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La Semana Santa

Oggi ha ufficialmente inizio la Settimana Santa. Nonostante il forte periodo di crisi che stiamo vivendo, Margarita ha iniziato a gremirsi di turisti e, fino a Domenica, le spiagge saranno affollate di famiglie e giovani poco più che adolescenti, che festeggeranno il periodo di assenza delle lezioni scolari, trascorrendo in compagnia momenti piacevoli, sorseggiando rum e birra.

La religione ufficiale del Venezuela è cristiana cattolica, nonostante la massiccia presenza di Arabi e Cinesi, e, sull’isola, è molto sentito il culto e la dedizione alla Madonna, nello specifico, a la Virgen del Valle. Io ero abituata a considerare la settimana santa come una sorta di cammino spirituale che trovava il suo culmine nella Pasqua, festa per eccellenza. Qui, al contrario, la Pasqua è semplicemente il giorno che chiude il periodo più importante della Settimana Santa. È così rilevante che il governo l’ha decretato festività nazionale e, da oggi fino a Domenica, imprese private, negozi  e uffici pubblici si asterranno dal lavoro, per riprendere con regolarità lunedì, considerato invece un giorno qualunque.

Cosa si fa durante le festività a Margarita? Non c’è nemmeno da pensarci: che siate fedeli oppure no, qui si va tutti in spiaggia!

Questo però non implica che non possiate partecipare alla vita spirituale di Margarita, che si concentra per lo più la sera, quando si organizzano processioni e preghiere. La settimana antecedente quella Santa, a La Asuncion, capitale dell’isola, ogni giorno le famiglie più devote consegnano alla comunità il proprio Santo. Si tratta di statue che conservano in casa e a cui sono tradizionalmente legate e che si pongono sulla sommità di baldacchini trasportati da uomini per le vie principali. Si dà seguito così alle processioni de Los santicos, i Santini, miniature delle riproduzioni più grandi che si trovano nella Chiesa principale. Essendo statue piccole, si crede che chi debba beneficiarne maggiormente siano i bambini, quindi alla processione partecipano in massa le famiglie con minori. E, credetemi, a Margarita i bambini sono davvero tanti!

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Un piccolo gruppo di trombettisti danno inizio al corteo, suonando per tutta la sera il medesimo motivetto. Dietro alla piccola banda, quattro uomini sostengono un baldacchino in legno, sulla cui sommità, completamente ornato di fiori, si trova il Santino. Quello che vedete in questa foto è ‘Paciencia y Umildad’.

Non si tratta altro che del Cristo, rappresentato in diversi momenti della sua passione. Giunti a un incrocio di quattro vie, il baldacchino si ferma e, dondolandosi lentamente al suono delle trombe, i quattro uomini hanno compito di effettuare un lento giro su se stessi.

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Si chiama ‘Cuarto’, cioè una sorta di benedizione del Santo per le tutte quattro vie, che simboleggiano i quattro punti cardinali: un modo per diffondere la benedizione a tutta la città o, perché no, al mondo intero. Terminata la processione il Santino viene deposto in una cappella del paese e potrà essere riconsegnato alla famiglia di origine solo dopo la Pasqua.

Degno di nota il ragazzino della foto qui sotto: il portantino d’acqua potabile.

Un solo bicchiere per dissetare tutti i bambini presenti alla manifestazione e tanta simpatia per un ragazzino che, prendendo molto seriamente il proprio dovere, vigilava il proprio carretto, imponendo ordine e rispetto del proprio turno. È così che voglio chiudere questo stralcio di vita religiosa. In memoria di quegli occhioni vigili e attenti, voglio ricordare a tutti che solo chi guarda il mondo con gli occhi di un bambino può godere fino in fondo di ciascun istante che la vita ci concede. Perché solo chi sa stupirsi e meravigliarsi come chi vede il mondo per la prima volta, sa assaporare la bellezza della semplicità. Buona Settimana Santa a tutti!

Emergenza acqua

Mi sveglio al mattino e tendo l’orecchio, alla ricerca del suono che ci è più caro in questo momento: il rumore dell’acqua che stride nelle tubazioni per la pressione esercitata dalla pompa condominiale. Le cose stanno precipitando. Sono circa tre settimane che stanno razionando l’acqua, ma i tempi si stanno sempre più restringendo. Adesso abbiamo a disposizione mezz’ora al mattino e alla sera e un solo quarto d’ora a mezzogiorno e al pomeriggio. Questo condiziona tutta la nostra esistenza e la qualità della nostra vita, ma le previsioni sono di un aggravamento ulteriore della situazione, quindi andrà di male in peggio. Anche l’energia elettrica ne risente, con la conseguenza che l’organo che si occupa della sua distribuzione sta obbligando centri commerciali e hotels a togliere ogni contatto elettrico nelle fasce orarie di maggior consumo. Noi viviamo in hotel (lunga storia che vi racconterò) e, soprattutto la sera, è disagevole muoversi nel buio. Non possiamo nemmeno sederci comodamente a tavola all’ora abituale della cena, perché la cucina funziona a induzione elettrica. Rilassarsi davanti al televisore? Ovviamente no. Resta la possibilità di uscire, ma a piedi non si può, per questioni di sicurezza, e caricare la piccola in auto significa farla addormentare con conseguente arrabbiatura da risveglio forzato, una volta giunti a destinazione. Così non rimane che la soluzione di anticipare la cena e consumarla a lume di candela. La sveglia del mattino è proprio Aurora, che riempie l’appartamento con i suoi risolini festosi. Mio marito inizia a lavorare alle sette, ma a quell’ora l’acqua non ci ha ancora onorato della sua presenza, quindi si lava i denti, aiutandosi con una bottiglia e, prima di uscire, si rinfresca, chino sul piatto doccia, dove c’è la vaschetta piena dell’acqua raccolta la sera precedente. Lavora in un autolavaggio, una vera e propria condanna in questo momento. Il sindaco in persona ieri è passato di porta in porta a far visita a tutte le imprese che hanno a che fare con l’acqua. Non è stata una visita di cortesia: li obbligheranno a lavorare solo per quattro ore al giorno per cinque giorni consecutivi a settimana. Questo significa che le perdite saranno ingenti, ma soprattutto, che si vedranno obbligati ad abbattere i costi del personale con licenziamenti di massa. Cosa significa? Significa fame e miseria per tante famiglie, fame e miseria che incrementeranno una situazione di disagio sociale e criminalità diffusa. Un decreto comunale sta obbligando l’intera comunità a non disperdere acqua: nessuno potrà più utilizzare la piscina, innaffiare orti e giardini, pulire strade e marciapiedi. Tutto mi suggerisce che la gente inizierà a non lavarsi e le malattie si diffonderanno a macchia d’olio. Sono preoccupata, perché Aurora frequenta una scuola e ogni giorno le metto sui capelli una lozione anti-pidocchi. Anche lei oggi non potrà assistere a tutte le lezioni: le scuole sono aperte solo mezza giornata, perché l’emergenza acqua affligge tutti. Negozi e uffici hanno vietato l’uso dei bagni al pubblico e i centri commerciali stanno chiudendo i battenti sempre più frequentemente. Dal mattino alla sera l’acqua sta occupando prepotentemente ogni nostro pensiero. Nella mezz’ora a mia disposizione devo lavare i vestiti, organizzare i pasti del giorno, lavarmi e lavare Aurora e, soprattutto, procedere alla raccolta. Riempiamo tutti i contenitori a nostra disposizione, per poter affrontare la giornata, ma a volte non basta. Il piatto doccia si riempie di vaschette e ogni spazio è occupato da bicchieri e bottiglie colme. Anche una piccola distrazione può generare disagio e nervosismo. Un bambino è maldestro per natura, ma, se cade qualcosa sul pavimento, significa dover sprecare acqua in abbondanza per pulire lo straccio; se succede che una notte si bagna il letto (a tre anni è consentito!) significa che si dovrà impegnare una delle vaschette in cui raccolgo l’acqua con tutte le lenzuola sporche e la giornata si complicherà. Non puoi tirare lo sciacquone, se l’acqua non c’è. Ti lavi a suon di bicchieri, semi-seduta nell’unico angolino disponibile in doccia, se non vuoi rinunciare alla palestra. Lavi i piatti e le verdure con l’aiuto di una bottiglia, se non vuoi arrenderti alla sporcizia. Il pensiero corre velocemente a tutte le persone che non godono nemmeno del beneficio del razionamento dell’acqua, a tutti coloro che vivono nei barrios al centro dell’isola, dove l’acqua arriva ogni venti/venticinque giorni. La verità è io sono ancora una privilegiata, perché posso gestirmi e organizzarmi, ma ci sono persone che non vedono acqua per settimane, bambini che giocano in giardini putridi e si lavano con l’acqua salata del mare, vecchi che perdono ogni diritto alla dignità, perché si vestono con abiti che non possono lavare, che vivono in abitazioni che, poco a poco, si trasformano in latrine senza speranza di recupero. La preoccupazione aumenta quando vedi l’acqua del rubinetto sgorgare di uno strano colore, a volte torbida e opaca, a volte giallognola. Mi chiedo se la povertà estrema di certa frangia della popolazione non cederà alla tentazione di trarre profitto dalla diluizione dell’acqua per consumo umano con quella di mare o, peggio, con qualche altro liquido. Soprattutto, fino a quando sarà sicura l’acqua che beviamo? Sarà casuale l’attuale incremento di malattie che provocano diarrea e vomito? Quello che più mi lascia sconcertata è che in qualsiasi altro paese questa verrebbe chiamata EMERGENZA e verrebbe dichiarato lo STATO DI CALAMITA’. Qui invece tutto appare immobile. La gente non sa se domani ci saranno ancora le condizioni necessarie per la sopravvivenza e nessuno chiede soccorso. Per lo stato estremo in cui versiamo, se dovesse accadere anche il più banale degli incidenti, andremmo incontro alla devastazione, perché non solo manca l’acqua, ma anche i farmaci sono carenti. Le concause si trovano nella negligenza di chi è preposto alla manutenzione degli impianti e di chi dovrebbe occuparsi della gestione delle emergenze, ma anche e soprattutto l’effetto del surriscaldamento del nostro pianeta. Non so cosa ci guadagni una nazione a non ammettere il proprio soccombere e non capisco perché nessun paese si interessi alle migliaia di persone che sono a rischio per questa situazione. Non sono solita alla commiserazione e non è questo il motivo della mia narrazione. Vi ho raccontato tutto questo, solo perché voglio rendervi partecipi di una circostanza al limite della civiltà. Sono credente, ma non credo in un Dio che chiede Amen e condivisioni su internet, tanto meno in un Dio che semina odio e si impone con la guerra. Probabilmente il Dio in cui credo non esiste. Per questo non vi chiederò di pregare per me e per tutte quelle persone che, come me, si trovano in questa difficile situazione di emergenza. Quello in cui credo fermamente, invece, è l’umanità. Credo nella forza d’animo che qualcuno può trasmettere a un altro con un semplice abbraccio, con una parola, con un sorriso. Non tutte le persone che amo sono così vicine perché possa godere di un loro contatto. Abbraccio però è anche sentire attenzione, vedere un commento, avvertire la vostra vicinanza, sapendo che da lontano state condividendo con me e con tutti i venezuelani questa esperienza,  anche semplicemente leggendo. E se domani le cose peggioreranno ulteriormente, il vostro pensiero avrà reso una di queste persone eroina per un giorno: protagonista dei vostri pensieri, anche solo per pochi attimi. E il loro sconforto non sarà stato completamente vano, perché c’era qualcuno ad ascoltare il loro sommesso grido di aiuto.

 

 

 

 

Guidando

“Donna al volante pericolo costante”. È un detto che non ho mai condiviso. Non solo per questioni di principio, ma soprattutto perché sono una di quelle persone che, guidando, si rilassa. A Margarita si guida a destra, come in Italia. Il problema è che è tutt’altro che rilassante, perché non puoi mai permetterti il lusso di perdere l’attenzione. Qui infatti, nonostante il codice della strada sia lo stesso vigente nel continente, di fatto nessuno rispetta le regole: anarchia totale! Chiunque può superare a destra o a sinistra indistintamente, e lo fanno tutti, polizia compresa! Dopo un paio di smorfie e qualche parolaccia iniziale, col tempo ci si abitua e si finisce col fare lo stesso.

I peggiori guidatori sono proprio coloro che svolgono questa professione: taxisti e conducenti di autobus. Occhio ai taxisti! Spesso si improvvisano tali, ponendo in cima alla loro auto una sorta di insegna magnetica con la scritta ‘Taxy’, così, dalla notte alla mattina! Gli autobus invece, generalmente, sono dei semplici parallelepipedi di metallo scolorito, che poggiano su ruote consumate e semi-sgonfie. Dal loro interno si intravede la gente stipata, che guarda la strada affacciandosi dai finestrini, rigorosamente sprovvisti di vetro. Spesso accade che ci sia qualcuno aggrappato alla maniglia della porta pieghevole, aperta anche mentre il mezzo è in movimento.

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Di solito è un uomo di mezza età che si sbilancia all’esterno e ti guarda con l’aria di chi si crede supereroe per un giorno. A volte allunga un braccio per segnalare la direzione del bus. Questo perché NESSUNO usa la freccia. Ho perfino il dubbio che le automobili di qui non ne vengano dotate! Che invece nessuno gli abbia mai spiegato a cosa servano?!

Se qualcuno viene colto all’improvviso dalla fame, nel bel mezzo della carreggiata, senza avvisare, si ferma, scende, guardandoti con sufficienza, e va a farsi la spesa. Tu, che sei dietro e, fino a un attimo prima stavi guidando normalmente, ricambi il suo stesso sguardo, chiedendoti che cos’è successo di tanto urgente da dettare una simile sosta, e, quando ti rendi conto che quello non tornerà a spostare la sua auto prima di un’ora, non puoi far altro che fare manovre da rally e riprendere il percorso. Arrabbiarsi è inevitabile, ma completamente inutile!

Il colpo di clacson rapido è tipico solo della sosta al semaforo. Lì non ti viene concesso nemmeno una frazione di secondo di tregua. Quando al rosso mancano 3 secondi per tramutarsi in verde, devi essere più rapido di un fulmine e premere sull’acceleratore. La cosa buona dei semafori è proprio questa: che non sono solo fari circolari colorati, ma giganti numeri digitali di secondi scanditi in un conto alla rovescia. Certo, quando funzionano, ovviamente! Con i tempi che corrono credo che si rubino anche quelli! No, non ridete, perché non sto scherzando! I viali pedonali sono tutti al buio e non per caso, ma perché le lampadine sono diventate un bene irreperibile e la gente fa a gara per rubarle!

Massima attenzione per le motociclette! Assicurazioni e sentire comune danno loro completo supporto. In pratica, qualsiasi tipo di infrazione commettano, se disgraziatamente ti colpiscono, per la giustizia margaritegna sei comunque colpevole, nonostante qualsiasi tribunale internazionale affermerebbe il contrario.

Quello che, invece, mi fa letteralmente impazzire è la segnaletica stradale. Vi ricordate quei terribili, intricatissimi e stupidi quiz a cui ci hanno sottoposto per l’esame della patente? Quelli tipo: “il cartello triangolare con il vertice posto verso il basso che riporta al suo interno un muflone asiatico di 140 kg in posizione verticale con una barra rossa davanti e il numero 50 in nero posto in rilievo, cosa significa? A. che è vietato l’attraversamento alle donne incinte B. che i mufloni possono attraversare a 50 all’ora C. che è pericoloso procedere a 50 all’ora se hai a bordo tua suocera che sembra un muflone di 140 kg?”. Adesso chiudete gli occhi e immaginate un mondo senza segnaletica stradale. Ecco! Ci siete! Benvenuti a Margarita! Niente cartelli di senso unico. Tutti vanno nello stesso verso, quindi devi solo attenerti a quello che è uso e costume. Se in quella via tutti procedono a destra, anche tu vai a destra! Se ti trovi a un incrocio, vige la legge del più scaltro: il primo che avanza è quello che ha la precedenza; lavori stradali in corso: fai la coda e aspetti; buche e strada sconnessa: se quello davanti a te procede a mo’ di slalom gigante, fa lo stesso, e se non hai nessuno a farti da cavia, spera di non bucare una gomma! A questo punto ognuno penserà che gli incidenti sono all’ordine del giorno e invece no! L’anarchia innalza il livello di attenzione e, nonostante il rischio di impatto sia elevatissimo, il risultato è che gli incidenti sono di gran lunga meno frequenti di quanto si creda… Almeno fino a ora! Perché dopo aver asserito una cosa del genere, un gesto scaramantico è d’obbligo!

L’orologio mi suggerisce che è il momento di uscire. Prendo le chiavi e metto in moto! Se per caso siete a Margarita, un saluto è sempre ben gradito. Come potete riconoscermi? È facile: sono quell’unica pazza che rispetta la distanza di sicurezza e mette sempre la freccia!

 

 

 

Lavori in… sicurezza??!

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Mujeres

Buona giornata delle donne a tutte! A Margarita non è una festività importante. È chiamato il giorno delle donne (dia de las mujeres), ma nessuno si congratula regalando fiori di mimosa. Qui, se non fosse per qualche augurio strampalato, ci si dimenticherebbe di questa ricorrenza. Eppure le donne sono pilastro e motore di questo paese, soprattutto per via del loro grande potere seduttivo. Cominciamo col dire che le donne venezuelane hanno dalla loro un fisico prepotentemente erotico, con curve decisamente pronunciate e sederi e seni alti e sodi. Oltre alle forme generose che la natura gli ha regalato, hanno qualcosa che, forse, a noi, per lo meno a me, manca: consapevolezza e malizia. In genere portano i capelli lunghi e sciolti sulle spalle e hanno sempre le mani molto curate. Anche quando non hanno i soldi per poterselo permettere, ogni due settimane si affidano alla ricostruzione delle unghie. Difficilmente escono di casa struccate, MAI senza rossetto. Normalmente non hanno buon gusto nel vestire e accostano maglie e pantaloni senza criterio di abbinamento cromatico. Non portano quasi mai abiti scollati o scosciati. Li indossano invece molto –e sottolineo molto- aderenti, anche quando le rotondità eccessive richiederebbero di evitarlo. Eppure c’è qualcosa nel loro modo di porsi, nel loro incedere lento e flemmatico, che risulta incredibilmente erotico. La loro sensualità è magnetica. Sanno essere irriverenti, provocanti e spregiudicate, senza mai eccedere nella volgarità. Sviluppano da giovanissime una consapevolezza matura per la propria fisicità, con tutti i rischi e i vantaggi che ne conseguono. Ma questo le rende di gran lunga più attraenti rispetto a noi. Sanno come giocare con la loro bellezza e, manipolandola a dovere, sanno come ottenere sempre quello che vogliono. Non cadete nel solito tranello: la bellezza è un dono che posseggono tutte le donne e ciascuna appartenente a questo genere dovrebbe prendersene cura! Denigrare chi lo fa, sicuramente può aiutarci a star meglio, ma nasconderci dietro milioni di giustificazioni, perché non siamo in grado di farlo, non ci rende migliori. Il genere femminile ha dalla sua un potere così grande che nel corso della storia è stato in grado di determinare l’insorgere di guerre devastanti e il collasso di governi e imperi. Ci sono state donne che, fin dal principio dei tempi, col loro fascino, hanno soggiogato uomini importanti e decretato cambiamenti di portata mondiale. Siamo state accusate di essere streghe e in tutti i modi hanno provato a sterminarci: bruciandoci vive, imponendoci la sottomissione, chiamandoci meretrici. Il nostro passato è denso di lotte e la nostra forza continua a segnare il nostro passaggio. Spesso, però, per non essere definite sesso debole, ci atteggiamo al pari di un uomo, occultando così proprio quel potere in più, che deteniamo in virtù della nostra femminilità. Quando mai essere diverse ha significato essere peggiori? Siamo esseri differenti! Siamo donne: con la lacrima facile per un film di Walt Disney; con le mille domande alle nostre mille risposte; con i nervi a fior di pelle qualche giorno prima delle mestruazioni e la voglia di tenerezza davanti a una tazza di cioccolata calda con panna. Saremo sempre incomprensibili per il genere maschile, ma i più feroci giudici di una donna sono le donne stesse! Oggi, però, per una volta almeno, guardiamoci negli occhi e facciamoci i migliori auguri con sincerità! Perché siamo tutte quante bellissime, perché siamo tenaci e combattive, perché siamo fragili e sensibili, perché siamo tutte potenzialmente madri e spose, perché siamo sorelle e amiche o, semplicemente, perché ce lo meritiamo. Auguri donne, italiane o margaritegne che siate! Feliz dia de las mujeres!

Arreglar-arte

Ventunesimo secolo: l’era della tecnologia a portata di mano, della macchina a servizio dell’uomo, del comfort e della rapidità. Con un click entri in un supermercato virtuale e ti si apre un’infinita possibilità di scelta tra le varie marche dei vari prodotti. Con un semplice click paghi e la tua spesa ti arriva direttamente a casa all’orario prescelto, senza nemmeno scomodarti di portare quelle pesanti buste su per una rampa di scale. A Margarita? Provate a recarvi in un supermercato chiedendo  dove potete trovare il latte e, dopo la risata del commesso, vi renderete subito conto che le cose qui sono molto diverse. La possibilità di scelta tra i prodotti, quando li trovi, si limita al massimo a un paio di marche, ma il più delle volte, quando cerchi qualcosa in particolare, la frase tipica che ti senti rispondere è: “no Hay”, cioè “non c’è”. Anche per l’oggettistica il discorso non cambia e, quando ti si rompe un elettrodomestico o un accessorio, inizi ad imprecare, perché sai che non si trovano pezzi di ricambio. Proprio in quel frangente spunta evidente la differenza tra il margaritegno e l’europeo. Il margaritegno magari esita se gli chiedete di fare due più due, ma è imbattibile nell’arte del tuttofare. Noi europei, italiani in particolare, imbalsamati nelle nostre t-shirt col colletto alto, ci arrendiamo di fronte a una lampadina bruciata, chiamiamo l’imbianchino per una macchia sulla parete e l’idraulico per il pulsante dello sciacquone del water che è rimasto incastrato; telefoniamo al falegname se c’è da spostare un quadro o invochiamo lo Spirito Santo se ci sbucciamo un ginocchio. Il margaritegno? Il margaritegno è un genio del fai-da-te! Elettricista, idraulico, falegname, fabbro, medico di primo soccorso… Tutto! Io la chiamo arreglar-arte, dal verbo arreglar che significa aggiustare. È l’arte di sapersi destreggiare con flessibilità in tutti i campi, senza mai perdere la pazienza e la calma. Vivere a Margarita, è come rituffarsi improvvisamente nel passato, all’epoca dei nostri nonni, quando i nostri genitori erano bambini. Il cibo, l’acqua, la corrente: niente è dato per scontato! Quando hai tutto e dai tutto per scontato, anche le banalità diventano ostacoli insormontabili. Ma quando hai poco e con quel poco ti devi arrangiare, il cervello inizia a escogitare soluzioni, affini l’arte della manualità e a tutti i problemi trovi una soluzione. Ecco da cosa trae origine l’arreglar-arte:  dall’assenza costante di un bene necessario e dall’urgenza di un suo utilizzo. Per questo, giorno dopo giorno, il margaritegno ha imparato ad aggiustare qualsiasi cosa. Così con un filo di ferro e con la stessa precisione di un chirurgo estetico, ripara ogni oggetto. Con astuzia e genialità rimette in funzione elettrodomestici e auto in attesa di demolizione; con un colpo di pennello rinnova palazzi e immobili fatiscenti. Hai comprato le tende e non si trovano i ganci per appenderle? Tranquillo! Con un chiodo e un martello si possono fare molte cose, e se proprio non vuoi rovinare il muro, hai mai pensato di incollarle col silicone? Ti sei distratto e mentre facevi manovra hai ridimensionato la fiancata della tua macchina? Che problema c’è? Lo specchietto si fissa col fil di ferro, la carrozzeria si rimodella con qualche colpo di mazza e per il baule si può studiare un metodo manuale ad hoc, per chiuderlo all’evenienza.  Anche per ogni malattia c’è una cura precisa e il margaritegno conosce la soluzione farmacologica a tutto, e, quando non si trovano medicine, ecco che spunta il metodo natural-ritualista. L’ultima trovata ‘scientifica’ alla tendinite, per esempio, è ancora stesa al sole in attesa di definizione. Appena mio marito ha dichiarato a Mily, un’amica del posto, di avere un dolore al tallone, lei gli ha portato una foglia di Tuna (una specie particolare di Cactus dalla foglia piatta e senza spine). Gli ha chiesto di calpestarla scalzo, per lasciare ben impressa la propria orma (immagino al fine di assorbirne il dolore) e poi l’ha stesa al sole, che avrebbe avuto il compito di seccare la sua pena. Ovviamente il dolore non è passato, però questa pazzia ha il sapore di un rituale antico, che affascina proprio perché sembra sfidare il progredire del tempo. Vivere a Margarita è così: assaporare il presente con un prepotente retrogusto di passato, di tradizioni antiche e grottesche, di piaceri che nascono e vivono delle piccole cose. E quando domani chiederò spiegazioni a Mily, per il suo procedimento di essicazione non andato a buon fine, sono certa che lei non si arrenderà facilmente di fronte all’evidenza e, probabilmente, mi esporrà una nuova soluzione. Perché a tutto c’è rimedio finché c’è vita e, finché c’è vita, c’è possibilità, gracias a Dios!

Marcia militare alle 7 del mattino – Santiago Mariño

Cuidar el agua es cuidar el planeta


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Impara l’arte

Impara l’arte e mettila da parte, dicevano i nostri nonni. Non potete sapere quanto avessero ragione! Questo motto mi è stato a tal punto colcato in testa, che tutto quello che ho appreso nel corso della vita ho sempre desiderato approfondirlo, spesso ottenendone una certificazione di qualifica. Prima di partire dall’Italia avevo riempito un’intera parete di casa con tutti i diplomi ottenuti nei vari ambiti e la domanda che più spesso mi è stata rivolta, e alla quale io stessa ho cercato di dare risposta, è stata: “Cosa vuoi fare da grande?”. Tutto però ha un filo logico e nella mia esistenza ogni percorso che ho intrapreso ha dato il suo frutto. Persino gli insegnamenti di mia madre su come gestire gli sprechi di una vita moderna, in contrapposizione alla povertà del dopoguerra. Non ci crederete: mi sta tornando utile. Ieri ho sgridato mia figlia, perché giocava con la carta igienica. Certo, per te che la trovi a un prezzo ridicolo in ogni supermercato è facile riderci sopra, ma qu,i se vuoi un rotolo di carta igienica, ti tocca metterti in coda delle ore per comprarla e, in questo momento, non sono nemmeno sicura che saresti capace di trovarla! Non sprechi lo shampoo se non si trova; metti un solo cucchiaino di zucchero nel caffè, se tutti i dolcificanti sono scomparsi dalla circolazione; fai la pasta in casa, se nei supermercati trovi solo gli spaghetti d’importazione a prezzi folli. Non si butta via una tovaglia vecchia, se puoi farci dei tovaglioli. Non si comprano calzini nuovi, se puoi aggiustare quelli vecchi. Quando non trovi il detersivo per i piatti, mischi l’acqua al detersivo in polvere del bucato, quando non trovi il detersivo in polvere, usi il sapone in tavoletta. Non è facile adattarsi a un mondo dove le comodità sono sempre più proibitive, però ti sorprenderebbe come un uomo sa trovare in sé risorse inaspettate nelle avversità. Siamo esseri incredibili: geniali e autentici. Tutti quanti. Pensiamo e creiamo. Ciascuno, a proprio modo, è un’artista, ma abbiamo affidato alle macchine tutto il nostro tempo, perfino quello libero, e abbiamo smesso di usare le dita per modellare, per dipingere, scolpire, battere il tempo. Margarita è stato, ed è ancora, il mio banco di prova, il luogo dove ho potuto mettere a nudo tutto il mio essere donna, con le mie fragilità, ma anche con tutta la mia forza. Ogni cosa che il tempo mi ha insegnato e che la mia caparbietà mi ha costretto ad approfondire è tornata utile. Non ho accantonato la tecnologia e non sto demonizzando l’aiuto che le macchine ci danno ogni giorno, ma l’uomo è molto più che un dito premuto sul pulsante giusto. L’uomo è intelligenza, coraggio, stupore e genialità. E quando decide di mettersi alla prova, spesso supera limiti che credeva inarrivabili. Sono felice di essermi appassionata così febbrilmente alla vita. Sono orgogliosa di tutte le tappe che ho esplorato e di ogni risultato raggiunto, ma non si smette mai di imparare. Margarita, breve o duratura che potrà mai essere questa esperienza, la porterò sempre nel cuore, perché qui ho appreso l’arte della tenacia. Il mio futuro non sarà privo di paure, ma nemmeno povero di audacia. Anche questa è un’arte. Lezione assimilata.

Il tesoro

Alle prime luci del mattino, un uomo sedeva sul bordo di una cinta. Il vento soffiava in piccoli turbini, sollevando la polvere, e le sue gambe oscillavano nel vuoto, sospinte dalla sua debole forza. Teneva la testa china, osservando le proprie mani macchiate dal sole e segnate dal tempo, raccolte sul grembo. Una bambina con un fermaglio blu a forma di stella tra i capelli gli si avvicinò. Lo squadrò, evidentemente incuriosita.

“Che cosa tieni tra le mani?” gli chiese.

L’uomo rispose, con l’incertezza di chi non vuol dare spiegazioni ma nemmeno essere scortese e, alla fine, risolve riformulando un’altra domanda: “Che cosa credi che ci sia?”

La bambina lo scrutò con più attenzione.

“Se nascondi qualcosa, dev’essere un tesoro!” sentenziò.

Sul volto dell’uomo calò un velo di tristezza.

“Sì, un vero tesoro” sospirò.

“Facciamo un gioco: io ti dico un segreto, però prima tu mi dici qual è il tuo tesoro?” gli propose la piccola, sempre più curiosa.

“I giochi devono essere divertenti! Il tuo non ha l’aria di esserlo” le disse l’uomo, soggiogato dalla sua dolcezza.

“Allora rendiamolo divertente: facciamo che io ti racconto il mio segreto, se tu mi lasci indovinare qual è il tuo tesoro!”. L’uomo sorrise per l’ingenuità e l’arguzia della sua risposta. Poi, con un cenno del capo, acconsentì alla proposta, altresì sospinto dalla speranza che in quel modo si sarebbe liberato presto di quel piccolo impiccio.

“Sei un astronauta e tra le mani hai una stella?”

L’uomo corrucciò il volto, incredulo di fronte a tanta fantasia. Poi scosse il capo.

“Sei un mago e tra le mani hai una pozione magica?”

“No, io…” cercò di interromperla.

“Sei un principe e tra le mani hai la tua corona?”

Non riuscì a trattenere il sorriso e con il volto negò anche questa possibilità.

“Sei un pirata e tra le mani hai una perla?”. Questa volta la bambina aveva assunto un tono di sfida.

“No” contestò l’uomo, che non capiva il senso logico dei suoi pensieri. “Perché è così importante per te sapere chi sono?”

“Perché solo sapendo chi sei, posso capire qual è la cosa che ritieni più importante. Allora scoprirò qual è il tuo tesoro!”. Aveva senso.

“Allora chiedimi che lavoro faccio” la incoraggiò lui.

“Il lavoro che fai non può dirmi chi sei” gli spiegò lei.

“Mi hai chiesto se sono un astronauta, un mago, un principe o un pirata: certo che vuoi sapere che lavoro faccio” replicò l’uomo.

“No! Io volevo solo sapere se credi ai sogni, alla magia, alla poesia o se invece preferisci l’avventura…” chiarì la bambina.

Colto alla sprovvista, rispose frettolosamente, con la stessa spontaneità con cui lo aveva fatto lei: “Credo nell’amore” disse tutto d’un fiato.

“Vuol dire che sei innamorato?” insistette lei, cercando una traduzione per le sue parole più conforme alla semplicità del vocabolario da lei conosciuto.

“Sì, con tutto il mio cuore” replicò lui, fissandosi le mani scarne attraversate dalle vene prorompenti, con gli occhi gonfi per l’emozione.

“Allora perché sei triste?”.

L’uomo sussultò. Quella bambina era molto più intuitiva di quanto avesse creduto a prima vista. Meritava una risposta semplice, ma sincera: “Perché l’ho perso” dichiarò.

“Nessuno può perdere l’amore e nessuno può rubartelo!” esclamò con disappunto. “Non sai che l’amore abita nel cuore? Se sei vivo e il tuo cuore batte ancora, anche l’amore che hai lì dentro è vivo! Quindi non puoi perderlo, come non si può perdere il cuore!”.

L’uomo la fissò interessato. Era la sua ingenuità a parlare o qualcuno le aveva suggerito quelle parole? Era davvero così elementare quello che aveva appena dichiarato o lui si era confuso sulla sua tenera età, giudicandola più giovane di quanto non fosse realmente? La scrutò e nella profondità dei suoi occhi lesse la limpidità e la chiarezza dell’infanzia.

“È vero quello che hai detto, ma io ho perso la persona che amavo” si giustificò.

Con la medesima sicurezza la bambina gli rispose senza pensare. “Allora non devi far altro che cercarla! Ti dirò come fare: se sei un astronauta, ritorna tra le stelle e cercala dall’alto; se sei un mago, fai un incantesimo e falla ricomparire; se sei un principe monta sul tuo cavallo bianco e cavalca per tutto il regno e se sei un pirata, ritorna sul tuo veliero e rintracciala, navigando in tutti gli oceani. Non puoi arrenderti! Nessun eroe lo farebbe!”.

“Ma io non sono un eroe!” rispose l’uomo, schernendosi.

“Certo che sei un eroe! Una signora che conosco molto bene dice sempre che siamo tutti degli eroi, perché serve coraggio per vivere. Chiunque affronti le proprie paure, non chiudendosi in se stesso, decide di essere il protagonista della propria vita e se le vince è un eroe”.

Un morso al cuore lo costrinse ad aprire la bocca per catturare più aria e colmare il vuoto dei suoi polmoni. “Conoscevo qualcuno che diceva la stessa cosa…” proferì con un filo di voce, sommerso dal ricordo. “La signora che conosci è molto saggia” osservò ammirato, come aveva già fatto in passato, ascoltando quelle stesse parole. Poi una copiosa lacrima gli solcò il volto. “Però non posso cercare qualcuno che non c’è più”.

La bambina sembrò non badare al suo pianto sommesso e continuò.

“Se non c’è più, allora perché ti tormenti dicendo che l’hai persa? Semplicemente non c’è più!” osservò con la chiarezza che le era tipica, come qualsiasi bambino, che vive solo dell’istante e delle cose presenti. “Tu invece sì! Non puoi essere triste per sempre!” aggiunse. “Anch’io amavo tanto un orso di peluche quand’ero piccola. Si chiamava Bubo: era il mio preferito. Ho una fotografia mentre gioco con lui. Poi sono diventata grande e l’ho regalato a qualcun altro, perché adesso non gioco più con i peluche. Mi dispiace non averlo più, però sono contenta quando guardo quella fotografia  e vedo quanto mi rendeva felice giocare con lui”. Mentre discorreva, la bambina si accarezzava i capelli castani e le sue piccole dita sfiorarono il fermaglio. L’uomo avvertì una strana sensazione: dove gli sembrava di averlo già visto?

“L’amore per un peluche non si può paragonare all’amore per una persona” suggerì lui.

La sua loquacità subì un attimo di smarrimento a quella risposta. Senza aggiungere altro, continuando a guardarlo negli occhi alla ricerca di spiegazioni, si arrampicò sulla cinta e si sedette di fianco all’uomo, pronta all’ascolto.

“Quando hai regalato il tuo peluche, l’hai fatto perché non ti interessava più e perché probabilmente volevi qualcos’altro. Quando crescerai ancora, nuovamente cambierai gioco, perché quello che hai già non ti darà più soddisfazione e così via dicendo, a ogni tappa della tua vita. Ogni volta andrai alla ricerca di un gioco sempre più grande e più bello, perché solo così potrai sentirti soddisfatta. Questo fino a quando la tua felicità diventerà secondaria a quella di qualcun altro. Succederà quando amerai una persona e, allora, non ti interesserà un gioco più bello che la sua gioia”. Non era sicuro che il suo discorso fosse così semplice da intendere per la sua giovane età, ma quella bambina aveva un’intelligenza notevolmente fuori dal comune e lo disponeva ad esprimersi con franchezza.

“Vuol dire che sarò felice solo quando lei sarà felice?”.

“Esattamente!”. L’uomo sorrise, meravigliato per tanta comprensione.

“E anche lei sarà felice solo quando io sarò felice?” seguitò lei.

“Sì, sarà così!” ammise lui.

“Questo significa solo una cosa: che adesso siete entrambi infelici!”.

L’uomo per l’ennesima volta la guardò esterrefatto. Non aveva mai pensato la cosa in questi termini.

“Perché non prepari qualcosa per farle tornare il sorriso?” propose, continuando a toccarsi i capelli.

“Piccola, non posso: in queste circostanze non si può far niente. Io non so far niente!” si giustificò l’uomo, mentre sentiva che il mento iniziava a tremargli nel tentativo di frenare il pianto.

“Se sai custodire tra le tue mani un grande tesoro, sei più potente di qualsiasi eroe!”.

Non aveva idea di chi fosse quel piccolo vulcano di saggezza, né da dove provenisse. Di certo però non avrebbe guastato la sua positività. Decise di metterla alla prova e la sfidò con il suo stesso linguaggio.

“Il tuo astronauta cosa farebbe?”.

“Continuerebbe ad amare le stelle! Andrebbe nella sua astronave e si metterebbe alla ricerca di pianeti sconosciuti, perché solo così potrebbe scoprirne uno migliore di quello che lui credeva il più bello”.

L’uomo pensò che d’ora in poi avrebbe guardato le stelle con occhi diversi.

“E il principe?” la interrogò ancora, scoprendosi affamato della sapienza della bimba.

“Ogni fiaba termina con le nozze del principe con la sua principessa, vivendo per sempre felici e contenti. Quindi il principe sarebbe costretto a cercare un’altra principessa. Sapendo però che il finale è sempre lo stesso, ne varrebbe sicuramente la pena!”. L’uomo rise, realmente coinvolto e con uno strano senso di leggerezza nel petto.

“Il mago invece inventerebbe nuove magie! Con la sua bacchetta magica trasformerebbe la tristezza in allegria. Poi farebbe un incantesimo, chiedendo al proprio cuore di non soffrire più pensando al passato, ma di sentirsi appagato, per le cose belle che ha vissuto e grato, per quelle che potrebbe vivere ancora”. Mentre parlava, la sua voce assunse un tono più grave e il suo lessico si fece più consono a quello utilizzato da una donna adulta.

L’uomo ascoltò rapito quello che diceva e la incitò a continuare, sospirando, mentre si chiedeva se davvero esistesse un incantesimo tanto potente.

“Il pirata invece è abituato a lottare per conquistare il suo tesoro, perciò non si stancherebbe di andare alla ricerca di nuove avventure, sfidando i pericoli del mare e perfino a costo di rimanere solo sulla sua nave. Però mai, per nessuna ragione, ci rinuncerebbe e continuerebbe a cercare nuovi tesori fino al suo ultimo respiro”.

“Sei molto più saggia di quanto dimostra la tua età” la elogiò l’uomo, contemplandola. “Dimmi dunque, tu cosa faresti?” la incalzò.

La bambina si fece improvvisamente molto seria in volto.

“Ti chiederei di essere felice, per consentirmi di essere felice a mia volta. Ti direi di stringere a te i nostri ricordi, ma di continuare a vivere, o lentamente anche i nostri ricordi morirebbero con noi. Ti pregherei di non perdere un secondo in più in rabbia, frustrazione e rimpianto, perché ogni attimo non vissuto è un attimo che non potrai più recuperare. T’invocherei di tornare a essere l’eroe della tua vita.  Poi, ti supplicherei di lasciarmi andare”.

L’uomo la guardò, confuso, ma la bambina non gli lasciò il tempo di interromperla. “Adesso sono pronta a svelarti il mio segreto”.

L’uomo sollevò le spalle e reclinò il capo, osservando la bimba con gli occhi di chi cerca delle risposte senza riuscire a dare un senso a quello che ha appena appreso.

“Sono il miracolo che hai chiesto al tesoro che stringi tra le mani”.

L’uomo sentì un brivido percorrergli la schiena. Colto di sorpresa, istintivamente aprì le mani e vi guardò dentro. Una catenina in oro gli scivolò tra le dita affusolate, mentre il ciondolo rimase saldamente aggrappato alla base del medio. Un pendente rotondo formava una piccola cornice e al suo interno, sigillata dal vetro, c’era la foto di una donna.

“Come sapevi…”

Alzò gli occhi, ma la bambina non c’era più. Al suo posto era rimasto il fermaglio che aveva tra i capelli. Guardò il suo tesoro, smarrito, ripensando a quello che era appena successo. Ripercorse ogni attimo di quell’incontro, registrando nella mente ogni minimo dettaglio del dialogo intercorso. Improvvisamente fu colto da un’illuminazione. I suoi occhi cercarono avidamente qualcosa che non avevano saputo vedere prima. Ripose il ciondolo nel proprio palmo e lo prese saldamente con le dita. Avvicinò l’immagine agli occhi per osservarla meglio. Sua moglie stava sorridendo in direzione della fotocamera e i suoi occhi verdi, che lo avevano stregato fin dal loro primo incontro, erano socchiusi per l’espressione. La sua fronte era in parte nascosta dalla frangia e la sua folta chioma raccolta solo da una parte, lasciando visibile l’orecchio. Proprio lì focalizzò tutta la sua attenzione e proprio lì lo vide: tra i capelli della donna che aveva amato più di tutta la sua vita, c’era un fermaglio blu a forma di stella.