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Cacerolazo

Aurora aveva da poco compiuto i due anni. Era seduta sul tappeto da gioco e mi guardava, stropicciandosi gli occhi con le sue manine di bambina, cercando di vincere il sonno che incombeva impietoso col tramonto. Indicando i nostri bicchieri sul tavolo apparecchiato per la cena, iniziò a ripetere la parola che credo le piacesse di più “acqua, acqua”. Ricordo che una volta ho rischiato il linciaggio da parte di una signora in un ascensore, proprio perché Aurora ripeteva instancabile quel termine. Dopo sei piani di “acqua” pronunciato ad ogni frazione di secondo, spazientita ha sbottato: “E dalle da bere a ste povera bambina!”. Ho provato a spiegarle che non era un modo per dirmi che aveva sete, ma la signora mi ha minacciato di morte con lo sguardo. Quindi, terrorizzata, ho affondato il biberon tra le labbra di Aurora, obbligandola a bere controvoglia, fino a quando le porte dell’ascensore si sono aperte e lei ha sputato tutto il liquido addosso alla tipa. Immaginatevi la sua faccia! Fortuna che con i bimbi qui sono tutti incredibilmente tolleranti! Torniamo però a quella sera, quando, seduti al tavolo, io e mio marito stavamo per addentare il primo boccone. Davanti a noi una tavola ben imbandita (erano tempi d’abbondanza allora!) e tutt’intorno la tranquillità più assoluta, quando improvvisamente irruppe dall’esterno il tintinnio cadenzato di un oggetto metallico che picchiava uno più grande dello stesso materiale, molto simile al rumore di un cucchiaio che batte su un pentolino. Mano a mano si aggiunsero altri suoni, sempre più forti e con ritmi diversi ma costanti. Non poteva essere un caso, né poteva essere qualche vicino che preparava la cena. “Stanno suonando??!” chiesi a mio marito con tono incredulo e perplesso. Alla mente cominciò ad affiorare un ricordo lontano di uno spot pubblicitario che iniziava così, col rumore di una posata su un bicchiere e via via diventava una musica trascinante, composta dalla percussione di oggetti di uso quotidiano. “Stanno suonando!” esclamai questa volta convinta dalla mia prima teoria. Questo popolo vive di musica. Nel loro sangue scorre la samba e i loro corpi sanno reagire a quel ritmo come nessun altro sa fare. Nel loro modo di ballare c’è un erotismo che è capace di far vibrare l’aria, mentre la velocità e la tecnica con cui eseguono quei passi farebbe invidia alle migliori accademie di danza. Basta accennare a una leggera scansione del tempo per mettere questa gente in movimento. Chiunque balla: piccini e anziani, uomini e donne, in un groviglio di corpi esili e grassocci. Quindi sì, mi ero convinta che doveva essere una musica. Qualcuno aveva dato il via dall’alto del nostro dodicesimo piano e, altrove, qualcun altro avevano risposto, dettando la propria sinfonia.
È stata questa la mia prima esperienza di “cacerolazo”. Da queste parti chiamano così questa speciale forma di protesta. In questa nazione, dove chi governa non gradisce manifestazioni di opposizione, qualcuno ha trovato comunque un modo, non propriamente silenzioso, per far sentire la propria contestazione. Così, la gente che non trova il coraggio di partecipare alle manifestazioni o alle marce, esplicita chiaramente la propria divergenza al governo, battendo le posate sui pentolini e obbligando gli altri a udire, sporgendosi dalla finestra, uscendo sui balconi o radunandosi nelle parti comuni esterne dei condomìni. Le famiglie si danno appuntamento con una catena di messaggi sul telefonino, normalmente verso le otto della sera. Nel buio, la tensione di una lotta contro una tirannia mascherata di finta indulgenza verso la povertà diventa suono, riecheggiando nelle orecchie di chi non vuol sentire. Nel giro di qualche minuto interi quartieri della città diventano teatro di uno spettacolo di percussioni impressionante. Improvvisamente qualcuno mette a tutto volume l’inno nazionale e la città piomba in uno stato di totale rispettoso silenzio durante il suo ascolto. Mi immagino queste persone ferme, come sospese nel vuoto, con la mano posata sul petto o l’una raccolta nell’altra dietro la schiena, lo sguardo vitreo e gli occhi luccicanti pieni di orgoglio patriottico. Appena l’inno termina, riprende immediata la “protesta delle pentole”, che dura circa una mezz’ora. Poi la vita di sempre riprende il suo corso e le onde del mare e il vento diventano di nuovo il rumore più definito della notte di Margarita.