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Benzina regalata!!!

Parliamo oggi dell’oro nero del Venezuela: il petrolio. Il sottosuolo di questo paese è uno tra i più ricchi al mondo e per anni è stato il suo vanto. Il bene di lusso per eccellenza a Margarita è l’automobile, ma il peso reale di un simile acquisto è dovuto ‘solamente’ all’esborso iniziale e alla manutenzione. “E la benzina dove la lasci?”, penserà la maggior parte di voi. Benvenuti nel paese delle meraviglie: la benzina qui è quasi regalata! Circa un paio di mesi fa c’è stato il grande aumento, quello che ha dettato un disagio su scala nazionale, dove erano previsti dissensi e scontento generale. Perché al venezuelano potete togliere tutto, ma non la birra e la gasolina! L’incremento è stato del 6000% eppure, ancora adesso, quando andate dal benzinaio, gli unici numeri che scorrono veloci sul tabellone dei conteggi sono quelli che affiancano i litri. Ogni volta che penso all’Italia e alle quantitá esorbitanti di euro lasciati al distributore mi sfugge un risolino. Persino l’acqua costa di piú! Non c’é proporzione! Per rendervi l’idea, un sacchetto medio di ghiaccio costa oggi 900 bolivares, mentre un pieno di benzina si aggira intorno ai 200/300 bolivares. Volete proprio che vi stupisca con effetti speciali? Dato ufficiale di oggi: la benzina ‘vecchio stampo’ costa circa 1 bolivares al litro, quella senza piombo circa 6 bolivares al litro e il gasolio 0,05 bolivares. Non è sufficiente perché volete sapere quanto verrebbe a costare a voi? OK! Preparatevi seduti, perché qui il colpo al cuore è assicurato: 1 bolivares significa suppergiù 0,001 centesimo di Euro. In poche parole: a Margarita con UN SOLO EURO fate il pieno TUTTO L’ANNO!!!

Essere madri

Che gran giorno la festa della mamma! A Margarita il modo migliore per festeggiarlo è ovviamente andare in spiaggia e godersi il sole e il mare in compagnia di tutta la famiglia, gli amici e tanta, tanta birra. Oggi, come per incanto, tutti i problemi si cancellano con un colpo di spazzola e rimane solo la gioia per quell’appellativo che riempie la bocca di ogni bambino: mamma.
Essere madri a Margarita significa diventare genitori molto presto, con l’incoscienza di quella gioventù che ti spinge a procreare senza pensare seriamente al futuro dei nascituri. In una nazione dove il latte e i pannolini sono quasi completamente spariti dalla circolazione e i vestiti hanno un costo insostenibile per le famiglie, anche solo l’idea di concepire un figlio diventerebbe essa stessa preoccupazione. L’istruzione è in netto calo, sempre più prerogativa di pochi, mentre i farmaci scarseggiano vistosamente nelle farmacie e negli ospedali. A tutto questo aggiungete il fatto che qui il virus della zika, che spaventa tanto il mondo intero, ha lo stesso grado di diffusione di una comune influenza. La logica porterebbe chiunque a credere che il tasso di natalità sia pari o sfiori lo zero. Invece, contro ogni previsione, Margarita è il posto al mondo dove io ho visto il maggior numero di bambini e donne in stato di gravidanza. Spesso si tratta di creature nate da madri poco più che adolescenti, inconsapevoli delle responsabilità che la maternità comporta. Sono così giovani che dal pediatra sono accompagnate dall’altra donna importante della famiglia: la nonna. Così, nella sala di attesa, lo scambio di battute principali avviene tra me e le mie coetanee che, il più delle volte, credono che io sia lì come loro, per far visitare mia nipote, ignare del fatto che Aurora è mia figlia e io sono la madre, non la nonna! La povertà è dilagante tra la gente comune. Quando sono per strada, nei barrios vedo gironzolare bambini scalzi, in mezzo alla polvere, a volte completamente nudi, lontani dall’occhio vigile di un genitore. In quell’istante mi chiedo se davvero sia stato un miracolo la venuta al mondo di quella piccola anima innocente o se non sarebbe stato meglio un po’ di buon senso in più al momento giusto, invece di lasciar predominare il piacere. Chi può ancora concedersi il lusso di una buona educazione e di un buon tenore di vita si ritrova però a dover far fronte agli stessi problemi di reperibilità dei beni necessari per un neonato. Così internet e le sue piattaforme sociali diventano il teatro continuo di richieste da parte delle mamme alla ricerca di un po’ di latte, farmaci e pannolini. È raro incontrare famiglie unite, mentre molto più frequente, conoscere mamme single o divorziate, costrette a fare i salti mortali per garantire un po’ di dignità al sangue del proprio sangue, o incatenate alla rassegnazione di una vita fatta di privazioni, alla costante ricerca di un uomo facoltoso che possa regalare loro un po’ di serenità.
In un giorno in cui Margarita dimentica la tristezza, una volta tanto voglio porre l’accento su chi non ha la mia e (mi auguro) la fortuna di chi sta leggendo. Con amarezza voglio raccontarvi cosa significhi essere madri in un paese dove l’appetito di potere di pochi costa ogni giorno fatica, avvilimento e preoccupazione per gli altri. Essere madri a Margarita significa sfidare il dolore, la probabilità di un fallimento, la paura del futuro. Significa temere seriamente di non aver sufficiente latte in seno, rinunciare alla gioia della scelta di un passeggino o una culla, implorare Dio che una qualsiasi malattia non si impadronisca del piccolo…
Guardo Aurora e sorrido. Per me la maternità è stata la scoperta dell’amore più grande, quello per cui metti in gioco tutto, lasciando completamente scoperto quell’unico spiraglio di riservo che qualsiasi altro tipo di amore ti impone. Non posso uscire di casa a comprare qualcosa per me, senza rientrare con qualcosa per lei. Non riesco a dormire serena, se ho sentore che lei non lo sia. Mi è impossibile non pensarla, se non è con me. Mi si gela il cuore al solo immaginare la frustrazione di una mamma che non può dare tutto il necessario a suo figlio. A questa mamma e a tutte le mamme di Margarita dedico il mio giorno migliore, sicura che dietro la spensieratezza di un sorriso dettato da una birra di troppo, oggi, in spiaggia, coglierò nello sguardo più intenso che rivolgeranno alla loro prole, lo stesso turbamento che unisce tutti i figli di questa terra. Auguri mamme di Margarita! Auguri a tutte le mamme che nel mondo lottano per qualche attimo di felicità e che, nonostante tutto, profumano di speranza.

Paese che vai…

Immaginate di essere per strada e dover chiedere delle informazioni a un passante, come lo chiamate per attirare la sua attenzione? Quando alla cassa del supermercato volete sapere il prezzo di un prodotto, come vi appellate alla cassiera che non avete mai visto in vita vostra? Al ristorante, come vi rivolgete alla cameriera che vi ha appena amabilmente illustrato il menu del giorno? Io ero abituata a prendere le distanze, al massimo mi autorizzavo all’uso del ‘tu’, giusto per familiarizzare un po’, quando davanti mi trovavo persone più giovani. A Margarita invece siamo tutti amici e tutti fratelli. Certo, ci sono anche persone che in maniera formale ti danno del lei e ti chiamano signora o ragazza, ma in genere si utilizzano un’infinità di appellativi del tutto informali. Soprattutto, dopo il primo scambio di battute. Così, se sei in hotel e chiami la signora che ti farà le pulizie in camera, le chiedi: ‘Mi amor (amore mio), puoi portarmi un asciugamano?’. Sei al bar e vuoi un caffè e la tipa seduta al tuo fianco ha bisogno di una bustina di zucchero. Gliela passi e lei ti ringrazierà: ‘Gracias, cariño! (Grazie, tesoro)’. Fissi un appuntamento dal dentista e la segretaria per telefono eleggerà un giorno e un’ora, chiudendo con un “Va bene, mi vida (vita mia)?”. Hermano, amor, cielo, mi vida, cariño, querida, amiga, sono solo degli esempi tra i più famosi. Quando i miei genitori sono venuti a trovarci l’anno scorso, credevano che io e mio marito avessimo instaurato una sorta di “rapporto amoroso allargato” per questo motivo. Anche quando sembrerebbe inopportuno, qui è del tutto normale rivolgersi a qualcuno, dicendogli: “Amore mio, guarda che sono in coda da un’ora. Vita mia, vengo prima di te. Puoi smetterla di spingere, tesoro caro?”. Perché se all’inizio sembra strano e per certi versi ipocrita, poi ci si fa l’abitudine e diventa la prassi! In genere però, tra uomini i toni sono differenti. Anche se tra loro si chiamano fratelli, per salutarsi è più frequente uno strano richiamo cantilenato che risuona così: ‘heppale!’. Cosa significhi di preciso non si sa, però è un’espressione simpatica, che fa tanto camerata. Jefe e pana (capo), invece, sono gli appellativi di quando l’interlocutore ha una certa importanza e normalmente indicano il proprietario di un locale o di una compagnia. Particolare invece è l’uso di mami e papi, che letteralmente sono i diminuitivi affettuosi di mamma e papà, ma spesso (quasi sempre) sono usati per chiamare donne e uomini con cui c’è un certo grado di confidenza. Attenzione! Perché se accompagnato dal classico fischio di ammirazione, allora assume una connotazione più volgare… Ultimo ragguaglio in merito: quando ci si incontra o ci si congeda con un venezuelano lo si fa con un solo bacio sulla guancia, non due né tre, com’era mia consuetudine in Italia (qualcuno mi aveva convinto che portassero fortuna!). Per questa ragione, la maggior parte delle volte, dopo il primo bacio di cortesia, rimango sempre sospesa al secondo, che non arriva mai, e la persona che si sta lentamente congedando, mi scruta alla ricerca di un’interpretazione al mio atteggiamento. Tranquilli, amici venezuelani: non mordo! Giuro! Voi pensate che io sia strana, avanzando alla ricerca del secondo bacio? Venite in Italia e, mentre siete in coda alle poste e qualcuno vi supera, chiamate il fraudolento ‘amore mio’. Nello sguardo di chi vi ha sentito, leggerete lo stesso stupore e lo stesso smarrimento che colgo io in voi. Perché si sa: paese che vai, tradizione che trovi!