppa cura per i dettagli, troppa attenzione all’ordine per un depresso cronico compulsivo che desidera ardentemente di farla finita. Uno che intende uccidersi perché dovrebbe preparare i sacchi dell’immondizia sul vialetto antistante, pronti per la raccolta differenziata dell’indomani? In quei rifiuti potevano esserci degli indizi utili e, probabilmente, anche nei cestini di casa si sarebbe potuto trovare qualcosa d’interessante, se non fossero stati sistematicamente svuotati, tranne che… “Chiamate il medico legale: voglio anche una sua perizia!” si pronunciò infine, ammutolendo gli agenti che lo guardarono contemporaneamente, alla ricerca di risposte, mentre lui sfoggiava tra le dita un pezzo di carta, come fosse il trofeo di un importante torneo sportivo. Johnson, che dei quattro era quello col quale aveva maggior confidenza, azzardò un’obiezione: “Capo, è chiaramente un suicidio. Non ci sono elementi per definirlo in maniera diversa…”. Steve lo interruppe, con tono bonario ma perentorio: “Uno scontrino battuto quattro ore fa, in un negozio a quaranta chilometri da qui, per l’acquisto di una corda per scalatori, in un cestino vuoto, ti sembra un buon elemento da cui cominciare?”. Johnson, non capiva e lo diede chiaramente a vedere. “Agente Johnson, se volessi suicidarti, andresti a comprare una corda nuova dieci minuti prima di buttarti nel vuoto, guidando con lucidità per quaranta chilometri, tornare e pulire casa prima di toglierti la vita? A me suona alquanto strano”. Strabuzzando gli occhi, Johnson prese lo scontrino dalle mani dell’ispettore, per visionarlo meglio. “Non l’avevamo notato… ” replicò l’agente deluso. “Ecco perché sono il capo: perché sono il migliore!” rispose Steve compiaciuto di sé, mentre gli altri lo guardavano costernati, a metà tra lo stupore e il disgusto per il suo narcisismo.

 

“Il cadavere presenta un’evidente escoriazione a livello del collo; qualche ecchimosi sulla parte destra del volto e un vasto ematoma in prossimità dell’orbita oculare; numerose contusioni sul corpo… Signore!”. Il medico legale chiamò l’ispettore. “Chiamami Steve, ti prego! Sono sicuro che anche Michelangelo si facesse chiamare per nome ai suoi tempi!”. Il medico lo guardò visibilmente confuso, poi, scrollando il capo come per liberarsi da strani dubbi, espresse il frutto della propria analisi. “Signor Steve, se quest’uomo si è suicidato, io posso fare la controfigura di Brad Pitt!” affermò. “Ero certo di poter confidare in te, Spencer” disse, prendendo tra le mani il cartellino identificativo dell’uomo. “Hai già formulato qualche ipotesi?”. Steve lo osservò irrequieto, con l’impazienza di un bambino che attende il finale della sua fiaba preferita. “È ancora molto presto per dire con certezza quello che è successo qui, ma sicuramente quest’uomo era già morto prima di tentare il suicidio”. Steve protrasse il busto completamente nella direzione del medico legale, rapito dalle sue parole. “Un morto non può suicidarsi!” costatò con sorpresa. “Qualcuno però può aver tentato di simulare un suicidio per nascondere qualcos’altro…Un omicidio, per esempio! …Interessante… Cos’hai trovato a sostegno della tua tesi?” chiese. “Tutto troverà conferma dopo l’autopsia, però quest’uomo sembra sia morto per i traumi ricevuti, probabilmente a seguito di una caduta…” illustrò Spencer. “… O di una colluttazione?” propose l’ispettore. “Forse! Qualcuno ha comprato questa corda in un negozio della città qui vicina esattamente questa notte, come dimostra lo scontrino che avete trovato…”. Steve lo interruppe, ostentatamente impettito. “…Che HO trovato!” precisò, per niente sarcastico, provocando una smorfia nel suo interlocutore. “Quest’uomo è stato trascinato a peso morto su questa scala e legato, con un nodo così stretto che sarebbe soffocato prima di potersi lanciare da lassù. Non sarà difficile trovare le impronte del probabile assassino” spiegò. “Ok, grazie, Spencer. T’invio il corpo per l’autopsia” replicò l’ispettore, congedandolo con una forte stretta di mano e una pacca sulla spalla. Steve aveva per le mani un singolare caso di omicidio da risolvere e non si accorse della parolaccia proferita a mezz’aria dall’uomo nella sua direzione. Quello cui pensava, era prima di tutto la necessità di ricostruire gli ultimi istanti della vittima e di interpellare i parenti più prossimi e gli amici. “Qualcuno di voi per caso conosce quest’uomo?” chiese Steve agli agenti, indicando il corpo accasciato a terra, ermeticamente chiuso in un sacco. “Non bene, però i gemelli sono famosi per le loro malefatte” rispose uno di loro. “Non sarà facile trovare l’assassino, perché i signori in questione non godono di buona reputazione e chiunque in paese desiderava vederli morti”. “Gemelli?” domandò Steve. “Sì, sono i fratelli Jackson!” rispose l’agente. “Bene, bene! Allora partiamo con lo interrogare il fratello!”.

 

“Quali notizie mi portate?” Steve guardò i suoi agenti migliori, sperando in qualche buon risultato. Johnson e un collega erano andati a far visita a Taylor Jackson, per comunicargli la notizia della morte del fratello, per il momento, riportandola come a seguito di un suicidio. Johnson, che arrivava sempre a conclusioni affrettate, spiegò all’ispettore la freddezza, anzi, l’euforia che aveva suscitato quella notizia. “La sua reazione è stata:’Morto? Davvero? Mi ha risparmiato un sacco di fatica! È la cosa migliore che mi sia mai capitata negli ultimi tempi!’. Le sembra normale? Taylor sembrava eccitato, compiaciuto e comunque, per niente sorpreso. Sono sicuro che sia stato lui!”. Steve, con la sua consueta flemmatica presunzione, intervenne smorzando la smania di vittoria dell’agente: “Johnson, Johnson, quando imparerai? Niente è quel che sembra, fino a prova concreta. Mentre voi due eravate a parlare col signore in questione, io ho raccolto qualche informazione sulla vittima. Si chiamava Tom Jackson e aveva parecchi precedenti penali. Avrebbe dovuto scontare almeno cinque anni di carcere per frode e furto. Lo attendevano in tribunale per l’udienza finale entro fine mese. Maniaco dell’ordine e della pulizia in casa, ma ambiguo e caotico nella vita privata, non aveva amici. Il medico legale ha scoperto che la causa del decesso è stata una forte emorragia interna dovuta a una profonda frattura nel cranio. Nel taschino della camicia è stato trovato il suo tesserino di riconoscimento e la firma sul biglietto di scuse non corrisponde a quella sul documento. L’analisi della calligrafia ha confermato che chi ha scritto ‘Perdonami, tuo fratello T’ non fosse mancino, mentre Tom lo era. In questo momento stanno analizzando le impronte sulla corda e sullo scontrino: vedremo cos’altro emerge”. Steve stava esponendo tutte le nozioni in suo possesso, stilando uno strano elenco riepilogativo sulla lavagnetta magnetica appesa dietro la scrivania. Un uomo sulla cinquantina comparve improvvisamente, attirando la sua attenzione. “Signore, abbiamo il primo testimone per il suo caso. Sembra che il ‘suicida’ se la facesse con la moglie del fratello e che ieri sera, poco prima di cena, i due abbiamo avuto una forte discussione a suon di pugni e calci davanti al bar del paese”. Era il movente che cercava: caso risolto!

 

“Signor Taylor, si rende conto vero che la sua posizione si sta aggravando? Le consiglio di chiamare un avvocato: sullo scontrino e sulla corda sono state trovate tracce di DNA compatibili con le sue”. Steve si aggirava attorno al tavolo dell’interrogatorio, con fare circospetto. Tutte le prove portavano al sospettato principale come autore del delitto. Adesso doveva solo tentare di inchiodarlo, strappandogli una confessione. “Ovviamente: siamo gemelli omozigoti! Quel DNA potrebbe essere di Tom. Anche un imbecille sa che in questi casi il DNA è identico!”. Il tizio sapeva il fatto suo. “Detesto Tom da quando siamo nati, ma questo non significa che l’abbia ammazzato. Non le nego che lo avrei fatto volentieri”. Steve tentò immediatamente il contraccolpo: “Le ricordo che tutto quello che dice potrebbe essere usato contro di lei in tribunale!”. Ancora un paio di affermazioni così ed era fatta! “Se la spassava con mia moglie alle mie spalle! Vuol dirmi che lei non si sarebbe arrabbiato?”. Un’altra occasione per l’affondo: “Per questo ha deciso di ucciderlo? Era così arrabbiato che l’ha finito a forza di pugni?”. Taylor era un duro e non sarebbe stato semplice metterlo all’angolo. “Sì, l’ho preso a calci nel sedere, ma non l’ho ammazzato” disse senza tradire emozioni particolari nella voce. Era necessario un assalto. “Le dico io come sono andate le cose: era così arrabbiato che ha deciso di tornare a casa sua quella sera. L’ha tramortito di botte e, forse accidentalmente, Tom è caduto sul tavolino in cristallo, fracassandosi il cranio. A quel punto si è reso conto di aver combinato un bel guaio. Ha preso la macchina ed è andato da Jump a comprare la corda. Ha trascinato il corpo al piano superiore e ha inscenato una bella impiccagione. Poi ha scritto un biglietto di scuse, adagiandolo sulla consolle dell’ingresso, in modo che fosse facilmente reperibile, e ha ripulito tutto, buttando i frantumi di cristallo nei sacchi, sapendo che l’indomani sarebbe passato il camion della raccolta. Non si aspettava però che un poliziotto avrebbe suonato a quest’indirizzo, per notificare l’avviso di presentazione al processo imminente e, trovando la porta socchiusa, avrebbe scoperto tutto prima del passaggio del furgone dei rifiuti. Inoltre, ha commesso alcuni errori: ha dimenticato gli stivali a casa di Tom; ha usato un suo paio di scarpe, che sono state rinvenute nella sua tenuta; ha buttato lo scontrino nel cestino dei rifiuti appena svuotato e ha falsificato in malo modo la calligrafia di suo fratello, che a differenza sua era mancino”. Taylor aveva il furore negli occhi: quel tizio aveva scommesso sulla sua colpevolezza. Sapeva come andavano certe cose: aveva già sperimentato la prigione e qualsiasi buon avvocato gli avrebbe consigliato di patteggiare. Steve, dal lato suo, gli stava leggendo nella mente. Aveva visto centinaia di sguardi come quello: era il momento di tentare il tutto per tutto: “Se decide di confessare, nessuno potrà esentarla dal carcere. D’altro canto, se mostra pentimento e confessa, l’uccisione di suo fratello potrebbe essere facilmente ricondotta a un incidente, e, con l’aiuto di un buon avvocato, potrebbe ottenere uno sconto di pena”. Taylor rimuginava, folle di rabbia. “Avete sufficienti prove per incastrarmi, vero?”. Steve annuì silenziosamente. “Ok! Chiamatemi un avvocato!”. Taylor non aveva scelta. “È un’ammissione di colpa?” insistette Steve. “Non mi servirà a nulla ammetterlo, perché voi avete già deciso che sono colpevole! Che possa l’anima di mio fratello bruciare all’inferno!”. Steve guardò oltre il vetro della stanza, dove, in un’altra sala, un gruppo di agenti stavano osservando tutta la scena. Immaginando di meritare lodi e complimenti per il suo operato, si gonfiò il petto e rivolse al gruppo occhiate di gloria. Aveva portato a termine con successo l’ennesimo interrogatorio: onore all’ispettore Steve!

 

Sollevando la propria tazzina di caffè verso Johnson, in segno di brindisi per la vittoria, Steve dette inizio al festeggiamento: “Caso chiuso! Visto, Johnson? Niente è mai quel che sembra! Fortunatamente sono dotato di un’intelligenza superiore alla media altrimenti, a quest’ora, questo caso sarebbe stato privo di risoluzione. Solo la realtà supera la fantasia: chi potrebbe mai immaginare che un uomo uccida il proprio fratello gemello?”. Questa volta l’agente era d‘accordo col capo. “È terribilmente vero quello che ha appena detto, Steve!” ammise. “Che c’è di così terribile? Che sono dotato di un’intelligenza superiore è noto: lo provano i numerosi test cui mi sono sottoposto!” rispose contrariato l’ispettore. Johnson allungò gli occhi verso quell’uomo: la sua arroganza sembrava non trovare fine! “Intendevo per la seconda parte di quello che ha detto! Poveri genitori: si rivolteranno nella tomba! Quella povera madre è morta di crepacuore, perché già sapeva che i suoi tre gemelli avrebbero avuto una vita miserabile!”. Steve sputò il caffè che gli stava andando di traverso e si alzò con uno scatto repentino. “Scusa, hai detto TRE?” chiese, incredulo. “Certo! Io non conoscevo bene la vittima, ma in paese tutti si ricordano il giorno della nascita delle tre T dei Jackson: Tom, Taylor e Timoty. Le peggiori canaglie che questo villaggio abbia mai visto! Timoty era perennemente ammalato, per via di una patologia che gli causava sanguinamenti continui e forti emorragie. Gli altri due lo riempivano continuamente di botte e, per evitare di compromettere seriamente la sua salute, fu affidato a una parente a Londra. Non si è più visto da allora. Qualcuno dice che sia sempre stato attanagliato dal senso di colpa, perché lo allontanarono dopo l’ennesimo litigio con i fratelli e, in seguito, la madre si ammalò gravemente e morì”. Steve divenne un fantasma. Pallido e pensieroso sembrava in preda a un attacco di cuore. Poi, senza aggiungere una parola, corse fuori dal locale, lasciando Johnson solo, davanti al suo caffè. Paralizzato di fronte all’ennesimo mistero irrisolto, l’agente fece spallucce. “Ragazzo!” chiamò il barista ad alta voce. “Il mio presuntuoso capo se n’è andato, quindi tieniti il caffè e fammi un drink come si deve!”.

 

Steve lesse e rilesse più volte tutti gli atti, le testimonianze, il resoconto dei fatti. Non c’era un solo indizio che potesse far pensare a un errore. Poi finalmente trovò quello che cercava. Anche Mary, la moglie di Taylor, aveva rilasciato la propria deposizione. Quando le era stato chiesto di descrivere la vittima, ostentando una sensualità decisamente fuori luogo, aveva risposto così: “Una vera canaglia, come piace a me! A letto era insuperabile: focoso, tenace, giocherellone… Ogni volta, prima di cominciare a divertirci, mi faceva giurare eterno amore sul suo nome. Non era un modo di dire: all’inguine aveva un tatuaggio col suo nome e i preliminari iniziavano con le mani messe lì…”. Steve corse all’obitorio, dove il corpo di Tom Jackson stava per essere cremato. Scostò rapidamente il lenzuolo e con gli occhi iniziò a percorrere ogni centimetro del pube e i suoi lati. Poi, per la prima volta nella sua vita, pianse.

 

A migliaia di chilometri di distanza, sperso nel cuore dell’oceano, su un’isola di cui non riusciva nemmeno a ricordare il nome, il terzo gemello si lasciò cadere sul letto, colto da improvvisa stanchezza, dopo gli affanni delle ultime ore. Rincasando, aveva trovato il fratello esanime a terra, in un cumulo di frammenti di cristallo e sangue. Era pieno di lividi, come se avesse appena disputato un torneo di pugilato. Probabilmente colto dall’ennesimo malore, era caduto, sbattendo la testa sul tavolino. Non respirava più: quel vigliacco si era lasciato morire così, lasciandogli un grattacapo che non desiderava. Ora si trovava a fare i conti con il disordine che aveva provocato, senza parlare del danno al tavolino! Non gli era mai importato niente del fratello e lo considerava un perfetto sconosciuto. Si era presentato a casa sua nel pomeriggio, dicendogli che la sua malattia stava peggiorando e che aveva un unico desiderio prima di morire: ricongiungersi ai suoi fratelli. Gli aveva persino dato un biglietto in busta chiusa e dentro, su un cartoncino simile a una pergamena, ci aveva scritto: “Perdonami, tuo fratello T”. Povero sciocco! Non aveva mai combinato un solo guaio in vita sua, a differenza di lui e Taylor, e adesso addirittura chiedeva perdono: per cosa? Le sue chiacchiere e i suoi modi gentili lo urtavano. Aveva preso la busta e l’aveva buttata sulla consolle dell’ingresso. Poi, gli aveva detto di tornare da dov’era venuto, perché non aveva bisogno delle sue scuse per vivere, tantomeno della sua presenza. Quindi era uscito sbattendo la porta, con la speranza di non trovare più quell’incapace al suo ritorno. Gli guardò il volto tumefatto, ancor più identico al suo, dopo il litigio con Taylor, ora che avevano lo stesso colore violaceo intorno all’occhio. La stessa somiglianza che aveva odiato per tutti quegli anni, adesso gli stava suggerendo un’idea, una vera e propria illuminazione. Se avesse inscenato la propria morte, utilizzando il corpo del fratello, si sarebbe potuto esentare dalla galera. Agì d’impulso. Gli mise nel taschino la sua tessera d’identità e lo trascinò al piano di sopra. Se avesse saputo dare il giusto risalto a quel gesto, il suo falso suicidio avrebbe suscitato scalpore e tutti ci avrebbero creduto. Doveva correre da Jump, il negozio di articoli sportivi aperto ventiquattro ore su ventiquattro, per comprare il materiale adatto alla messinscena. Costruita la commedia, era andato a casa di Taylor, per vedere Mary un’ultima volta. Passando dal cortile, aveva sporcato le scarpe di fango e, maniaco della pulizia qual era, non aveva resistito a rubare un paio di stivali puliti al fratello. Della cognata non c’era traccia, così era rincasato presto, con ai piedi gli stivali rubati, dimenticando le sue scarpe nella lavanderia di Taylor. Prese tutti i soldi che aveva in cassaforte e il passaporto del gemello: il nuovo Timoty Jackson aveva baffi e barba, ma nella fotografia la sua faccia era sorprendentemente riconoscibile. Prima che emergesse qualsiasi indizio che potesse incastrarlo, doveva andarsene, di corsa. Senza pensarci troppo, si era imbarcato sul primo aereo per il sud dell’America e poi aveva volato ancora, verso una meta sconosciuta al turismo e alla legge. Ora poteva finalmente considerarsi al sicuro e godersi per sempre la sua nuova identità. “Timoty Jackson! Una nuova vita! Un nuovo inizio! Me lo giocherò bene e fino in fondo, fratello!” sussurrò a se stesso, mentre una mano finì istintivamente alla sommità della tasca destra dei jeans. Sotto il tessuto, le dita calde e umide dell’uomo soffocavano la traccia indelebile di uno scomodo passato, proprio là, dove un tatuaggio a caratteri nobili campeggiava e tracciava in linee curve il suo originario ma già estinto nome: TOM.

Il ricco e il povero

Richard guardò oltre la porta a vetri del negozio e vide che l’auto del signor Henrito era parcheggiata al suo solito posto. Avrebbe atteso lì dentro ancora qualche minuto, prima di uscire col volto coperto e strappargli il telefonino che a lungo aveva agognato. L’uomo in questione era meticoloso e abitudinario: quattro minuti precisi e sarebbe salito in auto. Prima però avrebbe gettato un’occhiata alla finestra del suo appartamento, tirando con la mano un bacio a distanza alla finestra. Quel signore poteva permettersi qualsiasi lusso e dietro quella persiana socchiusa, sicuramente, si celava la sua giovane amante. La immaginava in pelliccia, vestita solo di gioielli appariscenti, ma prigioniera nel suo bel carcere dorato. Quell’uomo doveva essere così meschino e prepotente da costringerla in casa tutto il giorno, negandole qualsiasi possibilità di libertà, perché la voleva solo sua, schiava del suo potere. Meritava ciò che gli stava per accadere! Richard aveva deciso che sarebbe stato sua vittima, nell’esatto istante in cui lo aveva visto per la prima volta. Era successo due mesi prima, in un negozio di giocattoli. Richard si era recato là con i gemelli, per concedere un po’ di tranquillità a sua moglie. Quei due non avevano fatto altro che litigare per un pacchetto di figurine (l’unica cosa che lui si poteva permettere di comprare), bisticciando su chi le avrebbe scartate. Alla cassa il commerciante aveva salutato con un largo sorriso il signore in coda davanti a lui. “Buongiorno, signor Henrito! Cosa ha scelto oggi per la sua regina?” gli aveva chiesto, come se lo conoscesse da sempre. Dal portafogli erano sbucati più bigliettoni di quanti Richard ne avesse mai visti in vita sua. La sua giovanissima amante era un’appassionata di bambole costose, come la maggior parte delle poco più che adolescenti signore dell’alta società. Al polso sfoggiava un orologio delle dimensioni di un’albicocca, interamente d’oro. Abbigliato come se fosse appena uscito da una sartoria, sulla sua camicia non c’erano macchie di sugo o rigurgiti di neonato, come invece succedeva sempre a Richard. Un impeto d’ira nei confronti della propria sorte così ingiusta e impietosa s’impossessò di lui. Fu però quando suonò il cellulare che l’invidia per quell’uomo si trasformò in desiderio di vendetta, fermentando un proposito negativo nella mente. Dalla giacca che teneva accomodata su un braccio, sfilò il modello introvabile del giocattolino tecnologico più all’avanguardia che esistesse sul mercato. Conosceva alla perfezione il valore di quel gioiellino, perché quel medesimo pomeriggio ne aveva parlato con Tom, il ricettatore più popolare del suo quartiere. Proprio lui gli aveva rivelato di avere un acquirente pronto a sborsare una fortuna per quel telefono e ancora lui gli aveva confidato di essersi esposto, garantendogli che ne sarebbe stato il legittimo possessore entro breve tempo, pur non avendo nulla per le mani. Se fosse riuscito a sottrarglielo, avrebbe negoziato con Tom sul costo dell’affare, ricavandone una bella sommetta. Così erano partiti le sue ricerche, i suoi appostamenti e l’annotazione delle sue abitudini. Dal portiere del suo palazzo aveva saputo che il signor Henrito era gentile ma molto riservato. Richard però era certo che nell’agiatezza non ci fosse gratuità, che tutto avesse un costo e un prezzo: la sua non era gentilezza ma ipocrisia. Qualche vicino gli aveva svelato che si era trasferito lì da pochi mesi con una ragazza così giovane che poteva essere sua figlia. Usciva raramente dalla sua casa, solo per recarsi al lavoro, e rincasava sempre alla stessa ora, con un pacchetto diverso ogni giorno. Di mattino, puntualissimo usciva dalla portineria del palazzo, trenta secondi esatti di saluto alle persiane socchiuse e poi saliva sulla sua auto, parcheggiata nel viale di fronte al botteghino in cui si era rifugiato. Aveva studiato tutto nei minimi particolari. Meno dieci secondi: era giunto il momento! Mise il pugno nella tasca dei pantaloni, simulando una pistola nascosta e, sollevando il cappuccio della giacca per coprire la fronte e gli occhi, uscì rapidamente, senza che il negoziante potesse fermarlo. Non disse niente. Approfittando del saluto a distanza all’amante misteriosa con la mano libera afferrò il braccio dell’uomo e scrollandolo, gli sfilò dalla giacca il cellulare. Senza esitare attraversò velocemente la strada, sgattaiolò dentro una via buia e stretta, scese la scalinata della metropolitana, scavalcò il tornello con un balzo e, repentino, montò sul primo treno in partenza. Non sentì grida di aiuto o al ladro inveite contro di sé, forse perché si era fatto sordo per l’eccitazione e la concitazione del momento, o forse perché a quell’uomo non importava molto di perdere un telefono che valeva più di quanto Richard avesse mai guadagnato in anni di duro lavoro. Quando fu finalmente solo e tranquillo, abbassò il cappuccio. Era andato tutto liscio. Rilassò la mano nella tasca, ringraziando Dio che non fosse stato necessario simulare di possedere un’arma da fuoco, e guardò il piccolo tesoro che aveva appena rubato. Leggero e maneggevole, nonostante le dimensioni, era dotato di uno schermo di circa quindici centimetri ed era completamente privo di rigature e graffi, il che lo rendeva ancora più apprezzabile per il suo scopo. Velocemente disattivò ogni tipo di sicurezza sul dispositivo, così come gli aveva spiegato Tom, in modo che divenisse perfettamente irrintracciabile. Con soddisfazione lo ripose in tasca e tornò a casa.

Fu sua figlia maggiore ad aprirgli l’uscio. “Ciao, Shirley!” la salutò frettolosamente. Poi sgattaiolò nella sua camera, mentre i gemelli giocavano in cucina, dove sua moglie stava preparando il pranzo cullando tra le braccia la figlioletta di pochi mesi. Richard chiuse la porta della camera, per isolarsi momentaneamente e fare un bilancio degli eventi della giornata. Sapeva di non aver agito correttamente. Non era sua consuetudine rubare ma in qualche modo doveva pur provvedere al mantenimento della sua famiglia. Se la natura non lo aveva creato ricco, il destino lo aveva addirittura umiliato, burlandosi di lui: prima gli aveva offerto un impiego duro per pochi soldi e poi glielo aveva sottratto, con un licenziamento per esubero di personale. Aver rubato a un ricco prepotente e viziato lo faceva sentire come se avesse appena segnato gol all’ultima partita di un campionato importante: questa volta era stato lui a farsi beffa del destino, pareggiando in parte i conti tra povertà e ricchezza. Riprese il dispositivo tra le mani e cedette alla tentazione di provarlo. Incappò immediatamente nella galleria fotografica. Non c’erano molte immagini immortalate lì dentro. Le prime foto erano state scattate in quello che doveva essere il suo appartamento subito dopo il trasferimento. Soltanto la sala era più estesa dell’intero barrio dove viveva lui. Un lungo tavolo con almeno una decina di sedute era stato posto al centro, mentre sul fondo s’intravedeva un divano bianco, angolare, che appariva infinito. L’argenteria era ovunque: sul tavolo, sulla credenza adiacente alla parete opposta a quella in cui si vedeva il divano, appesa come accessorio d’arredo sulle mensole decorative. Quella stanza diceva tutto di quell’uomo: una persona eccentrica, precisa, fredda e boriosa, come tutta la gente del suo rango. Scorse l’indice sullo schermo. Stavolta aveva ripreso se stesso in un breve video in cui a labbra socchiuse diceva: “Ti voglio tanto bene”, seguito da un bacio diretto alla fotocamera. Ipocrita e falso! Che ne poteva sapere dell’affetto vero uno che può comprarsi tutto quello che vuole? La voce della figlia lo chiamò ricordandogli che il pranzo era pronto. Aprì la porta della camera e gettò rapidamente un’occhiata oltre la soglia. Sua moglie stava imboccando le due piccole canaglie dall’aspetto identico, mentre Shirley si stava occupando della piccolina, cantandole la sua ninna nanna preferita. Un sorriso gli illuminò il volto. Prima di aggregarsi al resto della famiglia, decise di vedere l’ultimo video che l’avaro signor Henrito aveva registrato nel dispositivo. Dall’inquadratura dell’appartamento sbucò il volto di una ragazzina dell’età di sua figlia. Completamente calva, con gli occhi infossati nel volto pallido e interamente privo di peluria, aveva l’aria stanca e lo sguardo spento e inerte di chi sta soffrendo da molto tempo. Visibilmente provata, con la voce interrotta dai respiri affannosi, si nascondeva il viso con le mani. “Ti prego, papà, non riprendermi” chiedeva incerta, sorridendo. “Perché non dovrei? Sei la mia regina!” gli rispondeva la voce profonda del signor Henrito. La ragazzina allora toglieva le dita magre dal volto smunto e spigoloso, come se non avesse desiderato altro. “Sono bella così?” chiedeva, scimmiottando un atteggiamento sexy e provocante, mettendo in risalto la sua eccessiva magrezza. “Sei sempre bellissima! Sono tutti invidiosi qui sotto, quando ti mando i miei baci prima di andare al lavoro!” dichiarava lui, continuando a riprenderla. “Continueranno a essere invidiosi tra qualche giorno, quando non ci sarò più?” lo interrogò lei, facendosi triste, mentre la tosse irrompeva prepotente, costringendola a chinarsi sul letto cosparso di bambole. Il video terminava all’improvviso, con l’immagine trascinata a terra e interrotta. Richard impallidì. Con uno scatto fulmineo corse nel bagno a lavarsi ripetutamente le mani, senza riuscire a sentirsi pulito. Si fissò nello specchio, provando vergogna per la figura che vedeva riflessa. La situazione si era ribaltata: il signor Henrito non era arrogante e meschino e Richard si sentiva immensamente stupido. Il suo senso del giudizio aveva fallito miseramente: la natura gli aveva dato molto più di quanto avesse creduto. Doveva rimediare. S’infilò il giubbetto con cui aveva compiuto il colpo e uscì dalla sua stanza. Guardò a lungo i suoi figli che giocavano sereni, trasformando dei piccoli pezzi di carta in coriandoli e lanciandoli in aria, per la fantastica conquista di un castello immaginario. Poi osservò le figlie: la piccola, addormentata con il ciuccio in bocca e la testa abbandonata sulle braccia della più grande. Raggiunse Shirley, la abbracciò con forza e la baciò dolcemente sul capo, pago per la gioia di averla lì con sé e compiaciuto per il suo volto tondo e i suoi occhi vispi. Lei lo guardò sorpresa, ma contraccambiò l’abbraccio. Infine esaminò sua moglie, sempre bellissima, nonostante le curve più morbide e burrose dovute alle gravidanze. Per un attimo incrociò il suo sguardo e amorevolmente lei gli sorrise, invitandolo a prendere posto al tavolo. Richard però si congedò a gesti, indicando che sarebbe tornato subito.

A volto scoperto, senza nascondersi si presentò davanti all’uomo a cui aveva sottratto il telefono, nel suo ufficio, proprio nel luogo dove lavorava. Il signor Henrito lo guardò e lo riconobbe come il ladro del mattino, ma non proferì parola. In silenzio Richard restituì l’oggetto che teneva tra le mani. Il signor Henrito lo scrutò a fondo. Poi, sprofondando nella sedia dietro la scrivania, lo interrogò: “Perché?”. “Perché ho sbagliato”, rispose Richard, riassumendo in quella frase sia il motivo del furto sia quello della restituzione. “Come sa che non la denuncerò?” insistette il derubato, cercando di provocare la reazione nel ladro. “Non lo so, ma sono disposto ad assumermi le mie responsabilità” rispose Richard con semplicità. Un silenzio carico di tensione invase l’ufficio. “Un errore è concesso a tutti” disse quasi sottovoce, ma con tono deciso.  “Le offro la possibilità di ricominciare: ne faccia un buon uso!” risolse poi, sorprendendolo. Per Richard fu la conferma di quanto si fosse equivocato nel giudicare quell’uomo. Senza aggiungere altro, si alzò, con le spalle chine, sentendosi ancora più colpevole di quanto non lo fosse stato entrando, e prese la direzione della porta di uscita. “Ha figli?” lo interpellò ancora una volta, prima di lasciarlo andare. “Sì. Quattro” rispose, ripensando ai coriandoli lanciati in aria dai gemelli, alla dolce nanna della piccolina e al vigoroso abbraccio di Shirley. Poi, mosso da compassione per quell’uomo gentile, come se in quel modo potesse esprimergli il suo rincrescimento, aggiunse: “La maggiore ha l’età della sua”.  Il signor Henrito cambiò espressione. Deglutì a fatica, strabuzzando gli occhi: qualcuno conosceva il suo segreto e forse anche la sua pena.  Sul suo volto allora si palesò una domanda e Richard confermò col capo: sì, aveva visto il video; sì, era dispiaciuto e sì, si rammaricava della triste sorte che gli era capitata. Nessuno dei due disse altro per qualche secondo: non c’erano parole abbastanza potenti da esprimere la sofferenza e nemmeno tanto poderose per riuscire ad alleviarla. “Allora saprà quanto è fortunato!” concluse con voce tremante il povero signor Henrito. Richard annuì silente, poi richiuse la porta alle sue spalle. Era davvero fortunato: ora sapeva di essere l’uomo più ricco del mondo.

 

Cuore Nobile

In un piccolo paese, confinato ai margini di un vasto regno, c’era una volta un giovanissimo orfanello. Senza più un padre né una madre, vagava per le strade del villaggio con i suoi due amici più fedeli: Ametista, un sassolino magico che gli aveva regalato sua mamma prima di lasciarlo, e Sbilenco, il suo adorato puledro bianco, che aveva chiamato così per via della sua andatura incerta nei primi giorni di vita. L’unica famiglia che conoscesse erano gli abitanti del luogo che, poiché era un bambino molto dolce e premuroso, facevano a gara per aiutarlo. Il panettiere, ogni giorno, per pranzo, gli regalava un tozzo di pane e la fruttivendola, in cambio di un aiuto nel sollevare le pesanti cassette piene di vegetali, gli offriva i suoi prodotti per la merenda. A turno, le signore del villaggio cambiavano e lavavano i suoi vestiti sporchi. La notte dormiva nella stalla del signor Pedro, il contadino che, grazie a un prezioso consiglio di Ametista, aveva triplicato il raccolto di quell’anno e, come ringraziamento, gli aveva regalato Sbilenco.

Un giorno passò per il paese una signora dall’aria smarrita. Il bambino la vide mentre stava piangendo, seduta sul selciato della chiesa. Il piccolo si avvicinò e le chiese perché fosse tanto triste. Lei gli rispose che erano ore che vagava alla ricerca del cammino verso casa. Degli uomini l’aveva derubata e le avevano sottratto il cavallo su cui viaggiava. Era molto stanca e affamata e si sentiva sola e impaurita, perché il villaggio era molto umile e godeva di cattiva reputazione. Il piccolo, com’era solito fare, la rincuorò, offrendole tutto l’aiuto di cui aveva bisogno. Rinunciò senza indugiare al suo pane quotidiano, pur sapendo che non avrebbe mangiato altro per quel giorno, e l’offrì alla donna. Poi le trovò un riparo, al suo fianco nella stalla, per riposarsi durante la notte. Infine, si congedò con un lungo abbraccio dal suo amatissimo amico Sbilenco e, dopo aver aiutato la signora a montare sulla sua groppa, chiese ad Ametista di mostrare loro la strada per ricondurla a casa. La signora, che fino a quel momento si era finta molto povera, commossa per tanta gentilezza, lo ringraziò regalandogli tre monete d’oro. “Grazie a te, offrendomi tutto quello che avevi, adesso so che la vera nobiltà risiede nel cuore e non nella ricchezza. Usa queste monete con saggezza e per un motivo importante e forse un giorno potrai perfino diventare un re”. Poi, ricordando improvvisamente di non avergli mai fatto quella domanda, gli chiese quale fosse il suo nome. Il bambino non lo sapeva: nessuno lo aveva mai chiamato per nome. Era un semplice orfanello umile e gentile, non aveva bisogno di sapere altro di sé. “Ti chiamerò Cuore Nobile e un giorno ci rivedremo” e se ne andò.

Il tempo passò e Cuore Nobile divenne un giovane bello e forte. Non perse mai il suo altruismo e conservò intatte anche le monete d’oro. Ogni istante pensava al suo amico Sbilenco, chiedendosi perché lui e Ametista non avessero mai fatto ritorno. Un giorno, camminando per la strada, s’imbatté in un foglio di giornale, trasportato dal vento fino a lì. Quando lo prese per riporlo nella spazzatura, vide una grossa fotografia, in cui riconobbe la donna e il suo amato cavallo. Entrambi sembravano tristi. La signora, che si era trasformata in un’anziana, pareva gravemente ammalata, mentre il suo amico fedele era diventato uno splendido stallone dallo sguardo infelice. Poteva accettare che degli amici lo avessero abbandonato, ma non poteva sopportare che stessero male o che fossero caduti in disgrazia. Decise quindi che era giunto il momento di utilizzare le tre monete: una sarebbe servita per il viaggio alla ricerca della signora, l’altra per procurarle le medicine e curare la sua malattia e l’ultima per riportare a casa Sbilenco e Ametista. La povertà non gli aveva consentito di studiare e così non aveva mai imparato né a leggere né a scrivere. Scoprì, pertanto, che la signora, in realtà, era una regina molto ricca e influente, solo nel momento in cui arrivò dinanzi al suo palazzo. Quando si presentò a corte, la vecchia regina lo riconobbe subito e lo abbracciò teneramente. Gli chiese come avesse usato le sue monete e il ragazzo le spiegò le sue intenzioni, mostrandole le monete avanzate. Lei allora sorrise, dopo molto tempo. “Speravo che venissi da me, per questo motivo ho fatto stampare la mia foto e quella di Sbilenco sui giornali di tutto il mondo. Tu sei la risposta che cerco da sempre. Quando ci siamo conosciuti, ero uscita dai confini del mio regno, alla ricerca di un nobile che potesse degnamente succedermi al trono. Ho impedito al tuo cavallo di tornare da te, seguendo il consiglio della tua pietra parlante. Doveva trascorrere del tempo, prima che i nostri piani andassero a buon fine e tu dovevi dimostrarmi di esserti mantenuto il Cuore Nobile che ricordavo”. Poi, gli disse che stava morendo e che, non avendo figli, non esistevano eredi diretti al trono. Stava invecchiando rapidamente e tutti i nobili del suo vasto regno avevano fatto a gara per convincerla a tramandargli lo scettro. Purtroppo, aveva scorto l’aridità dei loro cuori e, afflitta, aveva fatto, in combutta con Ametista, l’unica cosa che poteva assicurare al suo popolo un re buono e giusto: aveva emanato un editto speciale. La regina parlava a fatica, tra colpi di tosse e lunghe pause per riprendere fiato. Poi, inaspettatamente, esalò il suo ultimo respiro e, senza riuscire a terminare il suo racconto, morì. La notizia della morte della regnante travolse il palazzo e una schiera di signorotti eleganti e baldanzosi si diresse verso le stalle. Stordito e indispettito per il poco rispetto dimostrato da quegli uomini, per la fine della vita di una persona a lui così cara, Cuore Nobile lasciò dolcemente la mano della vecchia e, dopo averle depositato un bacio d’addio sulla fronte, inseguì la folla inferocita. Stava per alzare la voce contro quella moltitudine, dimostrando il suo sdegno, quando vide un centinaio di nobili che cercavano di cavalcare un bellissimo cavallo bianco, apparentemente imbizzarrito. Impaurito l’animale scalciava, nitriva e si sollevava sulle zampe, prima posteriori poi anteriori, lanciando a terra uno a uno tutti i pretendenti alla monta. Velocemente, Cuore Nobile corse in aiuto dello stallone e lo avvicinò con i suoi modi gentili. Si riconobbero subito. Sbilenco smise di opporre resistenza si lasciò montare dal suo amico. Qualcuno cominciò ad applaudire e qualcun altro gridò: “Viva il Re! Viva il Re!”. Poi, poco a poco, tutti i presenti s’inchinarono al suo passaggio. Sconcertato, Cuore Nobile chiese a una guardia reale cosa stesse accadendo. “La regina ha emanato un editto secondo cui chi avesse montato senza fatica il suo indomabile stallone bianco, sarebbe diventato il nuovo re”. Sbalordito il ragazzo accarezzò il suo animale e, da un sacchetto allacciato alle redini, sbucò Ametista, felice e sollevata. Da quel giorno il regno ebbe un nuovo re, che governò a lungo con giustizia e gentilezza. Tutti gli abitanti del suo vecchio villaggio furono invitati a corte per risiedere entro le mura del castello, come sudditi fedeli e amici del sovrano. Quando s’innamorò e sposò la sua amata, insieme decisero di adottare tutti gli orfani del regno, regalando amore a chi non poteva riceverne. Il regno, anche grazie ai suggerimenti di Ametista, divenne presto più prospero che mai e Cuore Nobile, che aveva ritrovato i suoi migliori amici, non si separò mai più da loro e vissero così a lungo, felici e contenti.