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Amare riflessioni

Osservo da vicino questo paese sprofondare giorno dopo giorno nel baratro. Quotidianamente rimaniamo in attesa, come dopo il lancio di un sasso in un pozzo senza fine. I supermercati si svuotano, i farmaci scarseggiano, la miseria e l’insicurezza crescono. Sul volto della gente compaiono i segni dell’umiliazione, della stanchezza e della preoccupazione, mentre sulle nostre labbra troneggiano parole di rabbia, frustrazione e lamento. Eppure, ancora una volta, trionfa l’incapacità di reagire. Spinti dalla paura, ci nascondiamo dietro un velo di tolleranza per una situazione che, francamente, tollerabile non è. E tutto mi riporta a delle tristi considerazioni che ho già dovuto affrontare, quando ho lasciato l’Italia. La verità è che pochissimi hanno il coraggio di destabilizzare il proprio, seppur minimo, equilibrio alla ricerca di un appiglio più stabile. Perché tra un passo e l’altro è troppa la paura di cadere. È il male del nostro secolo, quello che ci rende complici nelle polemiche su internet, quando non dobbiamo metterci la faccia, ma che ci mette gli uni contro gli altri, quando la realtà ci chiede di decidere chi deve scagliare la pietra per primo. Individualismo. Finché io sto bene, il tuo dolore mi dispiace, ma non mi smuove. Chi se ne frega del poveraccio che fruga nella pattumiera per recuperare un pezzo di cibo, finché improvvisamente mi licenziano e mi trovo sul lastrico. Chi se ne frega se sporco il mare dove vado in vacanza, finché l’inquinamento si propaga nelle falde acquifere a cui io stesso attingo per bere. Chi se ne frega della guerra in medio-oriente, finché i terroristi non piazzano bombe in casa nostra. Chi se ne frega se il Venezuela o il Burundi sono sull’orlo della guerra civile… Ciascuno di noi (me compresa) avanza giustificazioni più o meno comprensibili e si abbarbica ad esse come lo scoglio della propria salvezza. Anneghiamo, a tal punto sommersi dalle nostre difficoltà, che non troviamo né il tempo né l’aria sufficienti per occuparci di quelle degli altri. Eppure basterebbe un po’ più di umanità: allungare la mano al nostro vicino, abbracciare la sua causa e sostenerlo nella sua battaglia. Prima o poi, qualcuno dovrà smettere di limitarsi a fare i conti con se stesso e affrontare il marcio che lo circonda. Se proseguiamo col nascondere la testa sotto la sabbia, il suo problema diventerà il nostro problema, con un grado di intensità maggiore, dovuto ai continui rimpalli di responsabilità. Non è un rimprovero, ma semplicemente l’amara riflessione di chi vorrebbe fare di più, ma non riesce, non può… Perché è più facile aspettare che qualcun altro agisca al posto nostro. Compiere il balzo per primi richiede la forza di un leone e noi siamo SOLTANTO uomini…