Cocco bello!!!

Le palme a Margarita sono piante che crescono spontaneamente in ogni parte dell’isola, insediandosi prevalentemente lungo la costa. La visuale delle loro larghe foglie verdi, in netto contrasto con l’azzurro intenso del cielo, mentre ondeggiano al ritmo del vento, trasmettono una divina sensazione di relax. image

Quasi sempre sotto la cortina circolare delle foglie, appaiono dei frutti ovali di varie dimensioni: los cocos. In Italia siamo abituati ad apprezzarne il sapore in rare occasioni e in genere accompagnati dal richiamo tipico del venditore: ‘Cocco! Cocco bello!’. Qui questo frutto non ha bisogno di presentazioni e viene consumato quotidianamente, ma quasi mai in pezzetti conservati nel ghiaccio da addentare come fresco spuntino: quella è un’usanza atipica nei paesi caraibici. Partiamo dalla buccia del cocco. Chi come me ignorava che il cocco avesse una buccia? Ebbene, sì! All’esterno questo frutto prezioso non si presenta col guscio scuro e barboso che inutilmente tutti almeno una volta nella vita abbiamo provato a sfondare a pugni. Prima di quello, c’è uno strato di concha compatta ma penetrabile, che va dal verde al giallo-arancio a seconda del grado di maturazione e si sfoglia più o meno facilmente con l’aiuto di un coltellino.

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Nel periodo in cui il cocco non è ancora completamente maturo, la sua polpa è un sottile strato gelatinoso che racchiude un cuore liquido e zuccherino: el agua de coco. Giornalmente viene raccolto, imbottigliato e venduto. É un liquido molto buono, leggermente opaco, dalle note proprietà dissetanti. A Margarita, soprattutto in questo momento difficile dal punto di vista sanitario, è usato come valido supporto vitaminico, consigliatissimo in caso di diarrea. La bevanda più tipica che se ne ricava è la cocada: un cocktail  a base di latte, acqua di cocco e, per uno stomaco forte, un goccio di rum.

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La polpa dura che conosciamo tutti, invece, è utilizzata, pressoché sempre rallada (grattugiata), soprattutto in pasticceria, per la preparazione di dolci e gelati dal gusto unico. Nemmeno il guscio finisce in pattumiera. Quando si riesce a ricavarne due parti perfettamente concave, si usa come originale piatto da portata o come contenitore da freezer per il gelato fatto in casa. Se proprio non si sa come utilizzarlo, si può farne uno stravagante portacenere e c’è chi lo usa per creare delle straordinarie opere di artigiano artistico locale. Sminuzzato e mischiato con aloe è perfetto per minuzioso scrub della pelle.

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Il modo in cui preferisco consumarlo io è in spiaggia, come prelibato drink analcolico e naturale. È necessario che qualcuno, fornito di macete, gli crei un foro in alto, per  poterci infilare una cannuccia e attingere al suo nettare.

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Consiglio: eleggete con cura colui al quale decidete di affidare questo compito importantissimo, perché a quanto pare questo procedimento fa ‘saltare’ qualche goccia di mallo che macchia indelebilmente i tessuti. Così chi vi prepara il cocco é costretto a togliersi la camicia… A buon intenditor… Coccooo! Cocco bellooo!!

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Amare riflessioni

Osservo da vicino questo paese sprofondare giorno dopo giorno nel baratro. Quotidianamente rimaniamo in attesa, come dopo il lancio di un sasso in un pozzo senza fine. I supermercati si svuotano, i farmaci scarseggiano, la miseria e l’insicurezza crescono. Sul volto della gente compaiono i segni dell’umiliazione, della stanchezza e della preoccupazione, mentre sulle nostre labbra troneggiano parole di rabbia, frustrazione e lamento. Eppure, ancora una volta, trionfa l’incapacità di reagire. Spinti dalla paura, ci nascondiamo dietro un velo di tolleranza per una situazione che, francamente, tollerabile non è. E tutto mi riporta a delle tristi considerazioni che ho già dovuto affrontare, quando ho lasciato l’Italia. La verità è che pochissimi hanno il coraggio di destabilizzare il proprio, seppur minimo, equilibrio alla ricerca di un appiglio più stabile. Perché tra un passo e l’altro è troppa la paura di cadere. È il male del nostro secolo, quello che ci rende complici nelle polemiche su internet, quando non dobbiamo metterci la faccia, ma che ci mette gli uni contro gli altri, quando la realtà ci chiede di decidere chi deve scagliare la pietra per primo. Individualismo. Finché io sto bene, il tuo dolore mi dispiace, ma non mi smuove. Chi se ne frega del poveraccio che fruga nella pattumiera per recuperare un pezzo di cibo, finché improvvisamente mi licenziano e mi trovo sul lastrico. Chi se ne frega se sporco il mare dove vado in vacanza, finché l’inquinamento si propaga nelle falde acquifere a cui io stesso attingo per bere. Chi se ne frega della guerra in medio-oriente, finché i terroristi non piazzano bombe in casa nostra. Chi se ne frega se il Venezuela o il Burundi sono sull’orlo della guerra civile… Ciascuno di noi (me compresa) avanza giustificazioni più o meno comprensibili e si abbarbica ad esse come lo scoglio della propria salvezza. Anneghiamo, a tal punto sommersi dalle nostre difficoltà, che non troviamo né il tempo né l’aria sufficienti per occuparci di quelle degli altri. Eppure basterebbe un po’ più di umanità: allungare la mano al nostro vicino, abbracciare la sua causa e sostenerlo nella sua battaglia. Prima o poi, qualcuno dovrà smettere di limitarsi a fare i conti con se stesso e affrontare il marcio che lo circonda. Se proseguiamo col nascondere la testa sotto la sabbia, il suo problema diventerà il nostro problema, con un grado di intensità maggiore, dovuto ai continui rimpalli di responsabilità. Non è un rimprovero, ma semplicemente l’amara riflessione di chi vorrebbe fare di più, ma non riesce, non può… Perché è più facile aspettare che qualcun altro agisca al posto nostro. Compiere il balzo per primi richiede la forza di un leone e noi siamo SOLTANTO uomini…

Aurora e l’inno nazionale

 

Il 25 di questo mese si festeggia il trentacinquesimo anniversario del decreto che rese nel 1881 ‘Gloria la bravo pueblo’ l’inno nazionale di questo stato. Quando si parla di inno nazionale, la bocca si torce in uno sbadiglio spontaneo. Prometto che non vi annoierò oltre con la spiegazione dei suoi versi, né mi cimenterò in un excursus storico. Semplicemente voglio rendervi partecipi della musicalità e della bellezza dell’inno che a mio parere è davvero il più piacevole che abbia mai ascoltato. Il patriottismo qui è ancora un valore molto sentito. Aurora a malapena conosce quello italiano, ma sa perfettamente a memoria quello venezuelano, fin da quando era piccolissima, perché i bambini sono educati nelle scuole (sia pubbliche che private) all’osservanza dell’atto civico per eccellenza. Prima dell’inizio di ogni lezione alle 7.30 in punto, tutti gli studenti si preparano in ordine nel cortile con le mani raccolte dietro la schiena e cantano insieme prima l’inno nazionale e poi quello regionale. Proprio così! Qui ogni regione ha una canzone a sé dedicata. In questo video aveva da pochissimo compiuto i due anni. Godetevela! È uno spettacolo di tenerezza!

Chiudo con un simpatico episodio che si è verificato l’anno scorso, al rientro in Venezuela, dopo un breve soggiorno in Italia. Giunto al termine del suo lungo viaggio, l’aereo si stava preparando all’atterraggio a Caracas. In quei brevi istanti il tempo sembra fermarsi e il silenzio predomina, rendendo l’atmosfera carica di tensione. Tutto sembra sospeso in un intervallo che sembra infinito e ci si dispone in posizione eretta, con i muscoli addominali contratti. Qualcuno stringe la mano al proprio vicino, qualcun altro chiude gli occhi in attesa, altri si fanno il segno della croce o guardano fuori dal finestrino, fingendo indifferenza, ma tutti, proprio tutti, attendono la sollecitazione delle ruote dell’aereo in appoggio sul suolo. Quella volta non è stato diverso. Nell’esatto istante in cui le ruote dell’aereo si posavano su terra venezuelana, in mezzo al silenzio generale, con un tempismo inaspettato, ecco che sento la vocina di Aurora al mio fianco che urla con forza: “A las uno, a las dos y a las tres… Gloria la bravo pueblo que el yugo lanzo…”. Si è messa a cantare l’inno venezuelano a squarciagola!!! Vi lascio immaginare l’ilarità generale che ne è scaturita. Ovviamente sono scoppiati tutti quanti in una risata spontanea, quasi al limite della commozione e l’applauso, normalmente dedicato al pilota, questa volta era tutto per lei. Ho ricevuto una serie infinita di complimenti e ho fatto il pieno di soddisfazioni. In molti mi hanno anche concesso la loro benedizione di benvenuto! Che poi la crisi di questo stato sia andata peggiorando non credo sia dovuta a qualche maledizione. O forse invece, tra i molti che applaudivano, c’era qualcuno che dormiva…

Di seguito vi lascio i link per ascoltarne la versione ufficiale, sia di quello nazionale (Gloria al Bravo pueblo), sia di quello regionale (Gloria a Margarita). Buon anniversario di inno a tutti!!!

 

 

Sicurezza

La nota davvero dolente di Margarita e di tutto il Venezuela è la sua sicurezza. Nonostante ci sia una massiccia presenza di forze dell’ordine e militari che sorvegliano la città, i furti sono all’ordine del giorno. Soprattutto quando cala la sera, le attività commerciali chiudono e il buio inghiotte tutto, è buona regola non addentrarsi a piedi nel centro, sicuramente mai da soli e comunque sempre privi di gioielli o abiti firmati. Durante il giorno basta seguire certe regole di buona condotta per evitare incontri poco piacevoli. Io generalmente esco di casa al mattino, verso le nove e mezzo, orario di apertura dei negozi. Uno straniero ha di per sé lo ‘svantaggio’ di provenire da zone dove la moneta è nettamente più forte (euro e dollaro), quindi per i malintenzionati è la vittima sacrificale perfetta! Una delle norme fondamentali da seguire è quella di non dare troppo nell’occhio. Per passare inosservata, indosso quasi sempre le stesse cose: maglietta colorata dall’aspetto sgualcito e pantalone di jeans a tre quarti, perché più appari trasandata, meno risulti attraente per una rapina. Purtroppo, ho una carnagione piuttosto pallida, tipo bianco-cadavere e puntualmente mi ritocco le meches bionde: dubito che possano confondermi per una venezuelana! Infatti, appena qualcuno mi avvicina, subito mi chiede: “Di dove sei?”, ancor prima che io apra bocca e metta in evidenza il mio accento marcatamente italiano, anzi peggio, bresciano! Perché nonostante abbia acquisito scioltezza, parlando spagnolo, tutto quello che esce dalla mia bocca ha una netta cadenza cantilenante, tipica solo della più profonda Val Camonica. Nelle vie del centro è assolutamente vietato portare gioielli. Per togliermi da ogni possibile pasticcio non indosso nemmeno chincaglieria di bigiotteria. Ovviamente bandisco l’uso dei tacchi: troppo scomodi in caso di rapida fuga! I soldi li distribuisco nelle varie tasche e metto fazzoletti e cellulare nella borsa di mia figlia a tracolla, perché la mia mente malata pensa che un rapinatore possa farsi scrupolo a rubare la borsa di una bambina. Anzi, la maggior parte delle volte il cellulare non lo porto proprio, perché se suona mi sentirei obbligata a rispondere, mettendo a repentaglio la mia sicurezza. Da quasi due anni sto usando uno smartphone niente male, ma, per renderlo meno appetibile a un probabile borseggio, l’ho fasciato con del nastro isolante in basso. Questo solo per far sì che i ladri pensino che sia danneggiato. Poco importa se lo scotch copre le funzioni di accensione e di navigazione del cellulare e ogni volta devo lottare con esso e strapparne un pezzetto per visualizzare cosa c’è scritto! Oggi ho chiesto ad Aurora di accompagnarmi in centro. Orgogliosa del fatto che lei stia camminando a mio lato, tranquilla e attenta come una piccola adulta, tolgo dalla sua borsa delle Principesse il mio cellulare e chiedo a un passante di farci una fotografia. Non mi rendo subito conto che il tipo sorride a trentadue denti, vedendo il mio telefonino. Quando gli dico di togliere un po’ di scotch dall’apparecchio per facilitare lo scatto, appare visibile la sua marca piuttosto ricercata e il suo sorriso si allarga. Io sorrido a mia volta, pensando che lui si stia rallegrando per tanto amore materno. Quando mi dice mi mettermi in posa, io abbraccio Aurora e mi giro per darle un bacio sulla guancia. Nemmeno il tempo di voltarmi e il tipo sta correndo rapidissimo in direzione opposta alla nostra. Che strano… Avrà visto qualcosa che l’ha spaventato a morte? Istintivamente prendo in braccio mia figlia e mi guardo attorno. Tutto normale. Non ho il coraggio di chiamarlo. Nemmeno so come si chiama! Non mi sfiora nemmeno il pensiero di rincorrerlo. “Tornerà!”, penso. “Avrà avuto un contrattempo urgente”. Aurora, più sveglia di me, mi guarda e mi chiede: “Mamma, ti ha rubato il telefono?”. Sta a vedere che… Forse mi ha fregato davvero! Beh, certo! Quando mi hanno descritto le regole di sopravvivenza alle rapine, nessuno mi ha mai detto che non dovevo consegnare spontaneamente la merce al rapitore, prima ancora che me la chiedesse! Per sentirmi meno stupida, dovrò inventarmi che quello mi aveva puntato una pistola in fronte! C’è un problema: non si tappa la bocca a una bimba di tre anni che non vede l’ora di spifferare tutto a tutti! Anche stavolta mi porto a casa il premio dell’allocca d’oro! “Mamma!”. Bizzarro! La voce mi sembra provenire da fuori, ma Aurora mi sta dando la mano e siamo l’una di fianco all’altra. “Mamma, mi fai il lattino?”. La guardo e improvvisamente mi accorgo che non le tengo più la mano e al mio lato c’è un cagnolino che scodinzola e sembra sorridermi. Cosa?! “Mamma, svegliati! Mi fai il lattino, per favore?”. Non ho voglia di aprire gli occhi, ma il peso delle palpebre mi distoglie dal tenero sguardo del cucciolotto che stavo fissando fino a pochi secondi fa. “Mamma sei sveglia? Mi prepari il lattino? Ho fame!”. Improvvisamente mi sento sollevata. È stato solo un incubo e allungo una mano per cercare il cellulare a conferma dei miei sospetti. Sì! Ce l’ho! È stato davvero un sogno! “Mamma, perché guardi il cellulare? Hai paura che te lo rubi?”. Sorrido istintivamente e mi metto seduta sul letto. “No, amore! Ho fatto un sogno strano… E comunque non ho paura che me lo rubi tu…”. “Chi allora? Il signore che voleva farci la fotografia?”. Spalanco gli occhi. Per un attimo resto immobile. Non ho la più pallida idea di come sia emersa la mia avventura onirica, ma sono troppo stanca per perdere inutile tempo, interrogandomi al riguardo! Aurora è qui con me, il telefono anche e nessuno dovrà dare spiegazioni per un furto che non è avvenuto. Fine! Una cosa è certa però: farò tesoro del mio realistico sogno! La prossima volta devo assolutamente ricordarmi di uscire con la borsa di Peppa Pig: quella delle Principesse è troppo chic!

In attesa dal dottore


Oggi sono andata dal dentista. È andata bene: solo mezz’ora di ritardo! Le prime volte mi arrabbiavo moltissimo, poi ho scoperto che l’arrabbiatura non fa male che a se stessi. I margaritegni sono il popolo più tollerante che conosca e cercare di imporre le proprie idee, alzando la voce, li mette a disagio e li indispone. In pratica, più ti arrabbi e più loro ti scansano, come se improvvisamente venissero avvolti nell’ovatta e non potessero sentirti. Per far valere le tue ragioni qui devi sempre essere gentile, mandare a quel paese con eleganza e toni delicati. Poi, è vero che sono ritardatari per indole e refrattari alla puntualità per nascita, però è anche vero che lo studio e la cultura dovrebbero quanto meno mitigare le attitudini primitive di ciascuno. Per questo considero la categoria ‘dottori’ di gran lunga la peggiore, quella che a mio modo di vedere le cose, abusa della propria posizione, mancando di rispetto a chi non ha mai nemmeno potuto concedersi in sogno il lusso dell’istruzione. Parliamo di pediatri, per esempio. Con Aurora perennemente ammalata, l’anno scorso ne ho conosciuti almeno una decina: uno migliore dell’altro per abilità medica, uno peggiore dell’altro per questioni di ritardo. Innanzitutto, prendere appuntamento con alcuni è un terno al lotto, perché tra ferie, festività, assenze per malattia, urgenze e scuse varie, si riesce a combinare l’incontro, quando ormai il problema si è risolto. La cosa più avvilente però è l’attesa. Vi è mai capitato di prenotare una seduta dal ginecologo o dall’otorino? Per prassi io mi ci reco almeno una decina di minuti in anticipo, perché mi hanno educata a pensare: “Meglio che sia io ad aspettare, piuttosto che lui!”. Poi il professionista di turno non è puntuale e quei minuti d’attesa diventano interminabili… Hai urgenza di correre in bagno, ma lasci che la vescica diventi un palla da basket pronta a esplodere come una pentola a pressione, perché si sa mai che ti chiamino proprio mentre sei assente! Ecco, quei minuti qui si trasformano in ore: intere giornate, aspettando il medico che non arriva mai, perché molto spesso, nonostante tu sia lì dal mattino, nel tardo pomeriggio capita che la segretaria annunci che il dottore è in ferie o in malattia. La prima volta che è capitato, mio marito, che in scala da 0 a 10 ha un grado di pazienza pari a meno 4, è andato a battere i pugni sulla scrivania della povera malcapitata, contestando l’assurdità di un simile avvenimento. In qualsiasi altra parte del mondo, la tipa si sarebbe scusata, magari prestandogli molta più attenzione, contrita in una sorta di timore reverenziale. Qui l’esatto contrario! In un secondo ha abbassato gli occhi su di me, come se lui fosse letteralmente scomparso, e con un filo di voce mi ha semplicemente chiesto conferma per rimandare l’appuntamento al giorno seguente. La differenza tra noi, famiglia europea da poco approdata a Margherita, e le restanti dieci persone che erano con noi in sala d’attesa, tutte rigorosamente venezuelane, è che noi eravamo prossimi all’infarto a causa della crisi di nervi e loro, preservando la loro indole imperturbabile, si sono alzate dalla sedia e, senza protestare, hanno infilato la porta d’uscita, salutando cordialmente. Questa è la pratica abituale in qualsiasi studio medico. Qualcuno si organizza addirittura in doppia giornata, perché il primo giorno devi attendere in coda il turno per prenotarti e l’indomani devi rifare la trafila per farti visitare. E nessuno, ripeto, NESSUNO si lamenta! Un consiglio però posso darvelo, in caso doveste trovarvi da queste parti e imbattervi in una situazione simile. Quando fissate un appuntamento col professionista del caso, la prima cosa da chiedere è por cita o por orden de llegada? Non è affatto una banalità, perché ‘per appuntamento’ significa che potete sperare in un ritardo leggero, ‘per ordine di arrivo’, invece, significa che sicuramente non sarete i primi e che quindi il ritardo si prolungherà in maniera indeterminata… Insomma, armatevi di pazienza, perché solo una cosa è certa: che siate gazzelle o siate leoni, la mattina, se dovete andare dal medico a Margarita, non correte, perché il ritardo è assicurato!