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Aurora e l’inno nazionale

 

Il 25 di questo mese si festeggia il trentacinquesimo anniversario del decreto che rese nel 1881 ‘Gloria la bravo pueblo’ l’inno nazionale di questo stato. Quando si parla di inno nazionale, la bocca si torce in uno sbadiglio spontaneo. Prometto che non vi annoierò oltre con la spiegazione dei suoi versi, né mi cimenterò in un excursus storico. Semplicemente voglio rendervi partecipi della musicalità e della bellezza dell’inno che a mio parere è davvero il più piacevole che abbia mai ascoltato. Il patriottismo qui è ancora un valore molto sentito. Aurora a malapena conosce quello italiano, ma sa perfettamente a memoria quello venezuelano, fin da quando era piccolissima, perché i bambini sono educati nelle scuole (sia pubbliche che private) all’osservanza dell’atto civico per eccellenza. Prima dell’inizio di ogni lezione alle 7.30 in punto, tutti gli studenti si preparano in ordine nel cortile con le mani raccolte dietro la schiena e cantano insieme prima l’inno nazionale e poi quello regionale. Proprio così! Qui ogni regione ha una canzone a sé dedicata. In questo video aveva da pochissimo compiuto i due anni. Godetevela! È uno spettacolo di tenerezza!

Chiudo con un simpatico episodio che si è verificato l’anno scorso, al rientro in Venezuela, dopo un breve soggiorno in Italia. Giunto al termine del suo lungo viaggio, l’aereo si stava preparando all’atterraggio a Caracas. In quei brevi istanti il tempo sembra fermarsi e il silenzio predomina, rendendo l’atmosfera carica di tensione. Tutto sembra sospeso in un intervallo che sembra infinito e ci si dispone in posizione eretta, con i muscoli addominali contratti. Qualcuno stringe la mano al proprio vicino, qualcun altro chiude gli occhi in attesa, altri si fanno il segno della croce o guardano fuori dal finestrino, fingendo indifferenza, ma tutti, proprio tutti, attendono la sollecitazione delle ruote dell’aereo in appoggio sul suolo. Quella volta non è stato diverso. Nell’esatto istante in cui le ruote dell’aereo si posavano su terra venezuelana, in mezzo al silenzio generale, con un tempismo inaspettato, ecco che sento la vocina di Aurora al mio fianco che urla con forza: “A las uno, a las dos y a las tres… Gloria la bravo pueblo que el yugo lanzo…”. Si è messa a cantare l’inno venezuelano a squarciagola!!! Vi lascio immaginare l’ilarità generale che ne è scaturita. Ovviamente sono scoppiati tutti quanti in una risata spontanea, quasi al limite della commozione e l’applauso, normalmente dedicato al pilota, questa volta era tutto per lei. Ho ricevuto una serie infinita di complimenti e ho fatto il pieno di soddisfazioni. In molti mi hanno anche concesso la loro benedizione di benvenuto! Che poi la crisi di questo stato sia andata peggiorando non credo sia dovuta a qualche maledizione. O forse invece, tra i molti che applaudivano, c’era qualcuno che dormiva…

Di seguito vi lascio i link per ascoltarne la versione ufficiale, sia di quello nazionale (Gloria al Bravo pueblo), sia di quello regionale (Gloria a Margarita). Buon anniversario di inno a tutti!!!

 

 

Sicurezza

La nota davvero dolente di Margarita e di tutto il Venezuela è la sua sicurezza. Nonostante ci sia una massiccia presenza di forze dell’ordine e militari che sorvegliano la città, i furti sono all’ordine del giorno. Soprattutto quando cala la sera, le attività commerciali chiudono e il buio inghiotte tutto, è buona regola non addentrarsi a piedi nel centro, sicuramente mai da soli e comunque sempre privi di gioielli o abiti firmati. Durante il giorno basta seguire certe regole di buona condotta per evitare incontri poco piacevoli. Io generalmente esco di casa al mattino, verso le nove e mezzo, orario di apertura dei negozi. Uno straniero ha di per sé lo ‘svantaggio’ di provenire da zone dove la moneta è nettamente più forte (euro e dollaro), quindi per i malintenzionati è la vittima sacrificale perfetta! Una delle norme fondamentali da seguire è quella di non dare troppo nell’occhio. Per passare inosservata, indosso quasi sempre le stesse cose: maglietta colorata dall’aspetto sgualcito e pantalone di jeans a tre quarti, perché più appari trasandata, meno risulti attraente per una rapina. Purtroppo, ho una carnagione piuttosto pallida, tipo bianco-cadavere e puntualmente mi ritocco le meches bionde: dubito che possano confondermi per una venezuelana! Infatti, appena qualcuno mi avvicina, subito mi chiede: “Di dove sei?”, ancor prima che io apra bocca e metta in evidenza il mio accento marcatamente italiano, anzi peggio, bresciano! Perché nonostante abbia acquisito scioltezza, parlando spagnolo, tutto quello che esce dalla mia bocca ha una netta cadenza cantilenante, tipica solo della più profonda Val Camonica. Nelle vie del centro è assolutamente vietato portare gioielli. Per togliermi da ogni possibile pasticcio non indosso nemmeno chincaglieria di bigiotteria. Ovviamente bandisco l’uso dei tacchi: troppo scomodi in caso di rapida fuga! I soldi li distribuisco nelle varie tasche e metto fazzoletti e cellulare nella borsa di mia figlia a tracolla, perché la mia mente malata pensa che un rapinatore possa farsi scrupolo a rubare la borsa di una bambina. Anzi, la maggior parte delle volte il cellulare non lo porto proprio, perché se suona mi sentirei obbligata a rispondere, mettendo a repentaglio la mia sicurezza. Da quasi due anni sto usando uno smartphone niente male, ma, per renderlo meno appetibile a un probabile borseggio, l’ho fasciato con del nastro isolante in basso. Questo solo per far sì che i ladri pensino che sia danneggiato. Poco importa se lo scotch copre le funzioni di accensione e di navigazione del cellulare e ogni volta devo lottare con esso e strapparne un pezzetto per visualizzare cosa c’è scritto! Oggi ho chiesto ad Aurora di accompagnarmi in centro. Orgogliosa del fatto che lei stia camminando a mio lato, tranquilla e attenta come una piccola adulta, tolgo dalla sua borsa delle Principesse il mio cellulare e chiedo a un passante di farci una fotografia. Non mi rendo subito conto che il tipo sorride a trentadue denti, vedendo il mio telefonino. Quando gli dico di togliere un po’ di scotch dall’apparecchio per facilitare lo scatto, appare visibile la sua marca piuttosto ricercata e il suo sorriso si allarga. Io sorrido a mia volta, pensando che lui si stia rallegrando per tanto amore materno. Quando mi dice mi mettermi in posa, io abbraccio Aurora e mi giro per darle un bacio sulla guancia. Nemmeno il tempo di voltarmi e il tipo sta correndo rapidissimo in direzione opposta alla nostra. Che strano… Avrà visto qualcosa che l’ha spaventato a morte? Istintivamente prendo in braccio mia figlia e mi guardo attorno. Tutto normale. Non ho il coraggio di chiamarlo. Nemmeno so come si chiama! Non mi sfiora nemmeno il pensiero di rincorrerlo. “Tornerà!”, penso. “Avrà avuto un contrattempo urgente”. Aurora, più sveglia di me, mi guarda e mi chiede: “Mamma, ti ha rubato il telefono?”. Sta a vedere che… Forse mi ha fregato davvero! Beh, certo! Quando mi hanno descritto le regole di sopravvivenza alle rapine, nessuno mi ha mai detto che non dovevo consegnare spontaneamente la merce al rapitore, prima ancora che me la chiedesse! Per sentirmi meno stupida, dovrò inventarmi che quello mi aveva puntato una pistola in fronte! C’è un problema: non si tappa la bocca a una bimba di tre anni che non vede l’ora di spifferare tutto a tutti! Anche stavolta mi porto a casa il premio dell’allocca d’oro! “Mamma!”. Bizzarro! La voce mi sembra provenire da fuori, ma Aurora mi sta dando la mano e siamo l’una di fianco all’altra. “Mamma, mi fai il lattino?”. La guardo e improvvisamente mi accorgo che non le tengo più la mano e al mio lato c’è un cagnolino che scodinzola e sembra sorridermi. Cosa?! “Mamma, svegliati! Mi fai il lattino, per favore?”. Non ho voglia di aprire gli occhi, ma il peso delle palpebre mi distoglie dal tenero sguardo del cucciolotto che stavo fissando fino a pochi secondi fa. “Mamma sei sveglia? Mi prepari il lattino? Ho fame!”. Improvvisamente mi sento sollevata. È stato solo un incubo e allungo una mano per cercare il cellulare a conferma dei miei sospetti. Sì! Ce l’ho! È stato davvero un sogno! “Mamma, perché guardi il cellulare? Hai paura che te lo rubi?”. Sorrido istintivamente e mi metto seduta sul letto. “No, amore! Ho fatto un sogno strano… E comunque non ho paura che me lo rubi tu…”. “Chi allora? Il signore che voleva farci la fotografia?”. Spalanco gli occhi. Per un attimo resto immobile. Non ho la più pallida idea di come sia emersa la mia avventura onirica, ma sono troppo stanca per perdere inutile tempo, interrogandomi al riguardo! Aurora è qui con me, il telefono anche e nessuno dovrà dare spiegazioni per un furto che non è avvenuto. Fine! Una cosa è certa però: farò tesoro del mio realistico sogno! La prossima volta devo assolutamente ricordarmi di uscire con la borsa di Peppa Pig: quella delle Principesse è troppo chic!

In attesa dal dottore


Oggi sono andata dal dentista. È andata bene: solo mezz’ora di ritardo! Le prime volte mi arrabbiavo moltissimo, poi ho scoperto che l’arrabbiatura non fa male che a se stessi. I margaritegni sono il popolo più tollerante che conosca e cercare di imporre le proprie idee, alzando la voce, li mette a disagio e li indispone. In pratica, più ti arrabbi e più loro ti scansano, come se improvvisamente venissero avvolti nell’ovatta e non potessero sentirti. Per far valere le tue ragioni qui devi sempre essere gentile, mandare a quel paese con eleganza e toni delicati. Poi, è vero che sono ritardatari per indole e refrattari alla puntualità per nascita, però è anche vero che lo studio e la cultura dovrebbero quanto meno mitigare le attitudini primitive di ciascuno. Per questo considero la categoria ‘dottori’ di gran lunga la peggiore, quella che a mio modo di vedere le cose, abusa della propria posizione, mancando di rispetto a chi non ha mai nemmeno potuto concedersi in sogno il lusso dell’istruzione. Parliamo di pediatri, per esempio. Con Aurora perennemente ammalata, l’anno scorso ne ho conosciuti almeno una decina: uno migliore dell’altro per abilità medica, uno peggiore dell’altro per questioni di ritardo. Innanzitutto, prendere appuntamento con alcuni è un terno al lotto, perché tra ferie, festività, assenze per malattia, urgenze e scuse varie, si riesce a combinare l’incontro, quando ormai il problema si è risolto. La cosa più avvilente però è l’attesa. Vi è mai capitato di prenotare una seduta dal ginecologo o dall’otorino? Per prassi io mi ci reco almeno una decina di minuti in anticipo, perché mi hanno educata a pensare: “Meglio che sia io ad aspettare, piuttosto che lui!”. Poi il professionista di turno non è puntuale e quei minuti d’attesa diventano interminabili… Hai urgenza di correre in bagno, ma lasci che la vescica diventi un palla da basket pronta a esplodere come una pentola a pressione, perché si sa mai che ti chiamino proprio mentre sei assente! Ecco, quei minuti qui si trasformano in ore: intere giornate, aspettando il medico che non arriva mai, perché molto spesso, nonostante tu sia lì dal mattino, nel tardo pomeriggio capita che la segretaria annunci che il dottore è in ferie o in malattia. La prima volta che è capitato, mio marito, che in scala da 0 a 10 ha un grado di pazienza pari a meno 4, è andato a battere i pugni sulla scrivania della povera malcapitata, contestando l’assurdità di un simile avvenimento. In qualsiasi altra parte del mondo, la tipa si sarebbe scusata, magari prestandogli molta più attenzione, contrita in una sorta di timore reverenziale. Qui l’esatto contrario! In un secondo ha abbassato gli occhi su di me, come se lui fosse letteralmente scomparso, e con un filo di voce mi ha semplicemente chiesto conferma per rimandare l’appuntamento al giorno seguente. La differenza tra noi, famiglia europea da poco approdata a Margherita, e le restanti dieci persone che erano con noi in sala d’attesa, tutte rigorosamente venezuelane, è che noi eravamo prossimi all’infarto a causa della crisi di nervi e loro, preservando la loro indole imperturbabile, si sono alzate dalla sedia e, senza protestare, hanno infilato la porta d’uscita, salutando cordialmente. Questa è la pratica abituale in qualsiasi studio medico. Qualcuno si organizza addirittura in doppia giornata, perché il primo giorno devi attendere in coda il turno per prenotarti e l’indomani devi rifare la trafila per farti visitare. E nessuno, ripeto, NESSUNO si lamenta! Un consiglio però posso darvelo, in caso doveste trovarvi da queste parti e imbattervi in una situazione simile. Quando fissate un appuntamento col professionista del caso, la prima cosa da chiedere è por cita o por orden de llegada? Non è affatto una banalità, perché ‘per appuntamento’ significa che potete sperare in un ritardo leggero, ‘per ordine di arrivo’, invece, significa che sicuramente non sarete i primi e che quindi il ritardo si prolungherà in maniera indeterminata… Insomma, armatevi di pazienza, perché solo una cosa è certa: che siate gazzelle o siate leoni, la mattina, se dovete andare dal medico a Margarita, non correte, perché il ritardo è assicurato!

Benzina regalata!!!

Parliamo oggi dell’oro nero del Venezuela: il petrolio. Il sottosuolo di questo paese è uno tra i più ricchi al mondo e per anni è stato il suo vanto. Il bene di lusso per eccellenza a Margarita è l’automobile, ma il peso reale di un simile acquisto è dovuto ‘solamente’ all’esborso iniziale e alla manutenzione. “E la benzina dove la lasci?”, penserà la maggior parte di voi. Benvenuti nel paese delle meraviglie: la benzina qui è quasi regalata! Circa un paio di mesi fa c’è stato il grande aumento, quello che ha dettato un disagio su scala nazionale, dove erano previsti dissensi e scontento generale. Perché al venezuelano potete togliere tutto, ma non la birra e la gasolina! L’incremento è stato del 6000% eppure, ancora adesso, quando andate dal benzinaio, gli unici numeri che scorrono veloci sul tabellone dei conteggi sono quelli che affiancano i litri. Ogni volta che penso all’Italia e alle quantitá esorbitanti di euro lasciati al distributore mi sfugge un risolino. Persino l’acqua costa di piú! Non c’é proporzione! Per rendervi l’idea, un sacchetto medio di ghiaccio costa oggi 900 bolivares, mentre un pieno di benzina si aggira intorno ai 200/300 bolivares. Volete proprio che vi stupisca con effetti speciali? Dato ufficiale di oggi: la benzina ‘vecchio stampo’ costa circa 1 bolivares al litro, quella senza piombo circa 6 bolivares al litro e il gasolio 0,05 bolivares. Non è sufficiente perché volete sapere quanto verrebbe a costare a voi? OK! Preparatevi seduti, perché qui il colpo al cuore è assicurato: 1 bolivares significa suppergiù 0,001 centesimo di Euro. In poche parole: a Margarita con UN SOLO EURO fate il pieno TUTTO L’ANNO!!!

Essere madri

Che gran giorno la festa della mamma! A Margarita il modo migliore per festeggiarlo è ovviamente andare in spiaggia e godersi il sole e il mare in compagnia di tutta la famiglia, gli amici e tanta, tanta birra. Oggi, come per incanto, tutti i problemi si cancellano con un colpo di spazzola e rimane solo la gioia per quell’appellativo che riempie la bocca di ogni bambino: mamma.
Essere madri a Margarita significa diventare genitori molto presto, con l’incoscienza di quella gioventù che ti spinge a procreare senza pensare seriamente al futuro dei nascituri. In una nazione dove il latte e i pannolini sono quasi completamente spariti dalla circolazione e i vestiti hanno un costo insostenibile per le famiglie, anche solo l’idea di concepire un figlio diventerebbe essa stessa preoccupazione. L’istruzione è in netto calo, sempre più prerogativa di pochi, mentre i farmaci scarseggiano vistosamente nelle farmacie e negli ospedali. A tutto questo aggiungete il fatto che qui il virus della zika, che spaventa tanto il mondo intero, ha lo stesso grado di diffusione di una comune influenza. La logica porterebbe chiunque a credere che il tasso di natalità sia pari o sfiori lo zero. Invece, contro ogni previsione, Margarita è il posto al mondo dove io ho visto il maggior numero di bambini e donne in stato di gravidanza. Spesso si tratta di creature nate da madri poco più che adolescenti, inconsapevoli delle responsabilità che la maternità comporta. Sono così giovani che dal pediatra sono accompagnate dall’altra donna importante della famiglia: la nonna. Così, nella sala di attesa, lo scambio di battute principali avviene tra me e le mie coetanee che, il più delle volte, credono che io sia lì come loro, per far visitare mia nipote, ignare del fatto che Aurora è mia figlia e io sono la madre, non la nonna! La povertà è dilagante tra la gente comune. Quando sono per strada, nei barrios vedo gironzolare bambini scalzi, in mezzo alla polvere, a volte completamente nudi, lontani dall’occhio vigile di un genitore. In quell’istante mi chiedo se davvero sia stato un miracolo la venuta al mondo di quella piccola anima innocente o se non sarebbe stato meglio un po’ di buon senso in più al momento giusto, invece di lasciar predominare il piacere. Chi può ancora concedersi il lusso di una buona educazione e di un buon tenore di vita si ritrova però a dover far fronte agli stessi problemi di reperibilità dei beni necessari per un neonato. Così internet e le sue piattaforme sociali diventano il teatro continuo di richieste da parte delle mamme alla ricerca di un po’ di latte, farmaci e pannolini. È raro incontrare famiglie unite, mentre molto più frequente, conoscere mamme single o divorziate, costrette a fare i salti mortali per garantire un po’ di dignità al sangue del proprio sangue, o incatenate alla rassegnazione di una vita fatta di privazioni, alla costante ricerca di un uomo facoltoso che possa regalare loro un po’ di serenità.
In un giorno in cui Margarita dimentica la tristezza, una volta tanto voglio porre l’accento su chi non ha la mia e (mi auguro) la fortuna di chi sta leggendo. Con amarezza voglio raccontarvi cosa significhi essere madri in un paese dove l’appetito di potere di pochi costa ogni giorno fatica, avvilimento e preoccupazione per gli altri. Essere madri a Margarita significa sfidare il dolore, la probabilità di un fallimento, la paura del futuro. Significa temere seriamente di non aver sufficiente latte in seno, rinunciare alla gioia della scelta di un passeggino o una culla, implorare Dio che una qualsiasi malattia non si impadronisca del piccolo…
Guardo Aurora e sorrido. Per me la maternità è stata la scoperta dell’amore più grande, quello per cui metti in gioco tutto, lasciando completamente scoperto quell’unico spiraglio di riservo che qualsiasi altro tipo di amore ti impone. Non posso uscire di casa a comprare qualcosa per me, senza rientrare con qualcosa per lei. Non riesco a dormire serena, se ho sentore che lei non lo sia. Mi è impossibile non pensarla, se non è con me. Mi si gela il cuore al solo immaginare la frustrazione di una mamma che non può dare tutto il necessario a suo figlio. A questa mamma e a tutte le mamme di Margarita dedico il mio giorno migliore, sicura che dietro la spensieratezza di un sorriso dettato da una birra di troppo, oggi, in spiaggia, coglierò nello sguardo più intenso che rivolgeranno alla loro prole, lo stesso turbamento che unisce tutti i figli di questa terra. Auguri mamme di Margarita! Auguri a tutte le mamme che nel mondo lottano per qualche attimo di felicità e che, nonostante tutto, profumano di speranza.

Paese che vai…

Immaginate di essere per strada e dover chiedere delle informazioni a un passante, come lo chiamate per attirare la sua attenzione? Quando alla cassa del supermercato volete sapere il prezzo di un prodotto, come vi appellate alla cassiera che non avete mai visto in vita vostra? Al ristorante, come vi rivolgete alla cameriera che vi ha appena amabilmente illustrato il menu del giorno? Io ero abituata a prendere le distanze, al massimo mi autorizzavo all’uso del ‘tu’, giusto per familiarizzare un po’, quando davanti mi trovavo persone più giovani. A Margarita invece siamo tutti amici e tutti fratelli. Certo, ci sono anche persone che in maniera formale ti danno del lei e ti chiamano signora o ragazza, ma in genere si utilizzano un’infinità di appellativi del tutto informali. Soprattutto, dopo il primo scambio di battute. Così, se sei in hotel e chiami la signora che ti farà le pulizie in camera, le chiedi: ‘Mi amor (amore mio), puoi portarmi un asciugamano?’. Sei al bar e vuoi un caffè e la tipa seduta al tuo fianco ha bisogno di una bustina di zucchero. Gliela passi e lei ti ringrazierà: ‘Gracias, cariño! (Grazie, tesoro)’. Fissi un appuntamento dal dentista e la segretaria per telefono eleggerà un giorno e un’ora, chiudendo con un “Va bene, mi vida (vita mia)?”. Hermano, amor, cielo, mi vida, cariño, querida, amiga, sono solo degli esempi tra i più famosi. Quando i miei genitori sono venuti a trovarci l’anno scorso, credevano che io e mio marito avessimo instaurato una sorta di “rapporto amoroso allargato” per questo motivo. Anche quando sembrerebbe inopportuno, qui è del tutto normale rivolgersi a qualcuno, dicendogli: “Amore mio, guarda che sono in coda da un’ora. Vita mia, vengo prima di te. Puoi smetterla di spingere, tesoro caro?”. Perché se all’inizio sembra strano e per certi versi ipocrita, poi ci si fa l’abitudine e diventa la prassi! In genere però, tra uomini i toni sono differenti. Anche se tra loro si chiamano fratelli, per salutarsi è più frequente uno strano richiamo cantilenato che risuona così: ‘heppale!’. Cosa significhi di preciso non si sa, però è un’espressione simpatica, che fa tanto camerata. Jefe e pana (capo), invece, sono gli appellativi di quando l’interlocutore ha una certa importanza e normalmente indicano il proprietario di un locale o di una compagnia. Particolare invece è l’uso di mami e papi, che letteralmente sono i diminuitivi affettuosi di mamma e papà, ma spesso (quasi sempre) sono usati per chiamare donne e uomini con cui c’è un certo grado di confidenza. Attenzione! Perché se accompagnato dal classico fischio di ammirazione, allora assume una connotazione più volgare… Ultimo ragguaglio in merito: quando ci si incontra o ci si congeda con un venezuelano lo si fa con un solo bacio sulla guancia, non due né tre, com’era mia consuetudine in Italia (qualcuno mi aveva convinto che portassero fortuna!). Per questa ragione, la maggior parte delle volte, dopo il primo bacio di cortesia, rimango sempre sospesa al secondo, che non arriva mai, e la persona che si sta lentamente congedando, mi scruta alla ricerca di un’interpretazione al mio atteggiamento. Tranquilli, amici venezuelani: non mordo! Giuro! Voi pensate che io sia strana, avanzando alla ricerca del secondo bacio? Venite in Italia e, mentre siete in coda alle poste e qualcuno vi supera, chiamate il fraudolento ‘amore mio’. Nello sguardo di chi vi ha sentito, leggerete lo stesso stupore e lo stesso smarrimento che colgo io in voi. Perché si sa: paese che vai, tradizione che trovi!

Fuso orario

Avviso importante per voi amici che chiamate dall’Italia: con l’arrivo dell’ora legale, ci separano ben sei ore e mezzo. Prima, con l’ora solare, erano cinque e mezzo, ma dal prossimo 1 Maggio le cose cambieranno. Eh, sì! Perché il Venezuela è l’unico paese al mondo a non adottare l’ora legale e a possedere uno scarto di mezz’ora nel quadrante del fuso orario. Il precedente presidente in carica nel 2007 aveva decretato un arretramento delle lancette dell’orologio, trovando, nella maggior durata del giorno venezuelano, la motivazione per un incremento del progresso. “Così, si agevoleranno tutti i venezuelani, nel lavoro e nello studio” aveva annunciato. Oggi, con la crisi energetica e la siccità che ha colpito il paese, il suo successore ha deciso che un ritorno all’orario normale potrebbe incrementare il risparmio di energia elettrica, luce e acqua. Quindi, amici italiani, adesso potrete telefonarmi alle 12:00 a.m., sapendo che Aurora alle 6:00 a.m. mi ha appena letteralmente scaraventato giù dal letto! Non sono solita parlare di politica, perché preferisco che questo rimanga un sito informativo e privo di influenze partitiche, ma in questo caso una menzione è d’obbligo! Sapete qual è l’altra grande trovata di questo governo per evitare il collasso di energia? Uffici pubblici e lavoratori statali a riposo il mercoledì, il giovedì e il venerdì. Avendo per legge tutelati il sabato e la domenica come giorni festivi, non gli rimane che lavorare il lunedì e il martedì. Praticamente, si ribalta per completo la settimana lavorativa: invece di riposare 2 giorni e lavorarne cinque, si riposeranno 5 giorni e se ne lavoreranno due! Il paradiso per i ‘furbetti del cartellino’! Allo stesso modo, tutti gli studenti della primaria saranno obbligati ad astenersi dall’andare a scuola il venerdì, così le famiglie consumeranno meno, accendendo il condizionatore in casa, uno cada alunno, invece di uno unico per istituto scolastico! Logico, no? Che manovra astuta! C’è già chi sussurra che sia una mossa tattica solo per ritardare il processo di revocazione del presidente, cioè la raccolta di firme per dismetterlo dalla carica. In pratica, per legge si possono prendere 70 giorni lavorativi per controllare le firme e, riducendo la settimana a soli due giorni lavorativi, la cosa si farà notevolmente più lunga. In questo modo, la durata del governo attuale è garantita per altri 9 mesi. Geniale! Poi, ci lamentiamo di Renzi e Mattarella…

Policía acostado

Ci sono molte forme per imparare una lingua. Sembra che quello che mi si addica di più sia l’equivoco ricorrente: capisco sempre una cosa per l’altra! Devo ammettere però che così ho appreso modi di dire che non dimenticherò facilmente. Allo stesso modo, le persone che me le hanno insegnate non dimenticheranno la figuraccia che ho fatto in loro presenza…

Qualche giorno fa, per esempio, ho incontrato un’amica, dopo una notte ‘brava’ per festeggiare il mio compleanno. (Oh, a proposito, grazie per gli auguri!) Mi vede e mi chiede: “Amaneciste con ratones?”. Lì per lì la guardo, stupita. “Si riferirà a qualche invitato alla festa con la faccia da ratto?” penso, mentre la mia mente cerca di ricordare ogni volto alla ricerca di qualche orrida somiglianza. Lei mi scruta a fondo e inizia a ridere. “Ti sei svegliata con i topi, Betty, significa se ti è rimasto il mal di testa del post-sbornia!”. Ahhh! Fortuna che non ho fatto nomi!

Oppure quella volta in cui, sempre lei, mi racconta arrabbiata della sbadataggine del figlio, che ne combina di ogni e dimentica le cose. Poi usa l’espressione “Echa los perros”, che letteralmente significa ‘gettare i cani’. Io mi faccio scura in viso: “Perché si comporta così?”, le chiedo, mentre lei prosegue col suo monologo sul figlio che ha sempre la testa fra le nuvole. “Sì, capisco che perda le chiavi e arrivi tardi la sera, ma perché far del male a dei poveri cagnolini indifesi?”. Improvvisamente si blocca e mi guarda. “Quali cani?”. “Quelli che butta e maltratta…”. Si porta un dito piegato sul mento e mi scruta, mentre nei suoi occhi leggo a caratteri cubitali “che cavolo ha capito questa?”. Ancora una volta scoppia a ridere: “Gettare i cani per una ragazza, vuol dire essere invaghito di qualcuno!”. Ecco! Appunto!

Che dire invece di quella volta in cui mio marito torna a casa dal lavoro e mi spiega che il suo ritardo è dovuto al fatto che ha dovuto ‘dar la cola’ a un amico. Che capireste voi se qualcuno vi dicesse che ha dato la coda a qualcuno?!? Fortunatamente non sono facile ai doppi sensi, però sono rimasta un intero pomeriggio cercando di indovinare che oggetto fosse la ‘cola’. Siccome mi vanto sempre con lui di essere la migliore fra i due a parlare castellano, non potevo certo chiedergli il significato! Allora, dopo aver consultato vari dizionari in internet, ho ipotizzato che l’amico doveva accodarsi a una delle tante file per comprarsi qualcosa da mangiare, come succede spesso qui. Quindi, stando sul vago, ho provato a chiedere: “Per che cosa faceva la coda il tuo amico?”. Con una sonora risata ha celebrato il suo trionfo sulla mia supponenza. “Dar la cola significa dare un passaggio in macchina!”.  Come distruggere la propria autostima in un manciata di parole!

Ma l’episodio più divertente, è stato quando Ileana, una mia cara amica, mi ha accompagnato in una delle mie prime perlustrazioni stradali in auto. Quando arriviamo nel cuore di Villa Rosa, lei inizia a spiegarmi che il paese non gode di una buona fama. “Vedi” mi dice “Questa è una zona un po’ pericolosa di notte. In questo quartiere si nascondono anche persone poco oneste…”. Io, già agitata per essere alla guida in una terra non mia, inizio a sentirmi nervosa. “Poco oneste in che senso?”. “Ladri, rapinatori, assassini…”. Deglutisco e, istintivamente, faccio scattare la chiusura centralizzata dell’auto. Ileana, vedendomi impallidire, cerca rimedio. “Sì, ma non tutti! In macchina sei al sicuro! Guida tranquilla!”. Se lo dice lei… “Sai, la settimana scorsa hanno ucciso un taxista in seguito a una rapina”. Strano modo di tranquillizzarmi! “Poi, tutti gli abitanti di qui hanno cercato i colpevoli e, quando li hanno trovati, hanno tentato di linciarli…”. Ho i brividi su tutto il corpo. Voglio andarmene presto da lì, voglio tornare a casa! Aurora è al sicuro col papà, ma io non lo sarò fino a che non avrò abbandonato questo maledetto luogo. Automaticamente il mio piede preme sull’acceleratore. “Attenta! Un policía acostado!”. Che cosa? Un agente di polizia sdraiato?? Oddio, è la fine! Sicuramente mi sta puntando il mitra addosso! E freno bruscamente, sperando di non attirare la sua ira. Con gli occhi scruto tutta la carreggiata. Ma dove si è cacciato? Perché non lo vedo? “Dov’è?” chiedo, preoccupata a Ileana. “È lì!” e mi indica qualcosa a terra. Spalanco gli occhi, ma proprio non lo vedo. Altro che multa: se è sdraiato a terra, rischio di investirlo! Mi metteranno in galera e butteranno via le chiavi! “Dove? Non lo vedo!” grido quasi disperata, lasciando il volante in segno di resa. Al mio fianco Ileana prende il controllo della situazione e, con uno schiaffetto sulla nuca, mi riporta alla realtà. Le mie pupille vitree per lo spavento si dilatano su di lei. “Betty, un policía acostado è quello! Che cosa stai cercando?”. Solo allora metto a fuoco il dosso a pochi metri dalle ruote della mia auto. Un dosso? Tutto qui? Che sia benedetto! Pigio sull’acceleratore in segno di gratitudine e per poco non buco una gomma. Una cosa è certa: di sicuro non dimenticherò più come si chiama!

 

In spiaggia

L’aspetto più vantaggioso di vivere a Margarita è senza dubbio il suo clima: 365 giorni all’anno a trenta gradi pressoché fissi, senza escursione termica tra giorno e notte o periodi di piogge incessanti (anche se in questo momento sarebbero benedette!). Nonostante il caldo sia intenso e umido, il vento costante rende mite qualsiasi momento della giornata e, se l’arsura ti investe in maniera prepotente, puoi sempre tuffarti nel mare, per rinfrescarti tra sue tiepide onde. Mare e spiaggia sono l’appuntamento fisso della domenica e delle festività per ogni margaritegno che si rispetti, figuriamoci per i turisti!

2016-03-20 12.59.21

Proprio in spiaggia, là dove uno pensa che l’atteggiamento degli esseri umani in costume da bagno sia identico in ogni parte del mondo, si evidenziano enormi diversità di comportamento. Cominciamo col dire che in Italia siamo abituati a chilometri e chilometri di spiagge private, in cui, se non paghi il permesso d’accesso, nemmeno puoi avvicinarti al mare. La mia esperienza in merito risale a qualche anno fa, ma non credo che le cose siano molto differenti da allora. Ero in vacanza sul litorale Tirreno, quando sono stata ripresa dalle autorità del luogo, perché il mio cagnolino di 3 kg era sdraiato al mio fianco sulla sabbia, all’ombra di un arbusto, a circa dieci metri dalla riva. “Gli animali qui non possono sostare!” mi era stato detto. Memore del fatto che la battigia è di proprietà demaniale e, quindi, teoricamente, di pubblico utilizzo, mi sono prontamente alzata: “Allora mi limiterò a camminare sulla riva”. Quanto mai! Vietatissimo! Nessun animale nel mare e nessuna libertà di circolazione, perché il problema è che nelle spiagge non puoi sostare per nessun motivo. Tutte privatizzate! E con un cane… “C’è il rischio che si fermi ad annusare a terra. Se lei si ferma col cane, il proprietario della struttura balneare può chiederle di uscire”. Che cosa?! “Può tenerlo in braccio, ma comunque deve muoversi!”. “Mi inventerò qualche passo di tip tap!”, avrei voluto rispondere per tanta assurdità!

Fortunatamente a Margarita il mare è ancora di proprietà comune e nessuno ti chiede di pagare per vederlo, anzi! Alla spiaggia tutti hanno libero accesso. Sebbene per alcuni tratti siano attrezzate di lettini, ombrelloni e tavolini in affitto, chiunque è libero di mettervi piede, persino se dotato di proprio equipaggiamento. A volte ti senti addirittura un po’ stupido, quando, dopo aver pagato il tuo posto sotto l’ombrellone, qualcuno ti si piazza davanti, coprendoti la visuale del mare, piantandoci il proprio, che si è comprato a minor prezzo il giorno prima al supermercato.

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È molto raro vedere famiglie che giungono alla spiaggia completamente sprovviste di bagaglio e, quando capita, si tratta di turisti che non provengono dal continente latino-americano. Generalmente margaritegni e venezuelani raggiungono la spiaggia nelle ore più calde della giornata, giusto in quegli orari che qualsiasi esperto sconsiglia, perché i peggiori per esporsi al sole. Con loro portano grosse cavas di plastica, veri e propri frigoriferi portatili.

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L’immaginazione porterebbe chiunque a pensare che dentro ci siano cibi di ogni genere e forma, il necessario per un’abbuffata da capodanno. Invece no! Sono assolutamente vuote! Nella carta del menu di ogni ristorante e bar c’è una voce interessante, di cui io ignoravo totalmente l’esistenza: hielo, cioè ‘ghiaccio’.

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Il cliente arriva alla spiaggia, compra il sacco di ghiaccio e lo svuota nel proprio frigorifero portatile. Solo in un secondo momento fanno l’entrata trionfale le casse di birra e rum, fino a qualche minuto prima tenute nascoste in auto. Perché il venezuelano verace non consuma bibite a temperatura ambiente, ma solo ghiacciate a dovere, praticamente congelate! Il cibo da spiaggia? Patatine, platanitos e tortillas, anche se lo spuntino ideale del margaritegno resta la empanada del baracchino più vicino. Inoltre le spiagge sono prese d’assalto dai venditori ambulanti: orecchini, bracciali, pareo, massaggi e oggetti d’artigianato locale, ma, soprattutto, cibo. Mango condito, acqua di cocco, gelati, insalate di frutti di mare, ostriche, obleas, biscotti e frittelle, sono solo pochi esempi di quello che viene venduto.

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Vi è mai capitato di essere al bar e comprare una bottiglietta d’acqua, perché vi vergognate di tirar fuori quella che avete in borsa? Qui non esistono certi scrupoli di coscienza! Puoi essere seduto a un tavolo del bar, all’ombra dell’ombrellone che ti sei portato da casa, mangiando il cibo di un venditore ambulante o del ristorante a lato e nessuno, ripeto NESSUNO, ha qualcosa da ridire. Anzi, se hai voglia di mangiarti qualcosa che lì non trovi, è lo stesso cameriere a consigliarti in quale ristorante puoi trovarlo e, in cambio di un riconoscimento in mancia, ci va lui a prendertelo al tuo posto!
Per i meno oziosi e i più temerari, Margarita offre una varia gamma di attività da spiaggia. Paletta e secchiello sono strumenti indispensabili per dilettare i più piccoli, ma non mancano coloro che si dedicano a qualche lancio con la palla, col frisby o che giocano sul bagnasciuga con le racchette. La mattina i migliori gruppi di yoga, guidati dal loro istruttore, si riuniscono per accogliere l’alba con un sano e spettacolare ‘saluto al sole’.

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Lo sport d’eccellenza però rimane il surf. Margarita è sempre percorsa da venti di discreta potenza e le onde del suo mare, che si stagliano contro una costa sabbiosa priva di barriera corallina, richiamano atleti da tutto il mondo.

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Le signore sfilano sulla battigia incuranti dei chili di troppo e tra un bichini e un altro spicca sempre qualche natica abbronzata e soda, che lascia appena intravedere il filo colorato del tanga. Il topless, invece, non solo non è prassi comune, ma è addirittura vietato. È una pratica così inusuale che persino le bambine (anche le neonate) indossano el traje de titicas , cioè il costume da bagno dotato di parte superiore.
Nelle spiagge facilmente accessibili con l’automobile le famiglie si portano tutto il necessario per una comoda gita al mare. Per un popolo che ha la musica nel sangue, qualsiasi occasione si trasforma in un’opportunità di ballo. Se sulle spiagge mediterranee i meglio attrezzati si muniscono di lettore mp3 e casse portatili, qui semplicemente si apre il baule. Non avete capito male. Il baule. Quello spazio posto sul retro dell’auto atto a essere occupato con tutta la chincaglieria che vi viene in mente, dopo una spesa e per un trasloco. Ebbene, qui, molto spesso, si trasforma in una vera e propria discoteca portatile e le casse invadono ogni suo centimetro quadrato.

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Infine ci sono quelli come me, quelli che amano il mare, ma non sanno stare fermi sotto il sole e si appagano con un bagno rapido, ma non rimangono in acqua per ore. Per noi resta la possibilità di passeggiare in lungo e in largo o guardarsi attorno alla ricerca di curiosità. A volte, quando la spiaggia è meno affollata, puoi perfino fare un fortunato incontro con un granchio. Con i suoi simpatici occhi a binocolo fa capolino dalla sua galleria sotterranea, solo quando è sicuro che nessuno intralcerà il suo cammino. È in grado di rimanere per ore in attesa, con una pazienza e una dedizione incredibili, a dimostrazione del fatto che la natura si rivela in tutta la sua selvaggia bellezza, proprio quando l’uomo fa un passo indietro e lascia al creato la possibilità di godere della sua primitiva libertà.

I COSTI. Quanto costa una giornata in spiaggia? Vi parlerò di euro, perché il discorso in bolivares si complica. Per un ombrellone con due sdraio il prezzo varia da un euro e mezzo, nelle strutture meno eleganti, ai quattro euro dei locali più alla moda. Ovviamente aumenta se affittate anche una o più sedie: circa 50 centesimi di euro cadauna! Se decidete di mangiare pesce fresco alla piastra direttamente in loco, il costo sale, approssimativamente tra i 5 e i 15 euro a piatto. Se vostro figlio vuole merendare con un gelato pagherete all’incirca un euro e se vi fate fare un massaggio plantare dovrete sborsare altri 2 euro. Un cocco, come cocktail tropicale, vi costerà 30 centesimi e una piña colada circa un euro. Più oneroso il vino (dai 4 euro in su), che però vi consiglio di portare sempre da casa, perché difficilmente i ristoranti sulla spiaggia ne sono provvisti. Al bar vi verrà semplicemente richiesto il costo del descorche, cioè 20 centesimi per togliere il tappo e conservarvi il vino nel frigorifero del ristorante.

Piccole cose che fanno la differenza

Sapete in cosa si contraddistinguono un italiano da un venezuelano? Provate a chiedere a ciascuno dei due di contare con le dita e lo scoprirete! Avanti! Fatelo! Con che dito iniziate la conta fino a dieci? Avete alzato il pollice per primo? Siete senza dubbio italiani! Perché? Come farebbe un venezuelano? Guardate!

Piccole cose che fanno la differenza!