Piccole cose che fanno la differenza

Sapete in cosa si contraddistinguono un italiano da un venezuelano? Provate a chiedere a ciascuno dei due di contare con le dita e lo scoprirete! Avanti! Fatelo! Con che dito iniziate la conta fino a dieci? Avete alzato il pollice per primo? Siete senza dubbio italiani! Perché? Come farebbe un venezuelano? Guardate!

Piccole cose che fanno la differenza!

Porlamar

Il capoluogo economico di Margarita è Porlamar, una città a pieno titolo. Qui, soprattutto al mattino, il traffico è così intenso che spesso ci si dimentica di essere su un’isola. Moltissima gente, infatti, si sposta proprio verso Porlamar per lavorare nelle varie attività commerciali: chi in autobus, chi in macchina, chi in motorino. Difficilissimo è invece vedere qualcuno in bicicletta, mezzo relegato unicamente alle forze dell’ordine urbane. Alle 9 del mattino le strade principali di Porlamar sono un brulichio unico. Spesso passa qualcuno con la radio a tutto volume e la musica latina irrompe con forza per la via.

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Il caldo qui è molto intenso, soprattutto a partire da Maggio. Io non amo affatto il freddo e considero i 30 gradi di Margarita una vera benedizione, anche perché il vento ti assicura sempre il sollievo di non sentirti mai appiccicosa  per il sudore. I locali, invece, prediligono il fresco, anzi, il freddo totale. Così, mentre passeggi, ti arrivano ondate di gelo dall’interno dei negozi, dove l’aria condizionata non supera mai i 15 gradi. Appena giunta a Margarita non capivo perché qualcuno vendesse felpe e abiti pesanti ai Caraibi: ora lo so!

Facilissimo è imbattersi in qualcuno che spinge un carretto pieno di frutta esotica, matura e variopinta che sprigiona un profumo meraviglioso. Se hai la fortuna di trovarti in alto, da lassù puoi godere di uno spettacolo di colori e forme davvero incredibile, quasi surreale.

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I margaritegni non sono, in genere, gente particolarmente facoltosa e cercano di guadagnarsi il pane quotidiano come possono. La maggior parte di loro vive di pesca e di stenti. Essendo, però, libera per legge la possibilità di fare l’ambulante, lungo la strada trovi chi vende acqua fresca, chi caffè e tè nero, chi macedonia e gelati. I più fortunati allestiscono un piccolo gazebo e sul banco espongono bigiotteria di ogni tipo con perle bianche e rosa, souvenirs con la scritta “Margarita”, occhiali da sole, cd e dvd masterizzati e oggettistica di ogni genere.

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Poi, normalmente situati in un angolo della via, ci sono quelli che preferisco: i banchetti che preparano cibi tipici locali (prevalentemente fritti) e quelli che ti fanno succo di frutta naturale e spremute di arancia dal sapore unico. Meglio organizzati si trovano uno fianco all’altro in quella che qui viene definita la calle del hambre, cioè la via della fame, dove la distribuzione del cibo dura fino a tarda notte.

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La sensazione che si ha, passeggiando per le vie, è quella di trovarsi in una città che, appena sorta, doveva essere una delle più all’avanguardia del tempo, ma, adesso è vecchia, logora e trascurata. I marciapiedi lastricati di mattoncini rossi sono pieni di buche pericolose e qualche chiusino è ceduto da tempo, lasciando intravvedere il buio della profondità al suo interno. I pali dell’elettricità sono un ammasso di fili aggrovigliati in qualche modo, spesso anche ad altezza d’uomo.

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Nel centro storico degni di rilevanza sono la piazza Bolivar, dove si erige la basilica e dove puoi trovare i lustratori di scarpe: in cambio di un compenso in denaro, chiunque può accomodarsi su delle sedie leggermente rialzate, dove un professionista pulisce e lucida calzari di vario genere.

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Sempre in centro c’è la possibilità di passeggiare per le Bulevard, vie di accesso puramente pedonale, esclusivamente dedicate al commercio. Su ambo i lati delle Bulevard ci sono negozi di ogni genere, oggi prevalentemente di proprietà araba e cinese. Il livello di integrazione qui è decisamente alto: la tolleranza è fiore all’occhiello di questo popolo e la convivenza civile non ha mai creato problemi. Molti palazzi sono fatiscenti e scoloriti dal sale e dal sole. Dislocati in posizione meno centrale ci sono barrios ovunque, case popolari in monoblocchi destinati alle famiglie più povere.

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Eppure, se osservi Porlamar dalla costa, è spettacolare per i suoi stabili e grattacieli.

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Chi ha avuto il piacere di venire a  Margarita anni fa, racconta di quanto fosse bella e ricca, un vero paradiso. Oggi non splende come allora, ma ha il potere di esercitare un fascino particolare su chi le consente di conoscerla a fondo. Forse non tornerà mai più a brillare come un tempo, ma a me piace credere che si risolleverà. Devo crederlo. Perché il futuro è ancora tutto da scrivere e Margarita ha ancora tanto da raccontare.

 

Buenos dias!

“Oh!” esclamo stupita appena metto piede sul terrazzino. “Buenos dias!” aggiungo ironica, abbozzando un sorriso alle persone che mi si parano davanti. “Buenos dias!” mi rispondono loro per niente sarcastici, ma molto cordiali. “Desiderate del caffè, acqua, biscotti?” chiedo ai miei interlocutori. “No, grazie. Magari un po’ d’acqua fresca tra un po’, ma il caffè l’abbiamo preso prima di iniziare a lavorare.” Mi dice uno dei due, mentre l’altro si è chinato a prendere qualcosa, sparendo dalla mia vista. “Ah, perfetto!” rispondo io e mi defilo rientrando in casa. Per fortuna mi sono messa qualcosa addosso, perché è mia consuetudine uscire sul terrazzino in mutande a fare colazione! Imbarazzata, mi giro e guardo incredula all’esterno. Non posso, non voglio crederci! Due operai semi-vestiti sono sospesi ad una decina di metri d’altezza con i piedi scalzi, intenti a ritinteggiare la facciata del palazzo. Mi sono appena svegliata o sto ancora dormendo? No, no! Sono proprio lì fuori! Di  tanto in tanto si tolgono l’imbracatura per il caldo e sollevano il cappello per asciugarsi il sudore dalla fronte con l’avambraccio. Altro che elmetti, scarpe anti-infortunistiche e protezioni! Il ponteggio è costituito da due assi in orizzontale sollevate da carrucole fissate sul tetto. Solo un’asticella posta a mo’ di staccionata ostacola la loro eventuale e accidentale caduta verso il basso. Rifaranno così tutta la facciata e il palazzo conta almeno dodici piani. Torno fuori. “Non avete paura?” chiedo, terrorizzata per loro. “No, è il nostro lavoro!” mi dicono con una calma tale che non può che tranquillizzarmi.

Ci saranno pure abituati, ma vi giuro che è parecchio inquietante vederli lavorare a certe altezze, a volta senza la minima protezione. Se poi succede che il rifacimento è della facciata che dà verso la strada, augurati di non dover passare di là, perché non esiste segnaletica che ti avvisi dei lavori in corso. Devi sperare che qualcuno degli operai abbia un minimo di coscienza e, almeno, metta a terra del nastro colorato per delimitarne l’area. Il rischio è che cada qualcosa dall’alto e ti arrivi direttamente in testa. Problemi? No, nessuno si pone il problema finché non capita e, visto che finora non è mai capitato… Quando invece si procede alla tinteggiatura, è necessario ricordarsi di non parcheggiare nei paraggi, o l’auto che avevi lasciato in sosta, fiera della sua carrozzeria pulita, si ridurrà come se fosse stata posta per venti giorni sotto alberi  saturi di resina biancastra. Se passeggi nei dintorni, ti sentirai punzecchiare da una leggera pioggia di vernice, che  ti si accanirà contro fino a che avrai svoltato il tanto agognato angolo a un’opportuna distanza di sicurezza.

Margarita è anche questo: l’incoscienza del pericolo e il coraggio di affrontarlo; persone disposte a qualsiasi cosa pur di arrivare alla fine del mese. Non sono certo gli schiavi dell’antico Egitto, ma sono pur sempre uomini che sfidano la morte a decine di metri sotto di loro, magari per due soldi. Non posso fare a meno di pensarci, mentre fuori la brezza fa dondolare le funi che sostengono il ponteggio, mentre il mare in lontananza crea un’atmosfera surreale. Non esistono enti che si facciano carico davvero del peso umano che queste persone danno al lavoro. Esiste la fame e la necessità di provvedere alle esigenze basilari della famiglia. Con quello che guadagneranno probabilmente non riusciranno nemmeno ad arrivare alla fine del mese, ma sono disposti a provarci. Per un popolo che in molti disprezzano chiamandolo ladro e fannullone, io ci vedo molta dignità.

La Piñata

Per ogni venezuelano la festa è una cosa sacra. Qualsiasi motivo dà adito a un festeggiamento. Oltre alle festività nazionali, regionali e municipali, ci sono quelle religiose, ma, soprattutto, quelle dell’ultimo momento. Ebbene sì! Qui ci si inventa fautori di festività dall’oggi al domani e questa è una prerogativa tutta venezuelana. Che io sappia è l’unico paese al mondo che riconosce al singolo il diritto di far festa, sancito per legge. Così è del tutto naturale che qualcuno possa indire una discoteca in casa propria nel cuore della notte. L’importante è che non si invada il suolo pubblico. Pertanto, non scomodatevi a chiamare le forze dell’ordine, se vi arreca disturbo la musica che rimbomba a decibel indescrivibili, come se le casse fossero proprio in camera vostra. Spiacenti, ma non potrete farci proprio niente! Perché se la musica proviene da amplificatori acustici posti in un’abitazione privata, nessuno può obbligare il cittadino ad abbassare il volume, nemmeno se sono le due di notte e le casse sono rivolte all’esterno con le finestre spalancate.

La musica è corpo e anima della festa: in casa, in auto, per la strada, nei negozi, nelle spiagge…ovunque incalza il ritmo, un ritmo che si fa musica, mentre il corpo si muove sinuoso in passi liberi da ogni schema, sospinti solo dal battere e dal levare. Non c’è divertimento senza musica e non c’è festa senza piñata.

La piñata è un contenitore in cartapesta ricoperto di lustrini e dalle forme più stravaganti. Ogni ricorrenza ha la sua piñata, generalmente rispettosa del tema che fa da collante per l’occasione. È un oggetto immancabile, che penzola da qualche parte in attesa di diventare protagonista del divertimento. Nel cuore della festa, con la musica di sottofondo e l’incitamento della gente che sta attorno, a turno ci si impadronisce di un bastone in cartone pesante o plastica e ci si accanisce contro nel tentativo, solitamente vano, di farne una breccia per potersi appropriare del suo contenuto.

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Normalmente all’interno si nascondono caramelle e oggetti di vario genere mischiati ad una variopinta e scenografica cascata di coriandoli. È così ricco che la padrona di casa si dota di sacchetti da distribuire ai partecipanti, uno per ciascuno, indipendentemente dall’età, affinché ci rifilino dentro quello di cui sono riusciti a entrare in possesso. E vi assicuro che non è cosa facile, perché l’assalto alla piñata è un regresso all’infanzia. Avete presente quando eravate bambini e l’adulto del momento lanciava in aria le caramelle e voi eravate nella mischia alla ricerca del vostro dolce sparso sul pavimento? Io, allora come ora, mi defilo sempre e attendo che la folla inferocita si calmi e torni al suo posto. Non mi interessa partecipare al trambusto: mi diverto di più a guardare la massa che sembra impazzire, alla ricerca di quella tanto agognata caramella che io, con tutta calma, raccolgo da terra, quando il frastuono è terminato. Perché nella foga si pensa sempre che l’erba del vicino sia la più verde e, puntualmente, qualcuno si dimentica di guardare sotto il proprio naso. Chissà, forse per questa gente la piñata è così importante proprio perché in qualche modo è una metafora dell’esistenza. C’è chi arranca e chi afferra, chi retrocede e chi avanza, chi vince e chi perde, chi divora e chi resta a bocca asciutta. Più probabilmente, però, è un banale contenitore di sorprese, che ogni volta che mostra la sua presenza ti regala la libertà di farti tornare bambino, così da poterti abbandonare, anche solo per un momento, al dolce sapore della spensieratezza.

Cucarachas

Sono un’aracnofobica senza speranza di guarigione.

Ragno porta guadagno” dice qualcuno. Sarà per questo che nella vita non sono mai diventata ricca! La maggior parte della gente asserisce che non bisogna ucciderli e che il solo fatto di vederne uno porti belle notizie e molta fortuna. A me la sola vista incute orrore, altro che bella notizia! Sono così timorosa che non ho nemmeno il coraggio di ucciderli. In quell’istante divento così subdola da assoldare un killer che lo faccia al posto mio, con la minaccia di non varcare mai più la soglia della stanza in cui l’ho visto, a meno che non ne veda il cadavere scarnificato a terra. Non me ne vogliano gli amici del wwf, ma se fosse in mio potere, io godrei del loro totale sterminio.

In psicologia un’amica mi ha confessato che in realtà la paura del ragno è manifestazione di un rapporto sofferto con la propria madre. Potrebbe anche essere, ma in verità io non temo solo i ragni. Quello che davvero mi spaventa a morte sono quelle molteplici zampette che si muovono insieme e la mia fobia è direttamente proporzionale alla loro rapidità. Ho la pelle d’oca al solo descriverle!

Quando iniziava a prospettarsi decisiva la possibilità di un trasferimento a Margarita, ottenni un incontro con Adriano, un amico che abita qui da ormai quarant’anni. Su una pagina di quaderno a quadretti avevo stilato in ordine di importanza le domande che avrebbero determinato la definitività della questione. Al terzo posto c’era la sicurezza, al secondo la sanità e al primo – udite udite – la faccenda ragni! Non ridete di me!  Solo chi teme questi terribili e mostruosi animali può capirmi! Come avrei mai potuto ambientarmi in un posto dove, per stare sicura, dovevo difendermi da zanzariere a baldacchino sul letto, per proteggermi dall’attacco di aracnidi dalle dimensioni di topi? Ben presto l’incubo più ricorrente divenne quello in cui io mi trovavo intrappolata in stanze con ragnatele giganti che, ad ogni mio passaggio, si rivelano nidi di ragni enormi, pronti a schizzarmi addosso da un momento all’altro. Quando mi svegliavo atterrita con la tachicardia, sfogavo ogni mio desiderio di smentire le mie paure con il consulto su internet. Non fatelo mai! Ogni volta che mi capita qualcosa io guardo su internet per sfamare la mia curiosità e, puntualmente, ci trovo le peggiori cose che si possano mai leggere. La prima volta che su google ho digitato “ragni a Margarita”, sono capitata in un forum in cui dei turisti scoraggiavano vivamente chiunque dal visitare l’isola, in particolare, per la presenza di serpenti enormi, scorpioni mostruosi e… ragni giganti! Non potevo crederci! Ero davvero capitata male! Fortunatamente Adriano ha smentito tutto quanto. Alla mia domanda, in un primo momento, ha replicato con un sorriso, poi, per tutta risposta, mi ha detto: “Ragni? A Margarita? Sono anni che non ne vedo uno e quei pochi che ci sono hanno le dimensioni di formichine! Piuttosto non devi avere paura delle cucarachas: tutto il Venezuela ne è pieno!”. In un secondo mi sono sgonfiata come un palloncino bucato da uno squarcio. Wow! Paura scongiurata!

Cucaracha, cucaracha… dove avevo già sentito quel nome? Alle orecchie mi sovvenne il ritmo di una canzone che menzionava proprio quelle parole: “ la cucaracha, la cucaracha…na na na…”. Non so per quale ragione, fino a quel momento, avevo creduto che l’oggetto della canzone fosse una qualche strana bibita frizzante. Comunque, anche in seguito alla spiegazione di Adriano, che mi disse che le cucarachas erano degli scarafaggi tipici del luogo, io riuscii a sentirmi molto più audace e ottimista. In fin dei conti uno scarafaggio, anche se con tante zampe, non poteva farmi più paura di un ragno!

Poi arrivo a Margarita e i primi giorni, in verità, vuoi perché stravolta dal lungo viaggio, vuoi perché presa da altre questioni, non me ne sono accorta subito. Una sera, camminando per strada, intravedo nel buio qualcosa che si muove a terra, avvicinandosi alla velocità del vento verso di me.  Alla faccia di innocenti e innocui scarafaggi! Le cucarachas sono bacarozzi dalle dimensioni di piccoli ratti e, per di più, oltre ad essere fulminei, sono pure dotate di ali: volano! Riescono ad intrufolarsi in casa passando per chissà dove e, se non ti accorgi della loro presenza, l’indomani, con la luce del giorno, le trovi negli angoli più reconditi dell’appartamento, capovolte con le zampe pelosette all’aria che, ormai stremate, si muovono appena, sferrando l’aria alla ricerca di un appiglio per tornare in vita. La mattina, se non fosse perché sono palesemente riconoscibili, ti verrebbe da mettere in dubbio l’energia che sfoggiano di notte. Infatti, se ti imbatti in una cucaracha di notte e provi a catturarla, credetemi, è quasi impossibile. Nell’istante stesso in cui tu ti stai abbassando per prendere una ciabatta, lei ha già fatto due volte il giro dell’appartamento e ti guarda da dietro dicendoti: “Allora?! Che aspetti a farmi vedere quello di cui sei capace?”. Se, lanciando il primo oggetto che ti viene in mano, riesci incredibilmente a prenderla, ti sembra di aver buttato a terra un bicchiere pieno di gelatina. Credo potresti sentirti perfino un omicida, perché ti dà la sensazione di uccidere un animale, tanto è grossa!

Il mio peggior incontro con una cucaracha è stato un paio di settimane fa. Stavo spegnendo le ultime luci prima di andare a letto, quando, con la coda dell’occhio, ho intravisto qualcosa di veloce dirigersi verso il bagno. Allora mi sono sporta verso il corridoio e guarda un po’ chi ti vedo! Ovviamente lei aveva già fatto il giro di tutto il palazzo, mentre io, in uno slancio di eroismo, mi stavo impossessando dell’insetticida. Ero sicura che fosse in bagno, ma avevo paura ad aprire la porta, temendo uscisse, svolazzandomi addosso. Allora ho aperto la porta di qualche centimetro e ho guardato dentro. Cavoli! Dov’era finita? Non la vedevo più! Non può capitarmi di peggio, perché non potrei mai andare a letto sapendo che una cucaracha viva mi scorrazza lì vicino. Proprio mentre stavo richiudendo la porta del bagno ecco che mi accorgo che mi sta fissando minacciosa da sotto le mie gambe. Allora con un balzo mi scaravento all’indietro, urlando, e inizio a spargere nell’aria l’insetticida. Lei mi supera alla solita velocità supersonica e sgattaiola verso la porta d’ingresso. Io allungo un braccio verso di lei e spruzzo il disinfestante. Sembravo una marionetta parlante manovrata da un attore ubriaco. Con il braccio destro allungato tenevo premuto lo spray, con il sinistro cercavo il contatto col muro per sorreggermi, le gambe molli per la paura di un attacco nemico, gli occhi strabuzzanti che, attraverso il fumo del nebulizzatore, cercavano di vedere le zampette dell’animale in fase di resa, la gola che emetteva strani insensati versi di terrore. Imbarazzante. Non credo di essermi mai sentita tanto stupida! Almeno l’ho avuta vinta. Ho rischiato il ricovero per intossicazione da insetticida, però sono riuscita a sconfiggere il nemico. E pensare che quest’animaletto, a parte il suo aspetto, è assolutamente innocuo e che, spessissimo, è protagonista di divertenti cartoni animati per bambini. Chissà se anche le cucarachas portano fortuna e guadagno. Come al solito, sono schierata dalla parte sbagliata: mi toccherà ancora a lungo una vita da povera!

Massima venezuelana

Ho chiesto a Dio tutto nella vita e lui mi ha dato la vita per ottenere tutto

Ho chiesto a Dio tutto nella vita e lui mi ha dato la vita per ottenere tutto

Guacamaya

Guacamaya en playa la Pared- foto tomada por Dario

Guacamaya en playa la Pared-tomada por Dario

La Guacamaya è un uccello facente parte della famiglia dei pappagalli. I suoi colori rapiscono e affascinano. Il suo distinguibilissimo verso somiglia a un gracchio che risuona nell’aria, sopra i cieli di Margarita, dove vola e vive in libertà. Li vedi volare generalmente in coppia. Qui si dice che, quando trovi il compagno, non lo abbandoni più per il resto della vita. Simbolo di fedeltà assoluta, solca il cielo in solitudine quando il compagno muore e così continuerà a volare, solo, per il resto dei suoi giorni, attendendo il momento in cui si ricongiungeranno nella fine.

El amanecer

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El amanecer-Tomada por Deyanira

 

22 Marzo, giorno mondiale dell’acqua

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La Semana Santa

Oggi ha ufficialmente inizio la Settimana Santa. Nonostante il forte periodo di crisi che stiamo vivendo, Margarita ha iniziato a gremirsi di turisti e, fino a Domenica, le spiagge saranno affollate di famiglie e giovani poco più che adolescenti, che festeggeranno il periodo di assenza delle lezioni scolari, trascorrendo in compagnia momenti piacevoli, sorseggiando rum e birra.

La religione ufficiale del Venezuela è cristiana cattolica, nonostante la massiccia presenza di Arabi e Cinesi, e, sull’isola, è molto sentito il culto e la dedizione alla Madonna, nello specifico, a la Virgen del Valle. Io ero abituata a considerare la settimana santa come una sorta di cammino spirituale che trovava il suo culmine nella Pasqua, festa per eccellenza. Qui, al contrario, la Pasqua è semplicemente il giorno che chiude il periodo più importante della Settimana Santa. È così rilevante che il governo l’ha decretato festività nazionale e, da oggi fino a Domenica, imprese private, negozi  e uffici pubblici si asterranno dal lavoro, per riprendere con regolarità lunedì, considerato invece un giorno qualunque.

Cosa si fa durante le festività a Margarita? Non c’è nemmeno da pensarci: che siate fedeli oppure no, qui si va tutti in spiaggia!

Questo però non implica che non possiate partecipare alla vita spirituale di Margarita, che si concentra per lo più la sera, quando si organizzano processioni e preghiere. La settimana antecedente quella Santa, a La Asuncion, capitale dell’isola, ogni giorno le famiglie più devote consegnano alla comunità il proprio Santo. Si tratta di statue che conservano in casa e a cui sono tradizionalmente legate e che si pongono sulla sommità di baldacchini trasportati da uomini per le vie principali. Si dà seguito così alle processioni de Los santicos, i Santini, miniature delle riproduzioni più grandi che si trovano nella Chiesa principale. Essendo statue piccole, si crede che chi debba beneficiarne maggiormente siano i bambini, quindi alla processione partecipano in massa le famiglie con minori. E, credetemi, a Margarita i bambini sono davvero tanti!

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Un piccolo gruppo di trombettisti danno inizio al corteo, suonando per tutta la sera il medesimo motivetto. Dietro alla piccola banda, quattro uomini sostengono un baldacchino in legno, sulla cui sommità, completamente ornato di fiori, si trova il Santino. Quello che vedete in questa foto è ‘Paciencia y Umildad’.

Non si tratta altro che del Cristo, rappresentato in diversi momenti della sua passione. Giunti a un incrocio di quattro vie, il baldacchino si ferma e, dondolandosi lentamente al suono delle trombe, i quattro uomini hanno compito di effettuare un lento giro su se stessi.

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Si chiama ‘Cuarto’, cioè una sorta di benedizione del Santo per le tutte quattro vie, che simboleggiano i quattro punti cardinali: un modo per diffondere la benedizione a tutta la città o, perché no, al mondo intero. Terminata la processione il Santino viene deposto in una cappella del paese e potrà essere riconsegnato alla famiglia di origine solo dopo la Pasqua.

Degno di nota il ragazzino della foto qui sotto: il portantino d’acqua potabile.

Un solo bicchiere per dissetare tutti i bambini presenti alla manifestazione e tanta simpatia per un ragazzino che, prendendo molto seriamente il proprio dovere, vigilava il proprio carretto, imponendo ordine e rispetto del proprio turno. È così che voglio chiudere questo stralcio di vita religiosa. In memoria di quegli occhioni vigili e attenti, voglio ricordare a tutti che solo chi guarda il mondo con gli occhi di un bambino può godere fino in fondo di ciascun istante che la vita ci concede. Perché solo chi sa stupirsi e meravigliarsi come chi vede il mondo per la prima volta, sa assaporare la bellezza della semplicità. Buona Settimana Santa a tutti!